La ricetta dell’amore

Lo ammetto. Sono una persona poco incline all’ordine, al conformismo, alla serialità. Mi piacciono le sfumature, le sfaccettature, le differenze, l’originalità. A scuola facevo il compito direttamente in bella copia, perchè avevo scoperto di non essere in grado di ricopiare fedelmente la brutta copia. Quando tentavo di ricopiare, scrivevo un altro compito. Così alla fine avevo due compiti ed ero indecisa su quale consegnare. Non riesco a copiare, nemmeno da me stessa. Forse per questo non amo gli abiti griffati. Seriali. No, non per snobismo, non è che li odio o non posso permettermeli (anche quello!), ma proprio non mi pongo il problema. Per me non esistono. Un vestito con lo stile di qualcun altro mi fa sembrare qualcun altro. O anche nessuno. Invece a me piace sembrare me, qualunque cosa voglia dire.
Di lavoro faccio l’esploratore. Esploratore di infiniti mondi possibili. Esploratore di animo umano. Degli infiniti mondi possibili dell’animo umano.
E non smetto mai di sorprendermi di quante variazioni esistano sul tema delle relazioni umane.
A volte, però, nella complessità di queste relazioni, nelle infinite variabili che le condizionano, un po’ mi perdo. Sento il bisogno di un piano, che, se lo rispetti, ti porta dritto verso un obiettivo concreto e realizzabile. Senza tutte quelle variabili che nelle relazioni, soprattutto nell’amore, fanno saltare i piani, spostano o cambiano continuamente gli obiettivi.
Allora cucino.
Amo cucinare perchè mi costringe a seguire le regole, le ricette, dandomi l’impressione di arrivare a un risultato concreto, tangibile. Le ricette sono equazioni matematiche. Se non le segui rischi che quello che stai cucinando venga troppo cotto, troppo salato, troppo dolce, poco lievitato, poco cotto, bruciato, immangiabile. Se le segui, ecco lì la tua torta che prende forma, da un impasto all’apparenza caotico, in realtà perfettamente congegnato.
Mi rifugio in cucina e penso: ma perchè non è così l’amore? Cento grammi di stima, trecento grammi di interessi in comune, attrazione fisica q. b. Basterebbe seguire la ricetta e via ecco pronto un bel soufflé. Invece no.

L’amore non è mai un’equazione. Non può esserlo. Perchè l’amore è relazione. Quindi risente di tutte quelle infinite variabili di cui dicevamo.
Se, da una parte, le emozioni, come la rabbia, la paura, la tristezza, il disgusto, la sorpresa, la felicità, sono risposte ad un aspetto specifico della relazione con l’altro e, come dice Maturana “(…) restringono la “visione”, l’amore è l’unica emozione che allarga la visione. Che risponde all’altro tutto intero. Perciò l’amore è la relazione per eccellenza.

Si dice di due che si amano, che hanno una relazione. In realtà, non hanno una relazione, sono una relazione. Anche se non hanno una relazione. Perchè non si può amare se non si entra in relazione con l’altro e non lo si riconosce come altro con cui ci si incontra e ci si confronta. L’amore senza relazione è una fantasia. Come l’amore per un divo del cinema o un cantante rock.

Il momento fondamentale dell’innamoramento è il momento in cui l’altro esce dalla massa indistinta degli esseri umani che incontri e diventa il tuo altro, di fronte a te, un altro essere umano con cui metti in condivisione emozioni. Diventa una relazione.

L’innamoramento è una epifania, in cui l’altro ci si manifesta nel suo universo emotivo e si sintonizza sul nostro, ci riconosce e ci accoglie dentro di sè.

Quindi l’amore è una relazione, per cui se non si stabilisce una relazione tra due persone non ci può essere amore.

Ci innamoriamo di chi ci ama. Tutto il resto non è amore, ma il tentativo di forzare l’altro ad amarci, a entrare in relazione con noi, come una cassaforte che non si apre e che contiene il tesoro della gratificazione al nostro bisogno di essere amati.

E se l’amore è una relazione, allora ci sono persone che non possono amare: sono quelle che non sono in grado di interessarsi davvero all’universo emotivo di un’altra persona e di instaurare, quindi, una vera relazione con un altro essere umano, mancandogli la capacità fondamentale di legittimare l’altro come persona altra e non come oggetto per la gratificazione delle proprie esigenze emotive.

Perchè una persona che si sintonizza sulle nostre emozioni resta sempre e comunque altro da noi, una persona che non solo non è tenuta a rispondere a tutte le nostre esigenze emotive e a gratificarci continuamente, ma anche che ha le sue emozioni, che aspettano un riconoscimento e un’accoglienza.

L’amore è accoglienza, ascolto, reciprocità.

La cieca ricerca di gratificazioni e di sedativi per le proprie insicurezze non è amore.

L’amore per potersi definire tale non può essere egocentrico. Perchè una relazione non può avere un solo centro, ma deve avere necessariamente due centri e la base di una relazione d’amore è proprio la capacità degli innamorati di spostarsi, di volta in volta, da un centro all’altro.

Una persona che esige esclusivamente una risposta ai propri bisogni emotivi, senza entrare davvero in relazione con l’altro, senza ascoltarne i bisogni, non ama, perchè non si relaziona. L’altro non lo vede come persona, ma come distributore automatico di gratificazioni ai propri bisogni frustrati.

