Nelle sere azzurre d’estate, me ne andrò nei sentieri…

Nelle sere azzurre d’estate, me ne andrò nei sentieri,
punzecchiato dal grano, a camminare sull’erba sottile:
sognante, ne sentirò la frescura sotto i piedi.
Lascerò che il vento bagni il mio capo nudo.

Non parlerò, non penserò a nulla:
ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
e me ne andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro,
nella Natura, – felice come con una donna.

(Traduzione: Carmen Pernicola)

Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l’herbe menue :
Rêveur, j’en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tête nue.

Je ne parlerai pas, je ne penserai rien :
Mais l’amour infini me montera dans l’âme,
Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature, – heureux comme avec une femme.

 

Non posso trovare fra queste pallide rose, un fiore che assomigli al mio rosso ideale

Non sapranno mai, queste bellezze da vignette, questi prodotti avariati, nati da un secolo cialtrone, questi piedi da stivaletti, queste dita da nacchere, soddisfare un cuore come il mio.
Lascio a Gavarni, poeta di clorosi, il suo gregge mormorante di bellezze da ospedale: non posso trovare fra queste pallide rose, un fiore che assomigli al mio rosso ideale.
Quel che ci vuole per questo cuore profondo come un abisso sei tu, Lady Macbeth, anima forte nel delitto, sogno eschileo schiusosi in climi iperborei;
o sei tu, grande Notte, nata da Michelangelo, che torci quietamente, in una strana posa, le tue forme fatte per la bocca dei Titani. (Charles Baudelaire)

E così dimenticammo le rose

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Con il nostro sangue e con le nostre lacrime facevamo le rose
Che brillavano un momento con il sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

Dino Campana, Taccuino

 

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Le Cygne

A Victor Hugo

I
E’ a te che penso, Andromaca! Quello stento fiume,
misero, opaco specchio dove un tempo
rifulse, immensa, la maestà del tuo dolore,
Simoenta bugiardo gonfiato dal tuo pianto,

nel traversare il nuovo Carosello, d’un tratto
fecondò la mia fertile memoria. Parigi,
la vecchia Parigi è sparita (più veloce d’un cuore,
ahimè, cambia la forma d’una città); soltanto

la mente adesso vede la distesa
delle baracche, i mucchi di fusti e capitelli
sbozzati, l’erba, i massi che le pozze inverdiscono,
il bric-à-brac confuso che dai vetri riluce.

Là sorgeva un serraglio; là un mattino,
all’ora che sotto un alto, algido cielo
il Lavoro si sveglia e dalle strade
s’alza un cupo uragano nell’aria silenziosa,

vidi un cigno, fuggito dalla sua gabbia, l’arido
selciato raspando con i piedi palmati,
le bianche piume strascinare al suolo.
Aprendo a un secco rigagnolo il becco, l’animale

bagnava convulso le ali nella polvere
e con il cuore colme del suo lago natale,
quando, pioggia, cadrai? quando, diceva,
tuonerai, folgore? Mito strano e fatale,

Io vedo, l’infelice, come l’uomo d’Ovidio,
al cielo crudelmente azzurro e ironico
sul frenetico collo tender l’avida testa,
a tratti, come a rimbrottare Dio!

II.
Parigi cambia! ma niente, nella mia melanconia,
s’è spostato: palazzi rifatti, impalcature
case, vecchi sobborghi, tutto m’è allegoria:
pesano come rocce i ricordi che amo.

Così, davanti al Louvre, m’opprime una figura:
penso al mio grande cigno, ai gesti folli
che faceva, esule comico e sublime
che un desiderio morde senza fine – e a te,

Andromaca! dall’abbraccio d’un grande sposo rotolata,
deprezzato agnello, nelle mani orgogliose
di Pirro, e china in estasi su una tomba deserta;
vedova d’Ettore, ahimè! e d’Eleno consorte!

Penso alla negra tisica e smagrita
che pestando nel fango s’affanna, stralunata,
dietro l’immenso muro della nebbia a vedere
gli assenti alberi di cocco dell’Africa superba;

a chi ha perduto ciò che non si trova
mai più, mai più! e s’abbevera di pianto
e succhia latte al Dolore come a una buona lupa!
ai magri orfani, secchi come fiori!

Nel bosco, dove il mio cuore va esule, così
risuona alto il richiamo di un antico Ricordo!
Penso ai marinai oblati su un’isola,
ai prigionieri, ai vinti… ad altri, ad altri ancora!

(Traduzione di Giovanni Raboni, in Charles Baudelaire, I fiori del male e altre poesie, Einaudi Classici, pagg. 139-141)

À Victor Hugo

I

Andromaque, je pense à vous! Ce petit fleuve,
Pauvre et triste miroir où jadis resplendit
L’immense majesté de vos douleurs de veuve,
Ce Simoïs menteur qui par vos pleurs grandit,

A fécondé soudain ma mémoire fertile,
Comme je traversais le nouveau Carrousel.
Le vieux Paris n’est plus (la forme d’une ville
Change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel);

Je ne vois qu’en esprit tout ce camp de baraques,
Ces tas de chapiteaux ébauchés et de fûts,
Les herbes, les gros blocs verdis par l’eau des flaques,
Et, brillant aux carreaux, le bric-à-brac confus.

