Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi.

roma-giordano-brunoFoto: Carmen Pernicola

Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco. (Giordano Bruno)

Essere o non essere se stessi

henrik-klausen-peer-gynt-1876Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità siamo un mondo di depressi. Non è difficile crederlo, se ci si guarda intorno. I dati sanitari ci rimandano l’immagine di un’umanità dolente: più di 450 milioni di persone nel mondo che soffrono di disturbi mentali, neurologici e comportamentali, 900 persone che muoiono suicide ogni anno. Insomma, milioni e milioni di persone che “tirano avanti”, tristi, vuote, angosciate.

Questa malattia dell’infelicità è il segnale distintivo della fragilità della nostra epoca. Ma com’è possibile? Come siamo arrivati a questo punto?

Il peggior nemico dell’uomo moderno, vuoto di senso e di scopo, è la Noia, il “monstre delicat” diceva mirabilmente nel 1922 il poeta inglese T. S. Eliot nel suo bellissimo The Waste Land, La Terra Desolata: Tu, lettor, lo conosci quel mostro delicato, ipocrita lettore, mio pari, mio fratello!”

Ma è ancora così? Il nostro peggior nemico è ancora la noia? E’ questa noia la base della depressione come modo di essere nel mondo?

Il sociologo francese Erhenberg sostiene che la depressione oggi non si fondi più sulla noia, sulla incapacità di essere se stessi, senza il sostegno di ruoli e aspettative sociali ben definite.

Già, essere se stessi. Il dilemma della nostra società. Il dilemma di fronte al quale la maggior parte di noi cede. Cosa vuol dire essere se stessi? Voi lo sapete? Mi dareste qualche indizio?

Già nel 1867, Henrik Ibsen, il drammaturgo che così nitidamente ha descritto le contraddizioni più profonde della borghesia ottocentesca, nella sua opera Peer Gyntl, in cui si incrociano i temi cruciali del senso dell’esistenza umana e dell’impegno civile e morale, aveva fatto dire al protagonista: “Qual è il primo dovere dell’uomo? La risposta è breve: essere se stesso”.

Perchè, in effetti, questa storia dell’essere se stessi è un tema dominante, direi ossessivo, della borghesia moderna, che ha prodotto modelli di vita del tutto privatizzata, delegando esclusivmente all’individuo il raggiungimento della propria realizzazione personale, esponendolo così al rischio della solitudine e del fallimento.

La sua sensibilità si accorda con la sua coscienza umanitaria, ma se lei vuole rifiutare lei idee acquisite allora bisogna che le sostituisca con una morale personale, Raphael” dice una delle protagoniste durante la cena finale del film Il fascino discreto della borghesia.

Nelle società del passato gli individui definivano se stessi attraverso ruoli ed etichette sociali.

Dal sessantotto in poi, invece, caduti gli steccati del conformismo, è iniziata una sorta di ricerca individuale di sè, di la dà ruoli, etichette socialmente imposte, principi morali. E così, come nota Erhenberg, la depressione ha cominciato a prendere forma da un “senso di insufficienza, come complessa risposta al disagio esistenziale di non riuscire a realizzarsi, di non riuscire a cogliere le infinite opportunità di essere se stessi.

“Il depresso non si sente all’altezza, è stanco di diventare se stesso”, dice Erhenberg. Il depresso è un uomo in panne, incapace di decidere, di agire. E la depressione è diventata una malattia della responsabilità. Responsabilità della propria realizzazione. Infatti, i sintomi classici della depressione come la tristezza, il senso di colpa, la sofferenza morale hanno ormai ceduto il passo all’ansia, al senso di inadeguatezza, all’incapacità di iniziativa.

In una società in cui ci sentiamo tutti più o meno oppressi dalla necessità di mostrarci all’altezza, la depressione diventa allora la misura della distanza tra ciò che potremmo/vorremmo essere e ciò che effettivamente siamo, il segno dell’inconciliabilità tra l’efficientismo che la società ci richiede e le nostre fragilità, l’incapacità o l’impossibilità di decidere cosa voler essere, senza appoggiarci a principi generali o a ruoli socialmente prestabiliti, e di cercare in ogni modo di esserlo.

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E per questo mi amo

cactus4La nostra personalità è come una pianta. Se la pianta riceve le cure, la luce e il nutrimento adeguati cresce e si sviluppa in maniera equilibrata e rigogliosa e assume una forma armonica. Se la pianta non riceve cure adeguate, viene tenuta a lungo in un sottoscala o non viene annaffiata a sufficienza, cresce poco, con tronchi sottili e scarso fogliame, non dà fiori o frutti, e assume una forma disarmonica.

Quella forma disarmonica, però, è il disegno del percorso che la pianta ha compiuto giorno dopo giorno per cercare sempre di raggiungere la luce, quello spicchio di luce che arrivava dal lucernario del sottoscala, da una finestra con le serrande socchiuse, da un cielo che a stento si intravedeva in un angolo del giardino ricoperto di erbacce.

Ed è proprio in quella forma, così strana, a volte, disarmonica, c’è la storia della nostra personalità, la nostra vita.

Perché ognuno di noi, come una pianta, si muove sempre verso la luce, anche quando quella luce si intravede soltanto molto in lontananza. E come la forma della pianta rappresenta la storia del modo in cui la pianta si è difesa dalle ostilità dell’ambiente esterno, così la forma della nostra personalità non è altro che la storia del modo in cui ci siamo difesi, sin da bambini, dalle ostilità che abbiamo incontrato.