L’accudimento non è amore.

La prima forma d’amore è quella tra madre e bambino. Una madre che accudisce non è necessariamente una madre che ama. L’amore si instaura soltanto quando tra la madre e il bambino si stabilisce una relazione sul piano emotivo, che si evidenzia dalla capacità della madre di sintonizzarsi sui bisogni emotivi del bambino e dalla risposta del bambino che si esprime nella ricerca di vicinanza, di contatto e nella sintonia di vocalizzi e parole, che suona come una dolce melodia.

Così anche tra adulti, un adulto che accudisce un altro adulto non è necessariamente un adulto che ama un altro adulto, se manca la comunicazione emotiva, la relazione

Il sesso non è amore.

Due persone che fanno sesso non necessariamente entrano in relazione tra loro sul piano affettivo ed emotivo. L’amore si instaura soltanto quando tra le due persone che fanno sesso si stabilisce una relazione sul piano emotivo, che si evidenzia, anche nel rapporto sessuale, sulla capacità di entrare in risonanza con le emozioni dell’altro.

L’amore non è sfruttamento dell’altro per la gratificazione di propri bisogni. Non è mero accudimento. Non è mero sesso. L’amore è relazione.

L’amore non è egocentrico. Come ogni relazione ha bisogno di due centri per esistere.

L’amore è l’incontro tra due universi emotivi, che si toccano, si comprendono. L’amore è compassione. Tutto il resto è solitudine.

Certo, se qualcuno di voi ha la ricetta, comunque, potrebbe farmela avere. Gliene sarei grata.

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Cibo, tabù e disturbi alimentari

Nulla nella storia dell’umanità è stato così tanto regolamentato da tabù e relative sanzioni come il cibo. Nemmeno la sessualità, che pure è regolamentata da molti tabù legati alla nascita e alla parentela, con il divieto di esogamia e di incesto.
Il cibo è vita e relazione. La mancanza di cibo è assenza di vita e di amore. Maneggiare il cibo significa entrare in contatto con la dialettica continua della vita con la morte. E, in quanto vittoria della vita sulla morte, il cibo assume nelle diverse culture un aspetto sacrale, che concerne in qualche modo il divino e diventa oggetto di venerazione e riverenza. Dai riti agricoli più antichi alle diverse religioni, resta sempre al centro di riti e tabù più o meno complessi.

Nulla nella storia dell’umanità è stato così tanto regolamentato da tabù e relative sanzioni come il cibo. Nemmeno la sessualità, che pure è regolamentata da molti tabù legati alla nascita e alla parentela, con il divieto di esogamia e di incesto.
L’esperienza clinica sempre più mi rivela quanto questi tabù entrino in gioco in maniera significativa nei disturbi alimentari che spesso costituiscono un meccanismo di difesa dal timore della colpa per aver trasgredito una norma morale, mangiando un cibo tabù.

Il disgusto è stato molto trascurato dalla psicologia, che se ne è occupata poco sia in termini generali sia per il suo ruolo nei disturbi alimentari. Paradossale circostanza, se si pensa che il disgusto è l’emozione di base più legata al nostro rapporto col cibo e con il rifiuto di alcuni alimenti. E questo scarso interesse della psicologia verso il disgusto continua ancora oggi, anche dopo che alcuni studi hanno suggerito che questa emozione potrebbe svolgere un ruolo rilevante nei disturbi alimentari (Gilbert, 1992; Power and Dalgleish, 1997; Phillips et al., 1998).

Eppure l’esperienza clinica mostra un ruolo determinante di una risposta di disgusto culturalmente appresa nei disturbi alimentari, risposta di disgusto strettamente collegata con il timore di essere “sporcati”, contaminati, fisicamente o moralmente, da cibi tabù perché peccaminosi lussuriosi o perché derivati da un gesto aggressivo come l’uccisione di un animale.

Perché voi non valete

Perché voi non valete

Uno dei miti sociali, legato a una filosofia inconscia, diventato oggi indiscutibile e sempre più profondamente radicato nella nostra cultura è quello che Naomi Wolf ha chiamato il mito della bellezza.

Questo mito della bellezza, che Naomi Wolf ha descritto nel suo best-seller “Il mito della bellezza: come immagini di bellezza sono usate contro le donne” (1991), esercita una forte pressione sociale sulle donne per conformarle ad un’idea di bellezza che non è nata dai loro reali bisogni né dalle loro personali inclinazioni ma è progettata artificialmente per farle sentire minorate.

“La bellezza non è fissata in canoni immutabili ma si esprime in modo diverso. Universale, non è un artificio ma fa riferimento piuttosto a una personalità, vera, profonda, forte. Le Ambasciatrici di L’Oréal Paris si caratterizzano per una propria sensibilità, uno stile unico e una personalità ben definita ma tutte hanno in comune un autentico carisma, un modo tutto loro di condividere una visione singolare della bellezza come mezzo di realizzazione personale, fonte di libertà e di superamento dei propri limiti.” (http://www.loreal-paris.it)

Abbiamo saputo così dalla celebre casa cosmetica L’Orèal, intanto, che la bellezza è per le donne un mezzo di realizzazione personale, ma anche che questa realizzazione personale passa attraverso il superamento dei propri limiti.

Chi lo ha deciso? Le donne? Ne dubito.

