Pompei

Pompei e i Greci nella Palestra Grande

Pompei e i Greci
Scavi di Pompei, Palestra Grande
12 aprile – 27 novembre 2017
 

Fino al 27 novembre 2017, nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei sarà possibile ammirare la mostra “Pompei e i Greci”, in cui si mettono i risalto i frequenti contatti della città di Pompei con il Mediterraneo greco, attraverso più di 600 reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate, greco, etrusco, paleoitalico, argenti e sculture greche riprodotte in età romana.

Gli oggetti in mostra provengono dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche.

L’allestimento espositivo è progettato dell’architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion).

Annunci
Napoli

Aperture straordinarie al Museo di Capodimonte

Museo di Capodimonte
Via Miano, 2 – Napoli
29 giugno – 27 luglio 2017
31 agosto – 5 ottobre 2017
Orario: dalle 19.30 alle 22.30 (ultimo ingresso alle 21.30)

Ogni giovedì sera, per tutta l’estate, il Museo di Capodimonte effettuerà aperture straordinarie con biglietto a soli 4 euro!

Da oggi, 29 giugno, fino al 27 luglio e dal 31 agosto al 5 ottobre, il Museo di Capodimonte sarà visitabile ogni giovedì sera al costo ridotto di 4 euro.

Sarà possibile ammirare oltre alla Collezione Farnese e alla Galleria delle arti a Napoli dal ‘200 al primo decennio del ‘600, la mostra L’opera di racconta, le opere di Arte contemporanea tra cui il Vesuvius di Andy Warhol.

Sarà possibile, inoltre visitare la mostra Picasso e Napoli: Parade, allestita negli appartamenti reali al costo ridotto di 5 euro da aggiungere al costo del biglietto d’ingresso.

 

Balzac

Splendori e miserie delle cortigiane

balzac1

“Lo spagnolo suonò due volte. Comparvero le due donne che aveva chiamato Europa e Asia e fu facile capire la causa di quei soprannomi.

Asia doveva essere nata nell’isola di Giava: era spaventosa a vedersi. Aveva il caratteristico volto color rame dei malesi: una faccia piatta come una tavola, in mezzo alla quale il naso pareva rientrato in seguito a una violenta compressione. La strana disposizione dei mascellari conferiva alla parte bassa di quel volto una certa somiglianza con il muso delle scimmie. La fronte, quantunque depressa, non mancava di quell’intelligenza generata dall’abitudine all’astuzia, all’artificio. I due occhietti di fuoco conservavano una calma felina, e non guardavano mai nessuno in faccia. Pareva che Asia temesse di spaventare chi aveva a che fare con lei. Le sue labbra azzurrastre lasciavano intravedere i denti d’un candore abbagliante, ma accavallati. L’espressione complessiva di quella fisionomia animalesca era quella della viltà. I capelli, lucidi e unti come la pelle del viso, orlavano di due strisce nere un ricco fazzoletto di seta. Gli orecchi, straordinariamente ben fatti, erano adorni di due grosse perle scure. Asia era di bassa statura, tarchiata, e ricordava quelle bizzarre creazioni di cui i cinesi non temono d’ornare paraventi e parafuochi: o meglio, somigliava a certi idoli indù, il cui tipo sembra impossibile a trovarsi fra esseri esistenti, e che poi i turisti finiscono con l’incontrare. Vedendo quel mostro, adorno d’un grembiule bianco sopra un abito di leggero tessuto di lana, Esther rabbrividì.

“Asia!” disse Herrera, e la donna alzò il capo a guardarlo, con un gesto paragonabile solo a quello del cane verso il padrone. “Ecco la tua padrona…”

E indicò Esther, in vestaglia. Asia guardò la giovane con un’espressione quasi dolora: ma contemporaneamente un lampo soffocato fra le ciglia corte e folte scaturì come la favilla d’un incendio ed era diretto a Lucien. Questi, che indossava una splendida vestaglia aperta, una camicia di tela di Frisia, pantaloni rossi e berretto turco dal quale uscivano in grosse ciocche inanellate i capelli biondi, offriva allo sguardo un’immagine ideale di bellezza. Il genio italiano può descrivere Otello, il genio inglese può metterlo in scena: ma soltanto la natura ha il diritto di essere più magnifica e più completa dell’Inghilterra e dell’Italia, in un solo sguardo: nell’espressione della gelosia. Questo sguardo, captato da Esther, la costrinse ad afferrare un braccio di Herrera e a conficcarvi le unghie, come può fare un gatto per trattenersi dal precipitare in un baratro di cui non vede il fondo. Allora lo spagnolo disse alcune parole, in una lingua sconosciuta, a quel mostro asiatico, il quale, strisciando, andò a inginocchiarsi ai piedi di Esther e glieli baciò.