Là s’étalait jadis une ménagerie;
Là je vis, un matin, à l’heure où sous les cieux
Froids et clairs le Travail s’éveille, où la voirie
Pousse un sombre ouragan dans l’air silencieux,

Un cygne qui s’était évadé de sa cage,
Et, de ses pieds palmés frottant le pavé sec,
Sur le sol raboteux traînait son blanc plumage.
Près d’un ruisseau sans eau la bête ouvrant le bec

Baignait nerveusement ses ailes dans la poudre,
Et disait, le coeur plein de son beau lac natal:
«Eau, quand donc pleuvras-tu? quand tonneras-tu, foudre?»
Je vois ce malheureux, mythe étrange et fatal,

Vers le ciel quelquefois, comme l’homme d’Ovide,
Vers le ciel ironique et cruellement bleu,
Sur son cou convulsif tendant sa tête avide
Comme s’il adressait des reproches à Dieu!

II

Paris change! mais rien dans ma mélancolie
N’a bougé! palais neufs, échafaudages, blocs,
Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie
Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs.

Aussi devant ce Louvre une image m’opprime:
Je pense à mon grand cygne, avec ses gestes fous,
Comme les exilés, ridicule et sublime
Et rongé d’un désir sans trêve! et puis à vous,

Andromaque, des bras d’un grand époux tombée,
Vil bétail, sous la main du superbe Pyrrhus,
Auprès d’un tombeau vide en extase courbée
Veuve d’Hector, hélas! et femme d’Hélénus!

Je pense à la négresse, amaigrie et phtisique
Piétinant dans la boue, et cherchant, l’oeil hagard,
Les cocotiers absents de la superbe Afrique
Derrière la muraille immense du brouillard;

À quiconque a perdu ce qui ne se retrouve
Jamais, jamais! à ceux qui s’abreuvent de pleurs
Et tètent la Douleur comme une bonne louve!
Aux maigres orphelins séchant comme des fleurs!

Ainsi dans la forêt où mon esprit s’exile
Un vieux Souvenir sonne à plein souffle du cor!
Je pense aux matelots oubliés dans une île,
Aux captifs, aux vaincus!… à bien d’autres encor!

Charles Baudelaire

Andromaque, je pense à vous!”

41qRTIcxW4L._SX318_BO1,204,203,200_“Se si chiedesse qual è la prima lirica di Baudelaire che viene alla mente, molti direbbero Le Cygne. Sarebbe difficile dargli torto. Quell’intersecarsi e collidere di piani lontani e disparati, nella memoria e nella percezione, è un qualcosa che soltanto con Baudelaire si profila in letteratura – e dopo di lui non si sarebbe più presentato con simile pathos e all’interno di una cornice formale così antica.

L’inizio è bruciante: “Andromaque, je pense à vous!”. Andromaque non è il nome dell’amata, anche se viene invocata con tale subitaneità e intimità. E’ un personaggio epico, ha migliaia di anni. E non è nemmeno l’Andromaca di Racine. E neppure di Omero. E’ soltanto l’Andromaca di un episodio minore dell’Eneide, che quasi tutti hanno dimenticato. E’ la donna che è stata passata come “vile bestiame” da un uomo all’altro, dopo essere “caduta dalle braccia di un grande sposo”, Ettore. E ora vive in terra straniera, terra di nemici, l’Epiro. Intorno a lei un minuscolo simulacro di Troia, che dovrebbe mitigare e invece esaspera il dolore per la Troia incendiata e scomparsa.

(…)

Viene naturale chiedersi perché Andromaca – quella certa Andromaca dell’Eneide – fosse così present, così familiare e quasi consanguinea per Baudelaire. Frequentava forse con tale assiduità Virgilio? Non sembra – anche se la poesia gli rendeva omaggio, in un primo tempo, nell’epigrafe: “falsi Simoentis ad undam”. Ma c’era un’altra ombra che si interponeva, fra Baudelaire e Andromaca. Qualcuno che, quanto più gli anni passavano, tanto più Baudelaire sentiva affine: il creatore della grande scuola della melanconia”, il “gran signore abbastanza grande per essere cinico”, il “grande gentiluomo della decadenza” (il “grande” era d’obbligo per Baudelaire quando parlava di lui). Infine il “padre del Dandysmo”: Chateaubriand. Più che in Virgilio, era in poche righe del Génie du christianisme che Baudelaire aveva incontrato Andromaca: “Andromaca dà il nome Simoenta a un ruscello, che ricalca un grande fiume della terra natale! Lontano dalle rive che ci hanno visto nascere, la natura è come sminuita, e non ci sembra più che l’ombra di quella che abbiamo perduto”. Decisiva, per Baudelaire, fu quest’ultima frase. Ciò che è assente, ciò che è scomparso – quindi tutto il passato – è affidato a una inesistenza insanabile. Ma ciò che esiste è condannato a esserne una versione sminuita.  Così ogni natura è una natura attenuta, che ha già peso qualcosa del suo colore. Inesauribili sono le conseguenze di questo paradosso dell’assenza. Chateaubriand lo aveva formulato, ma applicandolo all'”istinto della patria”, che è soltanto una fra le molte applicazioni di quel paradosso. Baudelaire, con la sua antenna metafisica, ne aveva tratto tutte le disperanti conseguenze. Così scritte Le Cygne.

(Da Roberto Calasso, La Folie Baudelaire, Gli Adelphi, pagg. 67-68 e pagg. 72-73)