“Quanto più le donne si avvicinano al potere, tanto più si chiede loro un’autocoscienza fisica e la bellezza diventa la condizione necessaria per fare il passo successivo” scriveva Naomi Wolf vent’anni fa.

Che cosa è cambiato?

Che il gioco si è perfezionato.

Attraverso il meccanismo comunicativo subdolo del doppio legame.

Da una parte, cioè, a livello implicito, “stanno avvelenando la nostra libertà con modelli di bellezza animati da un odio contro se stessi, da ossessioni fisiche, dal terrore della vecchiaia e della perdita del controllo”. (Naomi Wolf – The Beauty Myth)

Dall’altra, a livello esplicito, lo fanno cercando di convincerci che, invece, stanno promuovendo l’autostima, l’assertività, la coscienza delle donne del proprio valore.

“Uso la colorazione più costosa al mondo perché io valgo” dice alcuni anni fa, per la prima volta, una testimonial pubblicitaria per incrementare le vendite della colorazione L’Oréal Préférence che costa un dollaro in più rispetto a quella della concorrenza. Tre parole che diventeranno negli anni un tormentone pubblicitario sulle labbra di donne molto belle.

E così si passa dai primi slogan degli anni ’20 in cui il chimico che poi avrebbe fondato l’Oréal lanciava provocazioni come “Sei troppo vecchia?” oppure “Tuo marito ti sposerebbe ancora?”, per reclamizzare Imédia, la rivoluzionaria tintura per capelli a presa rapida, al doppio legame del terzo millennio: sei una donna moderna che cura la sua bellezza per piacere a se stessa, non al proprio uomo. Perché tu vali.

“La bellezza dona alle donne fiducia in se stesse” diceva qualche tempo fa la modella Barbara Palvin, ambasciatrice per l’Oréal Paris.

Perché voi valete. E la bellezza vi dà fiducia in voi stesse. Perché la bellezza è un vostro diritto.

Che paura! Immaginate questo discorso al maschile. Impensabile. Eppure troppe donne ci cascano.
E l’industria cosmetica si nutre e al tempo stesso alimenta questo mito, facendo leva proprio su questo immaginario collettivo, in cui ancora l’emancipazione femminile passa attraverso il raggiungimento di standard sempre più elevati, di un’eterna bellezza, che non è più nemmeno capacità di seduzione, ma spesso, più orribilmente, annullamento della femminilità, attraverso la cancellazione delle forme femminili, e del tempo, nel mito dell’eterna giovinezza.

Finalmente alleggerite dalle pressioni di una vita materna e domestica, le donne vengono oggi controllate artificialmente attraverso il mito della bellezza costruito a tavolino dalle case di prodotti cosmetici e affermato attraverso il modello proposto dai media commerciali.

Ma, sempre Wolf ci ricorda che le donne meritano ” di poter scegliere di fare quello che vogliono con le loro facce e i loro corpi senza essere punite da un’ideologia che utilizza attitudini, pressioni economiche ed addirittura giudizi legali sull’apparenza delle donne per minarle psicologicamente e politicamente.”

Secondo Naomi Wolf, infatti, le insicurezze delle donne sono amplificate da queste immagini create ad uso e consumo delle multi-nazionali dell’estetica. Ogni giorno vengono introdotti nuovi prodotti per correggere i difetti delle donne creando un ciclo di ossessioni costruite per raggiungere uno standard di bellezza impossibile da raggiungere.

In un articolo dal titolo Come tornare single ed essere disinvolta, pubblicato sul portale style.it, che presenta le principali riviste femminili pubblicate in Italia, la psicologa sessuologa qualche tempo fa suggeriva: “Il fatto di non avere più un partner viene vissuto come un colpo inferto al proprio valore e all’autostima. È da qui che occorre iniziare”. Come? Ma è ovvio! Prendendosi cura del proprio aspetto, per esempio con un restyling del look e un’iscrizione in palestra. “Il cambiamento esterno è semplice da attuare, garantisce apprezzamenti immediati (indispensabili per chi ha bisogno di recuperare sicurezza) e ha il vantaggio di mettere in moto il cambiamento interiore”.

Ecco allora che se ti accorgi che un’altra donna sta cercando di prendersi il tuo uomo, non devi avere esitazioni e scendere in campo per riconquistarlo. Come? Ovviamente, suggerisce Tess Stimson nel suo libro Sconfiggi quella stronza, (Armenia), prima di tutto facendo un po’ di shopping per sorprenderlo con un look all’altezza e iscrivendoti in palestra, per perdere quei due chili di troppo e per scaricare la tua rabbia.

I media, non solo i media, ma anche e soprattutto i media, contribuiscono, così, alla formazione di un’autoimmagine negativa delle donne, condannate a confrontarsi continuamente con canoni di perfezione femminile, finché da sole non decideranno di ribellarsi a questa tirannia e di costituire un modello alternativo carismatico di affermazione femminile, che, rifiutando il confronto con canoni astratti e perfetti di femminilità, e riconoscendo come auto-distruttive le condotte di rifiuto del cibo, della sessualità, l’ossessivizzazione delle cure estetiche, l’imitazione acritica di modelli comportamentali maschili, saranno finalmente in grado di rovesciare il significato di norme di comportamento previste socialmente per le donne, sfasciare la sintassi del mondo e mescolare le carte da gioco.