“Questa,” disse Herrera, “non è una cuoca, ma un vero cordon-bleu che farebbe impazzire Careme di gelosia. Asia sa fare tutto, in cucina. E’ capace di ammannirvi dei fagioli in modo tale da farvi dubitare che gli angeli siano venuti per condirli con erbe celesti. Ogni mattina andrà personalmente alle Halles e lotterà, da quel demonio che è, per ottenere i prezzi più bassi. Con la sua discrezione, poi, stancherà i curiosi: e siccome, ufficilamente, voi siete partita per l’India, Asia vi sarà di grande aiuto per rendere accettabile questa frottola, poichè è una di quelle parigine nate per appartenere al paese di cui vogliono dichiararsi cittadini. Con questo non voglio dire che voi siate straniera… Europa, che ne dici, tu?…”

Da Balzac, Splendori e miserie delle cortigiane, Garzanti, pagg. 59-60

Salva

Salva

Salva

Se sogno deve essere che sia d'oro

Sono solo venuta per parlare al telefono

marquez

Una sera di pioggia di primavera, mentre viaggiava da sola in direzione di Barcellona alla guida di un’automobile a noleggio, María De La Luz Cervantes ebbe un’avaria nel deserto dei Monegros. Era una messicana di ventisette anni, carina e seria, che anni prima aveva goduto di un certo nome come attrice di varietà. Era sposata con un prestigiatore di piazza, che stava raggiungendo quel giorno dopo aver fatto visita ad alcuni parenti a Zaragoza. Dopo un’ora di cenni senza esito alle automobili e ai tir che schizzavano nella tormenta, il conducente di un autobus scalcinato ebbe compassione di lei. Le preannunciò, questo sì, che non andava molto lontano.

–   Non importa – disse María – . La sola cosa di cui ho bisogno è un telefono.

Questo era certo, e ne aveva bisogno solo per avvertire suo marito che non sarebbe arrivata prima delle sette di sera. Sembrava un uccellino inzuppato, con un soprabito da studente e i sandali in aprile, ed era così stordita dal contrattempo che dimenticò di portarsi le chiavi dell’automobile. Una donna che viaggiava insieme al conducente, dall’aspetto militare però dai modi dolci, le dette un asciugamano e una coperta, e le fece posto accanto a sé. Dopo essersi asciugata le calze, María si sedette, si avvolse nella coperta, e tentò di accendere una sigaretta, però i fiammiferi erano bagnati. La vicina di posto le dette del fuoco e le chiese una sigaretta delle poche che restavano asciutte. Mentre fumavano María cedette all’ansia di sfogarsi, e la sua voce risuonò sopra la pioggia e il rumore secco dell’autobus. La donna la interruppe con l’indice sulle labbra.

– Stanno dormendo – mormorò.

María guardò da sopra la spalla e vide che l’autobus era occupato da donne di età incerta e condizioni diverse, che dormivano avvolte in coperte uguali alla sua. Contagiata dal loro torpore, María si attorcigliò sul sedile e si abbandonò al rumore della pioggia. Quando si svegliò era notte e l’acquazzone si era dissolto in un sereno freddo gelido. Non aveva la minima idea di quanto tempo avesse dormito né in che luogo del mondo  si trovasse. La sua vicina di posto aveva un atteggiamento di allerta.

– Dove siamo? – le chiese María.

– Siamo arrivati – rispose la donna.

L’autobus stava entrando nel patio acciottolato di un edificio enorme e scuro che sembrava un vecchio convento in un bosco di alberi colossali. Le passeggere, illuminate appena da un lampione del patio, restarono immobili fino a quando la donna dall’aspetto militare le fece scendere in fila, come all’asilo. Tutte erano adulte, e si muovevano con tale lentezza nella penombra del patio che sembravano immagini di un sogno. María, l’ultima a scendere, pensò che fossero monache. Lo pensò un po’ meno quando vide varie donne in uniforme che le ricevettero sulla porta dell’autobus, e le coprirono la testa con la coperta perché non si bagnassero e le misero in fila indiana, dirigendole senza parlargli, con battiti delle mani ritmici e perentori. Dopo essersi congedata dalla sua vicina di posto María voleva restituirle la coperta ma lei le dissi di coprircisi la testa per attraversare il patio, e che l’avrebbe restituita in guardiola.