Così siamo sempre, in ogni momento, il risultato della nostra lotta per la luce, per il nutrimento, per l’amore, per la vita. E per questo dovremmo avere sempre, in ogni momento, rispetto di quel che siamo e profonda assoluta irrinunciabile compassione per noi stessi e per la nostra capacità di non arrenderci mai al buio, alla fame, alla solitudine.

Sono un essere umano. E ho lottato. E a volte ho perso. Ma ho sempre continuato a lottare. E a muovermi verso la luce. Anche quando quella luce era un puntino lontano in un oceano di oscurità. E per questo mi amo. E per questo mi rispetto. E per questo nessuno potrà mai togliermi la compassione, il rispetto, l’amore incondizionato per me stessa. E per chi, come me, continua a lottare, a camminare caparbiamente verso la luce.

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La Napoli di Caravaggio

Distogli lentamente lo sguardo dall’immenso dipinto di Caravaggio, Le sette opere della Misericordia, che troneggia sull’altare maggiore. Strizzi gli occhi prima di riabituarli alla luce sferzante del mezzogiorno e esci dal Pio Monte della Misericordia nel portico, dinanzi al complesso scultoreo della Madonna.

Ti arriva l’eco del chiasso di via dei Tribunale, l’antica plateia centrale dell’impianto urbano che rivelava l’origine greca della città.

La goccia di latte sulla bava del vecchio, i piedi lividi del cadavere portato alla sepoltura, l’ombra delle figure sulla prigione, il volto del carcerato che si spinge fuori dalle grate per succhiare il seno della sua donna andata a fargli visita, il bagliore di luce artificiale a rischiarare lo scorcio buio del rione, come una visione hanno colpito il tuo sguardo e la tua immaginazione ma non hai ancora capito bene in che modo, come con ogni emozione intensa che non passa per la coscienza.

Fuori la luce del giorno tiene i ostaggio la città. Il sole taglia le ombre sulle facciate dei palazzi. La città, afosa e vulnerabile, si sbatte e si gonfia di gente. Il rintocco delle campane vira nell’aria immobile, annunciando il mezzogiorno.

Se Dio esiste deve essere napoletano. E Caravaggio lo sapeva.

(Carmen Pernicola)

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Pio Monte della Misericordia

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Gli ultimi giorni di Pompei

gli-ultimi-giorni-d-pompei-epubAgli inizi del novecento il cinema scopre Pompei.

Il romano storico “Gli  ultimi giorni di Pompei di Edward Bulwer-Lytton si presta a bene a una trasposizione cinematografica, così nel 1908 Arturo Ambrosio e Luigi Maggi traducono nel nuovo linguaggio cinematografico la storia d’amore tra Glauco e Jone e la distruzione della città di Pompei in seguito alla terribile eruzione del Vesuvio, così come raccontate nel romanzo di Bulwer-Lytton.

Il film si distingue per gli effetti speciali, sorprendenti per l’epoca.

Seguono, negli anni, altre trasposizioni cinematografiche del romanzo: una prima viene diretta da Mario Caserini ed Eleuterio Rodolfi nel 1913, una seconda da Carmine Gallone e Amleto Palermi nel 1926. Entrambe colpiscono per gli effetti speciali all’avanguardia per l’epoca, con cui vengono rappresentati l’eruzione del Vesuvio, il crollo della città, la fuga di pompeiani.

In particolare la trasposizione del 1913 di Gallone e Palermi si distingue per il rigore filologico con cui viene realizzata la ricostruzione dell’ambientazione e delle scene nella città di Pompei, divenendo un cult del cinema muto.

Versioni successive della trasposizione cinematografica de “Gli ultimi giorni di Pompei” non si fanno notare per rigore filologico o originalità narrativa.

Tra queste ultime versioni quella del 1948 diretta da Paolo Moffa e quella del 1959 che segna l’esordio di Sergio Leone alla regia. 

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Napoli città aperta

Dai fasti del Palazzo Reale e dall’abbraccio di piazza Plebiscito, scendendo verso via Caracciolo, subito intravedi all’orizzonte la sagoma struggente e terrifica del gigante Vesuvio che dorme coi sensi all’erta sul mare. 

Arrivi sul lungomare con addosso la frenesia di una città cui il vulcano addormentato, ma sempre pronto a dare sfoggio della propria potenza, regala la saggia consapevolezza dell’effimero e del nulla, che agisce come vento che alimenta la fiamma e tiene acceso un desiderio ardente e prepotente di vita, di bruciante passione e bellezza.

E mentre ancora non ti sei abituato a questa frenesia, ti arriva come uno schiaffo in pieno viso, il Tirreno così aperto senza ritegno sulla città, e ti sembra di vedere in lontananza una nave fenicia. Invece è Capri.

Poi dalle torri di Castel dell’Ovo perdi i punti di riferimento, sei mare nel mare, il vento ti porta echi di civiltà lontane ma così vicine, così ancora dentro, sei a Partenope, e capisci perché Napoli è città aperta, il cui cuore non potrà mai essere servo di nessuno, perché appartiene al mare, perché batte al centro del mondo. 

(Carmen Pernicola)

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