La realtà, però, è che molte donne spesso vivono un radicale e profondo senso di falsità, la sensazione di non essere come sembrano, perché si sentono perennemente in difetto sul piano della bellezza esteriore e non danno valore alla cura del proprio corpo che mettono in pratica, perché non è mai abbastanza, né agli apprezzamenti, ai giudizi sociali positivi che ricevono.

Ciò permette di comprendere un altro vissuto costante e particolarmente spiacevole sotto il profilo soggettivo: la fobia dell’esposizione sociale. In presenza di altri, ancora troppe donne, molte più donne che uomini, si sentono vincolate all’esigenza primaria di apparire inappuntabili sul piano fisico. Il prezzo che pagano per soddisfare questa esigenza è spesso davvero troppo elevato, ed è quello di un formalismo, che le priva di ogni autenticità, non bilanciato, comunque, nemmeno dalla gratificazione per quella bellezza esteriore inappuntabile, che invece non sembra mai raggiunta.

Perché, nonostante un regime interiore così stressante, molte donne faticano a prendere coscienza che la loro condizione implica un disagio psichico? Ciò che sfugge, solitamente, è che quel regime non si basa su di una libera scelta, ma su una coercizione interiore, derivata da una estrema pressione sociale.

Invece di rendersi conto della trappola del mito della bellezza in cui sono cadute, molte donne lamentano vissuti di inadempienza e di inadeguatezza.

Uno sviluppo oggi più che mai rilevante di questo perfezionismo estetico è l’anoressia. La coesistenza tra questo disturbo del comportamento alimentare e tratti di personalità perfezionistici è a tal punto frequente che non sfugge a nessuno. Non si tratta però di un’associazione casuale, bensì dinamica. Il perfezionismo, l’ossessività legata al timore di apparire disgustosa e sporca perché grassa o in disordine, pre-esiste sempre all’anoressia, e questa, con le regole rigidissime che il soggetto si impone non solo a livello di dieta ma anche di stile di vita (iperattività cognitiva, ginnica, ecc.), non fa altro che rivelarlo.

Ben si adatta a questa situazione l’esortazione di Italo Calvino nel Castello dei destini incrociati: “Sono stanco che il sole resti in cielo, non vedo l’ora che si sfasci la sintassi del Mondo, che si mescolino le carte del gioco”.

Raccontate alle bambine e ai bambini la vera fiaba di Cappuccetto Rosso

Ora vorrei prenderla un po’ alla lontana e proporvi una storia di donne.

La storia narra di una mamma che chiede alla figlia di andare a far visita alla nonna che abita al di là del bosco e portarle un cestino di cose buone. Si tratta di una storia molto antica narrata già nella Francia del XIV secolo. La bambina è Cappuccetto Rosso. La storia è storia di donne. Come quasi tutte le fiabe. Le donne raccontano le fiabe. Le fiabe raccontano le donne.

Ed è il racconto di un rito di iniziazione. La bambina lascia la madre per andare a rinascere adulta, all’interno dell’ordine generazionale.

Che Cappuccetto Rosso sia una storia di donne e parli di un rito di iniziazione diventa evidente se si va a rileggere un’antica versione italiana della fiaba dal titolo La finta nonna, in cui Cappuccetto Rosso non viene mangiata da un lupo ma da un’orchessa e riesce a salvarsi grazie esclusivamente alla propria astuzia, senza l’aiuto di alcuna figura maschile esterna, come il cacciatore o il taglialegna.

Secondo Propp, in Le radici storiche dei racconti di magia, “il ciclo dell’iniziazione è il fondamento più antico della fiaba.

Ancora Propp, in “Radici storiche dei racconti di fate” affronta la questione delle origini e dell’evoluzione storica dei “motivi” di questo genere letterario, ipotizzando che l’origine delle fiabe sia rintracciabile nei rituali di iniziazione delle società di clan di cacciatori e raccoglitori.

L’origine delle storie sarebbe dunque orale, affondando sia nelle narrazioni che accompagnavano i riti di iniziazione, sia in quelle che tramandavano (e che via via nel tempo subivano parziali trasformazioni secondo il modificarsi dei gusti, dei costumi e della morale delle diverse epoche) le esperienze a quei riti collegate.
Nella fiaba, infatti, l’iniziazione appare come un’importante prova da superare, che all’eroe viene sottoposta da un nemico da sconfiggere.

E la piccola Cappuccetto Rosso, con indosso il suo mantello viene sottoposta a una prova da superare: affrontare il bosco e le sue insidie.

Come accade generalmente nei riti di iniziazione, anche quello che vive Cappuccetto Rosso include un processo guidato in cui chi è al più alto livello della gerarchia sociale, la nonna, guida l’iniziativa attraverso un processo di incremento di conoscenza.

Nelle diverse società in genere il diritto ai rapporti sessuali e alla riproduzione è determinato da una generazione sessualmente attiva che se ne riserva il monopolio. Tutto avviene, secondo l’espressione di Meyer Fortes a proposito dello statuto così particolare nel mondo del figlio primogenito, come se esistesse “un fondo limitato di vitalità maschile e di fecondità femminile” (M. Fortes, The first born, in “Journal of Child Psychology and Psychiatrics, 15, 1974), un capitale ristretto di forze procreatrici la cui gestione non può passare a una generazione se non a scapito della precedente. La forza vitale del figlio viene dal declino di quella del padre, la fecondità della figlia dal declino di quelle della madre.