– Ci sarà un telefono? – le domandò María.

– Certo – disse la donna. Lì stesso glielo avrebbero indicato.

Chiese a María un’altra sigaretta, e lei le dette il resto del pacchetto bagnato. “Nel cammino si asciugano” le disse, e quasi le gridò “buona fortuna”. L’autobus ripartì senza darle più tempo. María iniziò a correre verso l’entrata dell’edificio. Una guardiana provò a fermarla con una presa energica, ma dovette ricorrere a un grido imperioso: “Alt ho detto”. María guardò di sotto la coperta, e vide degli occhi di ghiaccio e un indice inappellabile che le indicò la fila. Obbedì. Però nel corridoio dell’edificio si separò dal gruppo e domandò al portiere dove fosse un telefono. Una delle guardiane la fece tornare nella fila con le mani sulle spalle mentre le diceva con modi molto dolci:

– Per di qua, ragazza, per di qua c’è un telefono.

María proseguì con le altre donne per un corridoio tenebroso, e alla fine entrò in un dormitorio collettivo in cui le guardiane raccolsero le coperte e cominciarono a spartire i letti. Una donna distinta, che a María sembrò più umana e di gerarchia più alta, percorse la fila confrontando una lista coi nomi che le nuove arrivate avevano scritti su un cartoncino cucito sul corpetto. Quando giunse dinanzi a María si sorprese di non avere i suoi dati.

– E’ che io sono venuta solo per parlare al telefono – le disse María .

Le spiegò in tutta fretta che la sua automobile si era guastata per strada. Il marito, che era mago di feste, la stava aspettando a Barcellona, per eseguire tre ingaggi sino alla mezzanotte, e desiderava avvisarlo che non sarebbe arrivata in tempo per accompagnarlo. La guardiana sembrò ascoltarla con attenzione.

– Come ti chiami? – le domandò.

María le disse il suo nome con un sospiro di sollievo, ma la donna non lo trovò e dopo avere scorso la lista varie volte domandò allarmata alla guardiana, e questa, senza niente da dire si strinse nelle spalle.

– E’ che io sono venuta per parlare al telefono – disse María .

– D’accordo, bella – le disse la superiora, portandola al suo letto con una dolcezza troppo ostentata per essere vera. Se ti comporti bene potrai parlare al telefono con chi desideri. Però non ora, domani.

Qualcosa successe allora nella mente di María che le fece comprendere perché le donne dell’autobus si muovevano come sul fondo di un acquario. In realtà, erano tenute calme con dei sedativi, e quel palazzo nell’ombra, dalle spesse mura e dalle scale gelide, era in realtà un ospedale per malati mentali. Spaventata, scappò correndo dal dormitorio, e prima di arrivare al portone una guardiana gigantesca con una tuta da meccanico la acchiappò per un braccio e la immobilizzò a terra con una chiave maestra. Maria la guardo di traverso paralizzata dal terrore.

– Per l’amor di Dio – disse. – Le giuro su mia madre morta che sono venuta solo per parlare al telefono.

(…)

(Da Doce cuentos peregrinos, Gabriel García Márquez, Debolsillo)

(Traduzione Carmen Pernicola)

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Truman Capote

Cold Blood, Truman Capote

Tu sei un uomo di passione estrema, un uomo affamato non abbastanza sicuro di dove il suo appetito gli menta, un uomo profondamente frustrato che si sforza di proiettare la sua personalità su uno sfondo di rigido conformismo. Tu esisti in un mondo a metà sospeso tra due superstrutture, una di auto-espressione e una di auto-distruzione. Tu sei forte, ma c’è una falla nella tua forza, e a meno che tu non impari a controllarla la falla si dimostrerà più forte della tua forza e ti sconfiggerà. La falla? La reazione emotiva esplosiva del tutto sproporzionata rispetto alla causa. Perché? Perché questa rabbia irragionevole alla vista degli altri felici o contenti, questo disprezzo crescente per la gente e questo desiderio di far loro del male? D’accordo, tu pensi che siano degli sciocchi, tu li disprezzi per la loro morale, la loro felicità è la fonte della tua frustrazione e del tuo risentimento. Ma questi sono nemici terribili che tu porti dentro di te – nel tempo distruttivi come proiettili. Fortunatamente, un proiettile uccide la sua vittima. Quest’altro batterio, età permettendo, non uccide un uomo ma lascia che in lui sia vigile l’anima di una creatura lacerata e perversa; c’è ancora la fiamma nel suo essere ma è tenuta accesa dal lancio di fascine di disprezzo e di odio. Può accumulare con successo, ma non accumula successo, perché è il nemico di se stesso ed è trattenuto dal godere veramente della propria realizzazione.

You are a man of extreme passion, a hungry man not quite sure where his appetite lies, a deeply frustrated man striving to project his individuality against a backdrop of rigid conformity. You exist in a half-world suspended between two superstructures, one self-expression and the other self-destruction. You are strong, but there is a flaw in your strength, and unless you learn to control it the flaw will prove stronger than your strength and defeat you. The flaw? Explosive emotional reaction out of all proportion to the occasion. Why? Why this unreasonable anger at the sight of others who are happy or content, this growing contempt for people and the desire to hurt them? All right, you think they’re fools, you despise them because their morals, their happiness is the source of your frustration and resentment. But these are dreadful enemies you carry within yourself–in time destructive as bullets. Mercifully, a bullet kills its victim. This other bacteria, permitted to age, does not kill a man but leaves in its wake the hulk of a creature torn and twisted; there is still fire within his being but it is kept alive by casting upon it faggots of scorn and hate. He may successfully accumulate, but he does not accumulate success, for he is his own enemy and is kept from truly enjoying his achievements.

(Traduzione: Carmen Pernicola)

Salva

Napoli

Napoli città aperta

Dai fasti del Palazzo Reale e dall’abbraccio di piazza Plebiscito, scendendo verso via Caracciolo, subito intravedi all’orizzonte la sagoma struggente e terrifica del gigante Vesuvio che dorme coi sensi all’erta sul mare. 

Arrivi sul lungomare con addosso la frenesia di una città cui il vulcano addormentato, ma sempre pronto a dare sfoggio della propria potenza, regala la saggia consapevolezza dell’effimero e del nulla, che agisce come vento che alimenta la fiamma e tiene acceso un desiderio ardente e prepotente di vita, di bruciante passione e bellezza.

E mentre ancora non ti sei abituato a questa frenesia, ti arriva come uno schiaffo in pieno viso, il Tirreno così aperto senza ritegno sulla città, e ti sembra di vedere in lontananza una nave fenicia. Invece è Capri.

Poi dalle torri di Castel dell’Ovo perdi i punti di riferimento, sei mare nel mare, il vento ti porta echi di civiltà lontane ma così vicine, così ancora dentro, sei a Partenope, e capisci perché Napoli è città aperta, il cui cuore non potrà mai essere servo di nessuno, perché appartiene al mare, perché batte al centro del mondo. 

Arthur Rimbaud

Sensation

Nelle sere azzurre d’estate, me ne andrò nei sentieri,
punzecchiato dal grano, a camminare sull’erba sottile:
sognante, ne sentirò la frescura sotto i piedi.
Lascerò che il vento bagni il mio capo nudo.

Non parlerò, non penserò a nulla:
ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
e me ne andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro,
nella Natura, – felice come con una donna.

(Traduzione: Carmen Pernicola)

Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l’herbe menue :
Rêveur, j’en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tête nue.

Je ne parlerai pas, je ne penserai rien :
Mais l’amour infini me montera dans l’âme,
Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature, – heureux comme avec une femme.

 

Charles Baudelaire

Non posso trovare fra queste pallide rose, un fiore che assomigli al mio rosso ideale

Non sapranno mai, queste bellezze da vignette, questi prodotti avariati, nati da un secolo cialtrone, questi piedi da stivaletti, queste dita da nacchere, soddisfare un cuore come il mio.
Lascio a Gavarni, poeta di clorosi, il suo gregge mormorante di bellezze da ospedale: non posso trovare fra queste pallide rose, un fiore che assomigli al mio rosso ideale.
Quel che ci vuole per questo cuore profondo come un abisso sei tu, Lady Macbeth, anima forte nel delitto, sogno eschileo schiusosi in climi iperborei;
o sei tu, grande Notte, nata da Michelangelo, che torci quietamente, in una strana posa, le tue forme fatte per la bocca dei Titani.