Osserva Francoise Héritier in “Maschile e femminile. Il pensiero della differenza.” (Editori Laterza) che non è possibile mescolare le generazioni in questo ruolo senza che sia stato espresso l’assenso al trasferimento, né è possibile lasciar entrare senza un minimo di precauzioni la generazione che avanza nei ruoli e nelle funzioni della generazione che esce o permettere alla generazione che esce di affermare il monopolio dei suoi diritti; bisogna fare in modo che nessuna delle due parti in gioco “prenda il sopravvento” sull’altra, “tagli la strada” o la “attraversi”, la “scavalchi”, “passi davanti” o “prenda la sua parte”, espressioni metaforiche che sono tutte state utilizzate dagli informanti e riprodotte nei resoconti etnografici.

Propp, riferendo dei riti di iniziazione presso le antichissime società di clan scrive: “Si riteneva che durante il rito il fanciullo morisse e che quindi risuscitasse come un uomo nuovo. E’ questa la cosiddetta morte temporanea. La morte e la risurrezione erano provocate da atti raffiguranti l’inghiottimento e il divoramento del fanciullo a opera di animali favolosi. Si immaginava che egli venisse inghiottito da questo animale e, dopo aver trascorso qualche tempo nello stomaco del mostro, ritornasse alla luce, vale a dire fosse sputato fuori o vomitato. Per la celebrazione di tale rito si costruivano talvolta apposite case o capanne aventi la forma di un animale, le cui fauci erano rappresentate dalla porta. Il rito si celebrava sempre nel folto della foresta o della boscaglia.”

In Cappuccetto Rosso nonna e bambina, con una contemporanea morte e rinascita, entrano entrambe in una nuova fase della vita, attraverso la regola di progressiva espropriazione delle generazioni precedenti.

Come accade, poi, che la versione scritta più antica della fiaba, Le Petit Chaperon Rouge, apparsa nella raccolta di fiabe I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault stravolga la fiaba, negando alla bambina la possibilità di identificarsi e di diventare adulta?

Non a caso siamo nel 1967 quando Perrault trasforma Cappuccetto Rosso in una “una ragazza attraente e di buona famiglia” che finisce mangiata dal lupo insieme alla nonna, senza riuscire a salvarsi. Al termine del racconto, Perrault aggiunge pure una sua interpretazione della morale della fiaba, in cui coglie inspiegabilmente un contenuto sessuale.

“Da questa storia si impara che i bambini, e specialmente le giovanette carine, cortesi e di buona famiglia, fanno molto male a dare ascolto agli sconosciuti: e non è cosa strana se poi il Lupo ottiene la sua cena. Dico Lupo, perché non tutti i lupi sono della stessa sorta: ce n’è un tipo dall’apparenza encomiabile, che non è rumoroso, né odioso, né arrabbiato, ma mite, servizievole e gentile, che segue le giovani ragazze per strada e fino a casa loro. Guai! A chi non sa che questi lupi gentili sono, fra tali creature, le più pericolose!” (Le Petit Chpaeron Rouge, Charles Perrault, 1697).

MORALE

La novella dimostra chiaramente:

Che i fanciulli – e in ispecie le bambine,

Belle , vispe e carine –

Hanno torto a dar retta a ogni sorta di gente.

Così accade tuttora

Che il lupo tante e tante ne divora! …

State attente, ragazze …

Ci son dei lupi di tutte le razze! …

Ne conosco di quelli così discreti,

Docili, compiacenti, mansueti,

Che senza esprimer nulla;

Sperando pur di farla persuasa;

Dando la caccia a una bella fanciulla.

In piazza, alla finestra, in chiesa, in casa

E perfin nella camera da letto …

In lor non si riscontra alcun difetto;

Garbati in vista, onesti e grazïosi ….

Son quelli i lupi più pericolosi! …

(Perrault C., Il libro delle fate, con quaranta disegni di Gustavo Doré, (trad. di Yorick – P.C. Ferrigni), dono agli Abbonati del “Corriere della Sera”, ed. fuori commercio, Milano, Tipografia del Corriere della Sera, 1891)

Ma se la fiaba di Cappuccetto Rosso fosse nata per insegnare alle bambine a tenersi lontane dagli sconosciuti, per difendersi dalle aggressioni sessuali, perché il lupo non avrebbe manifestato le sue cattive intenzioni direttamente nel bosco, convincendo Cappuccetto Rosso a deviare dal retto sentiero, invece di fare tutta la fatica, totalmente antieconomica ai fini della narrazione, di anticipare Cappuccetto Rosso a casa della nonna, mangiarsi pure la vecchia nonnina, travestirsi da nonna per ingannare Cappuccetto e infine mangiarsi pure lei?

Nella versione di Perrault, ferma all’inghiottimento, la favola termina con una regressione della bambina, intrappolata nel ventre materno: non si verifica un’iniziazione al mondo adulto permessa dal cacciatore e poi da lei stessa in collaborazione con la nonna, come nel secondo finale dei Grimm. Nella fiaba proposta dai Grimm, infatti, un secondo lupo muore nella tinozza d’acqua preparata da Cappuccetto Rosso e dalla nonna: perisce per mezzo di un simbolo profondamente femminile, l’acqua, e sconfitto dalla loro astuzia. Questa vittoria è corrispettiva di un’evoluzione della bambina e dei suoi aspetti più immaturi e legati al principio di piacere: uscire dal grembo del lupo significa rinascere e salire ad uno stadio più alto dello sviluppo dell’Io.