(Charles Baudelaire)

Dino Campana

Acqua di mare amaro

Acqua di mare amaro
Che esali nella notte:
Verso le eterne rotte
Il mio destino prepara
Mare che batti come un cuore stanco
Violentato dalla voglia atroce
Di un Essere insaziato che si strugge.

Dino Campana

 

Dino Campana

E così dimenticammo le rose

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Con il nostro sangue e con le nostre lacrime facevamo le rose
Che brillavano un momento con il sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

Dino Campana, Taccuino

 

Salva

Charles Baudelaire

Le Cygne

A Victor Hugo

I
E’ a te che penso, Andromaca! Quello stento fiume,
misero, opaco specchio dove un tempo
rifulse, immensa, la maestà del tuo dolore,
Simoenta bugiardo gonfiato dal tuo pianto,

nel traversare il nuovo Carosello, d’un tratto
fecondò la mia fertile memoria. Parigi,
la vecchia Parigi è sparita (più veloce d’un cuore,
ahimè, cambia la forma d’una città); soltanto

la mente adesso vede la distesa
delle baracche, i mucchi di fusti e capitelli
sbozzati, l’erba, i massi che le pozze inverdiscono,
il bric-à-brac confuso che dai vetri riluce.

Là sorgeva un serraglio; là un mattino,
all’ora che sotto un alto, algido cielo
il Lavoro si sveglia e dalle strade
s’alza un cupo uragano nell’aria silenziosa,

vidi un cigno, fuggito dalla sua gabbia, l’arido
selciato raspando con i piedi palmati,
le bianche piume strascinare al suolo.
Aprendo a un secco rigagnolo il becco, l’animale

bagnava convulso le ali nella polvere
e con il cuore colme del suo lago natale,
quando, pioggia, cadrai? quando, diceva,
tuonerai, folgore? Mito strano e fatale,

Io vedo, l’infelice, come l’uomo d’Ovidio,
al cielo crudelmente azzurro e ironico
sul frenetico collo tender l’avida testa,
a tratti, come a rimbrottare Dio!

II.
Parigi cambia! ma niente, nella mia melanconia,
s’è spostato: palazzi rifatti, impalcature
case, vecchi sobborghi, tutto m’è allegoria:
pesano come rocce i ricordi che amo.

Così, davanti al Louvre, m’opprime una figura:
penso al mio grande cigno, ai gesti folli
che faceva, esule comico e sublime
che un desiderio morde senza fine – e a te,

Andromaca! dall’abbraccio d’un grande sposo rotolata,
deprezzato agnello, nelle mani orgogliose
di Pirro, e china in estasi su una tomba deserta;
vedova d’Ettore, ahimè! e d’Eleno consorte!

Penso alla negra tisica e smagrita
che pestando nel fango s’affanna, stralunata,
dietro l’immenso muro della nebbia a vedere
gli assenti alberi di cocco dell’Africa superba;

a chi ha perduto ciò che non si trova
mai più, mai più! e s’abbevera di pianto
e succhia latte al Dolore come a una buona lupa!
ai magri orfani, secchi come fiori!

Nel bosco, dove il mio cuore va esule, così
risuona alto il richiamo di un antico Ricordo!
Penso ai marinai oblati su un’isola,
ai prigionieri, ai vinti… ad altri, ad altri ancora!

(Traduzione di Giovanni Raboni, in Charles Baudelaire, I fiori del male e altre poesie, Einaudi Classici, pagg. 139-141)

À Victor Hugo

I

Andromaque, je pense à vous! Ce petit fleuve,
Pauvre et triste miroir où jadis resplendit
L’immense majesté de vos douleurs de veuve,
Ce Simoïs menteur qui par vos pleurs grandit,

A fécondé soudain ma mémoire fertile,
Comme je traversais le nouveau Carrousel.
Le vieux Paris n’est plus (la forme d’une ville
Change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel);

Je ne vois qu’en esprit tout ce camp de baraques,
Ces tas de chapiteaux ébauchés et de fûts,
Les herbes, les gros blocs verdis par l’eau des flaques,
Et, brillant aux carreaux, le bric-à-brac confus.