Tutte le varianti di Cappuccetto rosso si distinguono da quella di Perrault, in quanto sembrano riti di iniziazione, in cui la bambina passa attraverso alcune prove e ne esce con un’accresciuta esperienza. Con Perrault si interrompe la narrazione del rito cannibalico, che sembra rimandare a un’originaria realtà rituale e subentra la versione moralistica e maschilista, che sarà ripresa poi da Collodi nella sua raccolta di fiabe “I racconti delle fate”, per entrare infine a far parte del nostro immaginario collettivo.

Come se non bastasse nel XIX secolo i fratelli Grimm, pur reintroducendo la rinascita della bambina, trasformano due versioni della fiaba in una storia principale e nel suo seguito.

Nella storia principale, col titolo Rotkäppchen, Cappuccetto Rosso e sua nonna vengono salvate da un cacciatore, che non è nemmeno interessato a salvare le loro vite, ma lo fa soltanto perché è interessato alla pelle del lupo.

Nel sequel Cappuccetto Rosso e sua nonna, grazie all’esperienza acquisita con il primo lupo, questa volta da sole, dopo aver appreso la lezione dal cacciatore, riescono a catturare e uccidere un altro lupo, alludendo alla evenienza che i lupi sessualmente aggressivi che una ragazza può incontrare per strada possano essere più di uno nel tempo. Sempre non si comprende il ruolo della nonna, in questa versione del lupo/stalker.

Eppure il tema della fiaba di Cappuccetto Rosso delle vittime che vengono estratte sane e salve dalla pancia di un animale favoloso ritorna anche in altre fiabe. Si trova quasi identico, con il lupo, nella fiaba russa Pierino e il lupo. Rappresenta una variante di un’idea almeno antica quanto il Libro di Giona. Si ritrova in Pinocchio, dove il burattino di legno incontra il padre Geppetto nella pancia della balena.

Volendo forzare, con un po’ di ironia, la lettura della vicenda, si potrebbe arrivare a pensare che la sostituzione da parte dei Grimm nella revisione finale del 1857 della fiaba del cacciatore con il taglialegna preluda all’arrivo, che avverrà di lì a pochi anni, della teoria del complesso di castrazione da parte di Freud, che darà il colpo di grazia.

L’interpretazione di Bruno Bettelheim in chiave freudiana della fiaba di Cappuccetto Rosso mostra chiaramente come lo stravolgimento in senso maschilista e fallocentrico della fiaba abbia raggiunto il suo apice con l’enorme condizionamento della psicanalisi sulla cultura del novecento.

Bettelheim riprende l’interpretazione della fiaba in chiave sessuale di Perrault e la porta al parossismo. Il lupo potrebbe incarnare dei desideri rimossi, sessuali ovviamente, riflette Bettelheim che non si dà pace sull’assenza del maschile nella fiaba, come se le donne non potessero avere diritto a una dinamica intrapsichica che gli è propria, autonoma dal principio maschile. Preoccupato di questa assenza Bettelheim afferma che “dal principio alla fine di Cappuccetto Rosso non si fa il minimo accenno a un padre. (…)” Questo però non gli suggerisce che, proprio per questo, la storia potrebbe riguardare una dinamica relazionale intergenerazionale tra le donne, la nonna, la madre e la figlia. No, gli suggerisce, invece, che “(…) il padre è presente, ma in forma nascosta. (…) Il padre è in effetti presente in Cappuccetto Rosso in due forme opposte: come lupo, che incarna i pericoli di violenti sentimenti edipici e come cacciatore nella sua funzione protettiva e salvatrice”. Dimenticando, tra l’altro che questa presenza salvifica del cacciatore è stata aggiunta ed è presente soltanto nella versione dei Grimm.

Come si vede, diventa sempre più scontato che le donne possano definirsi esclusivamente in termini di passività rispetto alla sessualità e non possano pensarsi né essere pensate come in grado di salvarsi e proteggersi da sole.

Più avanti Freud metterà in relazione, nell’analisi di un sogno di un bambino, suo paziente, il cosiddetto Uomo dei lupi, la favola di Cappuccetto Rosso con quella del Lupo e i sette capretti e Fromm. Commentando qFreuest’ultima favola dirà che: “il maschio è rappresentato come un animale crudele e astuto e l’atto sessuale è descritto come un atto di cannibalismo in cui il maschio divora la femmina” .

La versione di Cappuccetto Rosso di Gordiano Lupi, con un lupo terrorizzato da una Cappuccetto Rosso vestita come una prostituta e la cui seduzione è assolutamente mortifera e distruttiva, svela il terrore maschile verso la sessualità femminile, ma poco ha a che vedere con la fiaba.

Nel racconto di Angela Carter (1940-1992) The Company of Wolves Cappuccetto Rosso viene sedotta da un ragazzo che è un lupo mannaro e accetta di condividere con lui la sua natura carnale di lupo mannaro bruciando i vestiti nel caminetto .

Ce lo ricorda Bettelheim che “il pericolo per Cappuccetto Rosso consiste nella sua sessualità in boccio […] e una sessualità prematura è un evento regressivo, che porta alla superficie tutto quanto è ancora primitivo in noi e che minaccia di inghiottirci” .