Là s’étalait jadis une ménagerie;
Là je vis, un matin, à l’heure où sous les cieux
Froids et clairs le Travail s’éveille, où la voirie
Pousse un sombre ouragan dans l’air silencieux,

Un cygne qui s’était évadé de sa cage,
Et, de ses pieds palmés frottant le pavé sec,
Sur le sol raboteux traînait son blanc plumage.
Près d’un ruisseau sans eau la bête ouvrant le bec

Baignait nerveusement ses ailes dans la poudre,
Et disait, le coeur plein de son beau lac natal:
«Eau, quand donc pleuvras-tu? quand tonneras-tu, foudre?»
Je vois ce malheureux, mythe étrange et fatal,

Vers le ciel quelquefois, comme l’homme d’Ovide,
Vers le ciel ironique et cruellement bleu,
Sur son cou convulsif tendant sa tête avide
Comme s’il adressait des reproches à Dieu!

II

Paris change! mais rien dans ma mélancolie
N’a bougé! palais neufs, échafaudages, blocs,
Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie
Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs.

Aussi devant ce Louvre une image m’opprime:
Je pense à mon grand cygne, avec ses gestes fous,
Comme les exilés, ridicule et sublime
Et rongé d’un désir sans trêve! et puis à vous,

Andromaque, des bras d’un grand époux tombée,
Vil bétail, sous la main du superbe Pyrrhus,
Auprès d’un tombeau vide en extase courbée
Veuve d’Hector, hélas! et femme d’Hélénus!

Je pense à la négresse, amaigrie et phtisique
Piétinant dans la boue, et cherchant, l’oeil hagard,
Les cocotiers absents de la superbe Afrique
Derrière la muraille immense du brouillard;

À quiconque a perdu ce qui ne se retrouve
Jamais, jamais! à ceux qui s’abreuvent de pleurs
Et tètent la Douleur comme une bonne louve!
Aux maigres orphelins séchant comme des fleurs!

Ainsi dans la forêt où mon esprit s’exile
Un vieux Souvenir sonne à plein souffle du cor!
Je pense aux matelots oubliés dans une île,
Aux captifs, aux vaincus!… à bien d’autres encor!

Charles Baudelaire

Charles Baudelaire · Roberto Calasso

Andromaque, je pense à vous!”

41qRTIcxW4L._SX318_BO1,204,203,200_“Se si chiedesse qual è la prima lirica di Baudelaire che viene alla mente, molti direbbero Le Cygne. Sarebbe difficile dargli torto. Quell’intersecarsi e collidere di piani lontani e disparati, nella memoria e nella percezione, è un qualcosa che soltanto con Baudelaire si profila in letteratura – e dopo di lui non si sarebbe più presentato con simile pathos e all’interno di una cornice formale così antica.

L’inizio è bruciante: “Andromaque, je pense à vous!”. Andromaque non è il nome dell’amata, anche se viene invocata con tale subitaneità e intimità. E’ un personaggio epico, ha migliaia di anni. E non è nemmeno l’Andromaca di Racine. E neppure di Omero. E’ soltanto l’Andromaca di un episodio minore dell’Eneide, che quasi tutti hanno dimenticato. E’ la donna che è stata passata come “vile bestiame” da un uomo all’altro, dopo essere “caduta dalle braccia di un grande sposo”, Ettore. E ora vive in terra straniera, terra di nemici, l’Epiro. Intorno a lei un minuscolo simulacro di Troia, che dovrebbe mitigare e invece esaspera il dolore per la Troia incendiata e scomparsa.

(…)