Fromm arriva a teorizzare che il lupo venga “messo in ridicolo […] perché ha tentato di recitare la parte di una donna incinta, portando nel suo ventre esseri vivi” .

Una lettura di Erich Fromm vuole addirittura che “il cappuccetto di velluto rosso” sia un simbolo delle mestruazioni e quindi dell’inizio della fase della pubertà in cui la ragazzina si trova a dover affrontare il problema del sesso. “L’ammonimento di non allontanarsi dal sentiero” (…) è un chiaro avvertimento contro i pericoli del sesso e contro quelli di perdere la propria verginità”. E la nonna che c’entra?

Il lupo è visto come l’uomo, pronto a perpetrare la sua sessualità violenta sulla bambina. Ma il lupo non aggredisce la bambina nel bosco. E non si comprende perché, se l’intenzione del lupo fosse sessuale, dovrebbe mangiarsi anche la nonna e poi assumere le sue sembianze.

Eppure il lupo è un simbolo molto ricorrente nella tradizione occidentale, alla base anche di uno dei miti più noti della civiltà europea, quello della fondazione di Roma, in cui una lupa allatta Romolo e Remo i futuri fondatori di Roma.

Viviamo in una società nella quale è difficile che una persona qualunque veda il lupo in natura, ma nonostante questo è l’animale selvatico più presente nel nostro immaginario collettivo. Il lupo è citato nella Bibbia, nella Divina Commedia, nelle opere di Manzoni e Shakespeare, nelle immagini pubblicitarie e nei modi di dire, nei toponimi e nelle automobili.

La simbologia del lupo è fortemente ambivalente: da una parte il lupo, dal greco lykos, rimanda alla luce, lyké, al sole e nella mitologia è posto sempre accanto al dio iperboreo Apollo, come attestano Luciano, Giuliano Imperatore e lo stesso Virgilio che lo utilizza per designare Roma stessa, dall’altra parte nel poema sacro della tradizione scandinava, l’Edda, l’età del lupo è l’età oscura.

Ci troviamo, perciò, dinanzi a un simbolo molto potente di crisi, dal greco Krisis, che viene da krino, separo, momento che separa una maniera di essere o una serie di fenomeni da un’altra differente, parola che contiene in sé la separazione, la perdita e al tempo stesso la possibilità di una rinascita.

Dante Alighieri mette un lupo tra le tre belve che all’inizio del suo viaggio iniziatico gli sbarrano il cammino.

San Francesco converte il lupo orientando la sua ferocia naturale verso un atto collaborativo con la popolazione.

Un altro furto è compiuto alla mitologia femminile a favore di una mitologia maschile che continuerà a legittimare una diseguaglianza di potere tra i generi, attraverso la visione della donna, come essere passivo e debole, dalla sessualità oscura e pericolosa.

Toccherà alle donne non dimenticare che il lupo che gli viene incontro nel bosco è il lupo guerriero, la cui forza può essere creativa o distruttiva. E che nelle loro mani è il potere di scegliere, se attingere a quella potente forza creativa, per vivere con dignità e coraggio, o se sfruttare quella forza in maniera distruttiva, contro il mondo o contro se stesse.

Perché come “fra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cosa è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in sé stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo dei potenti” (Ernst Jünger), così fra il grigio delle donne docili, gentili, sottomesse, si celano le donne lupo, che non hanno dimenticato che cosa è la libertà.

E non soltanto quelle donne sono forti in sé stesse, ma c’è anche il rischio che, un bel giorno, esse trasmetteranno le loro qualità a tutte le altre e che il gregge femminile, si trasformi finalmente in branco. E’ da sempre questo l’incubo del potere maschile.

Un gruppetto di casalinghe nevrotiche

Nel 1963, anno decisivo per i movimenti radicali e democratici statunitensi, in contemporanea con il rapporto federale della Commission on the status of Women, che denunciava le pesanti discriminazioni che le donne subivano nel lavoro, nella giustizia, a causa della carenza di tutele sociali, chiedendo una nuova legislazione che potesse garantire un’equa retribuzione, il congedo per maternità, la costruzione degli asili nido, usciva il libro “La mistica della femminilità” di Betty Friedan.

In questo testo Friedan indicava con l’espressione “mistica della femminilità” il modello marito-figli-casa che veniva imposto alle donne senza tenere in alcun conto le loro aspirazioni a una vita lavorativa e sociale diversa e paritaria.

Friedan aveva inviato un questionario alle sue ex compagne di college, in occasione della ricorrenza dei 15 anni dalla laurea della “classe del 1942”, per dimostrare, dapprincipio, che un’istruzione adeguata non contrastava necessariamente con l’esercizio del ruolo di madre e di moglie.

Le risposte delle ex compagne di college, invece, erano state sorprendenti e avevano fatto emergere “the problem that has no name”, il problema che non ha nome, il senso di disagio e di frustrazione che segnava le loro vite, apparentemente agiate e confortevoli.

E Friedan avvertì l’esigenza di raccontare, per cercare di dare un nome, a quel problema che nome ancora non aveva. Questa esigenza di raccontare in pubblico la verità sulle donne, però, incontrò da subito enormi resistenze.

La mistica della femminilità, infatti, riuscì a essere pubblicato solo grazie alle forti insistenze dell’autrice dall’editore Norton, che non credeva in un testo che, come ebbe a dire, riguardava “a few neurotic housewives”, un gruppetto di casalinghe nevrotiche.