Viene naturale chiedersi perché Andromaca – quella certa Andromaca dell’Eneide – fosse così present, così familiare e quasi consanguinea per Baudelaire. Frequentava forse con tale assiduità Virgilio? Non sembra – anche se la poesia gli rendeva omaggio, in un primo tempo, nell’epigrafe: “falsi Simoentis ad undam”. Ma c’era un’altra ombra che si interponeva, fra Baudelaire e Andromaca. Qualcuno che, quanto più gli anni passavano, tanto più Baudelaire sentiva affine: il creatore della grande scuola della melanconia”, il “gran signore abbastanza grande per essere cinico”, il “grande gentiluomo della decadenza” (il “grande” era d’obbligo per Baudelaire quando parlava di lui). Infine il “padre del Dandysmo”: Chateaubriand. Più che in Virgilio, era in poche righe del Génie du christianisme che Baudelaire aveva incontrato Andromaca: “Andromaca dà il nome Simoenta a un ruscello, che ricalca un grande fiume della terra natale! Lontano dalle rive che ci hanno visto nascere, la natura è come sminuita, e non ci sembra più che l’ombra di quella che abbiamo perduto”. Decisiva, per Baudelaire, fu quest’ultima frase. Ciò che è assente, ciò che è scomparso – quindi tutto il passato – è affidato a una inesistenza insanabile. Ma ciò che esiste è condannato a esserne una versione sminuita.  Così ogni natura è una natura attenuta, che ha già peso qualcosa del suo colore. Inesauribili sono le conseguenze di questo paradosso dell’assenza. Chateaubriand lo aveva formulato, ma applicandolo all'”istinto della patria”, che è soltanto una fra le molte applicazioni di quel paradosso. Baudelaire, con la sua antenna metafisica, ne aveva tratto tutte le disperanti conseguenze. Così scritte Le Cygne.

(Da Roberto Calasso, La Folie Baudelaire, Gli Adelphi, pagg. 67-68 e pagg. 72-73)

Charles Baudelaire

L’Héautontimorouménos

Altro che psicanalisi. La capacità di Baudelaire di penetrare nelle pieghe e nelle piaghe dell’animo umano non può che lasciare, ogni volta, ammirati e attoniti.

À J.G.F.
Je te frapperai sans colère
Et sans haine, comme un boucher,
Comme Moïse le rocher
Et je ferai de ta paupière,
Pour abreuver mon Saharah
Jaillir les eaux de la souffrance.
Mon désir gonflé d’espérance
Sur tes pleurs salés nagera
Comme un vaisseau qui prend le large,
Et dans mon coeur qu’ils soûleront
Tes chers sanglots retentiront
Comme un tambour qui bat la charge!
Ne suis-je pas un faux accord
Dans la divine symphonie,
Grâce à la vorace Ironie
Qui me secoue et qui me mord
Elle est dans ma voix, la criarde!
C’est tout mon sang ce poison noir!
Je suis le sinistre miroir
Où la mégère se regarde.
Je suis la plaie et le couteau!
Je suis le soufflet et la joue!
Je suis les membres et la roue,
Et la victime et le bourreau!
Je suis de mon coeur le vampire,
— Un de ces grands abandonnés
Au rire éternel condamnés
Et qui ne peuvent plus sourire!

Charles Baudelaire

Charles Baudelaire

Avec ses vêtements ondoyants et nacrés

 

Avec ses vêtements ondoyants et nacrés,
Même quand elle marche on croirait qu’elle danse,
Comme ces longs serpents que les jongleurs sacrés
Au bout de leurs bâtons agitent en cadence.

Comme le sable morne et l’azur des déserts,
Insensibles tous deux à l’humaine souffrance,
Comme les longs réseaux de la houle des mers,
Elle se développe avec indifférence.

Ses yeux polis sont faits de minéraux charmants,
Et dans cette nature étrange et symbolique
Où l’ange inviolé se mêle au sphinx antique,

Où tout n’est qu’or, acier, lumière et diamants,
Resplendit à jamais, comme un astre inutile,
La froide majesté de la femme stérile.

(Charles Baudelaire)

Salva

Salva

Salva

Salva

Henri Michaux

Ma vie

Mia vita

Te ne vai senza di me, mia vita.
Tu vai avanti.
Ed io aspetto ancora di fare un passo.
Tu porti altrove la battaglia.
Tu mi abbandoni così.
Io non ti ho mai seguita.
Io non vedo chiaro nelle tue offerte.
Quel poco che desidero, non lo porti mai.
Per questa mancanza, io aspiro a tanto.
A tante cose, quasi all’infinito…

Per quel poco che manca, che tu mai fornisci.

(Traduz. Carmen Pernicola)

 

Tu t’en vas sans moi, ma vie.
Tu roules,
Et moi j’attends encore de faire un pas.
Tu portes ailleurs la bataille.
Tu me désertes ainsi.
Je ne t’ai jamais suivie.
Je ne vois pas clair dans tes offres.
Le petit peu que je veux, jamais tu ne l’apportes.
A cause de ce manque, j’aspire à tant.
A tant de choses, à presque l’infini…
A cause de ce peu qui manque, que jamais tu n’apportes.

(Henri Michaux)

 

Salva

Salva