In realtà, il libro fu da subito un enorme successo editoriale: esaurite le prime 3.000 copie, ne furono vendute subito altre 60.000 nell’edizione hardcover, e, nel corso degli anni, complessivamente più di 1 milione e mezzo.

Le donne stavano scoprendo il desiderio di raccontare la propria verità e di essere raccontate pubblicamente.

E in migliaia scrissero a Friedan di essersi riconosciute nella descrizione offerta dal libro, di aver provato un senso di liberazione dall’angoscia e dalla frustrazione a cui adesso potevano dare un nome: la “mistica della femminilità”.

Finalmente cominciavano a riconoscersi in una narrazione che gli corrispondeva.

Nel 1963 Betty Friedan affermava che negli Stati Uniti si era arrivati al punto di massima tensione tra la realtà della vita femminile e l’immagine della donna che invece era continuamente proposta dai mass media e dalla cultura ufficiale.

Questa affermazione, a distanza di cinquant’anni, resta purtroppo ancora valida per le donne nel mondo e per le donne in Italia. E questo nonostante molte di esse abbiano a lungo combattuto per contrastare quegli stereotipi di genere che popolano l’immaginario collettivo e legittimano la gerarchia di genere, cercando di dar voce a contro-narrazioni, che, se fossero state davvero ascoltate e condivise, avrebbero davvero demistificato matrimonio, maternità, lavoro domestico, dando forma a un mondo diverso, in cui ogni individuo, uomo o donna che fosse, avrebbe potuto essere un po’ più libero. Libero di scegliere chi essere e come esserlo.

Ma la storia delle donne è storia di voci alternative, inascoltate, cancellate, emarginate. E’ storia di voci che hanno provato a raccontarsi e a raccontare il mondo visto da altri occhi, dai loro occhi, dai loro stessi occhi, cercando di uscire dalla campana di vetro in cui sono state per secoli rinchiuse e di abbattere quel muro invisibile che ancora oggi fa del punto di vista maschile sul mondo l’unico punto di vista possibile e dell’io narrante maschile l’unico io narrante possibile di ogni storia, maschile o femminile che sia.

Questa rielaborazione è stata evidente sin dai primi momenti in cui le donne hanno provato a raccontarsi in un modo diverso, consapevoli che solo su questa nuova narrazione di sé avrebbero potuto fondare la lotta per l’abbattimento dei tradizionali fondamenti socio-culturali che legittimavano, e legittimano, la diseguaglianza di potere tra i sessi.

Di recente La mistica della femminilità è stato ripubblicato, con un capitolo introduttivo in cui Betty Friedan afferma: “non si può andare avanti come se la questione riguardasse solo le donne. C’è una nuova urgenza che riguarda gli uomini, la loro identità virile e il loro modo di vedere se stessi e la società in cui vivono.”

Perché, anche se alcuni uomini si sentono assolti, tutti gli uomini sono lo stesso coinvolti.

Donne e doppio legame: da Sylvia Plath alle conigliette di Playboy.

Nel 1963, lo stesso anno in cui usciva La mistica della femminilità di Bettie Friedan, che contestava il modello marito-figli-casa che veniva imposto alle donne senza tener in alcun conto le loro reali aspirazioni a una vita lavorativa e sociale diversa e paritaria, Sylvia Plath, in La campana di vetro, raccontava al mondo il doloroso e irrisolto conflitto che le donne vivevano tra desiderio di affermazione individuale e ruolo sociale imposto dalla società. Già all’età di diciassette anni Sylvia scriveva a casa: “Ho paura di crescere. Ho paura di sposarmi. Non voglio ridurmi a cucinare tre pasti al giorno, essere intrappolata nel tran tran quotidiano. Voglio essere libera”.

E ancora nel 1963 Doris Lessing nella raccolta di racconti dal titolo “Tra donne” narrava dell’impossibilità della donna di trovare spazi autonomi all’interno della vita coniugale, senza per questo essere considerata pazza.

La protagonista del racconto La stanza 19, Susan Rawlings, sposata e madre di quattro figli, per sfuggire alla solitudine e alla frustrazione di una totale assenza di autonomia all’interno della vita matrimoniale, trova rifugio in un’anonima stanza di un alberghetto frequentato da prostitute, che finisce per appartenerle più della sua stessa casa: “quel senso di vuoto le scivolava deliziosamente nelle vene, come fosse il suo stesso sangue”. Scoperta dal marito, atterrito dalla “follia” della moglie, si ritrova costretta ad inventarsi un amante per rassicurarlo. Uscita dal ruolo di madre e moglie si ritrova costretta a indossare il ruolo di amante per non essere considerata pazza ed essere accettata dalla società-marito che le propone un menage a quattro, avendo anche lui un amante.

Appena quattro anni dopo usciva anche “Diario di una casalinga disperata”, in cui Sue Kaufman racconta la storia di Bettina Balser, che nella sua prigione casalinga si sente “paranoica come un vecchio pazzo” e dice di essere così depressa, personificando la mad houseweife, dove in mad c’è la pazzia, ma anche la rabbia, che cerca di calmarsi con pillole, vodka, bourbon e soffre di tante fobie che le impediscono di muoversi liberamente, dell’ascensore, della metropolitana, dei ponti, dei tunnel, delle barche, delle automobili, degli aerei, degli incendi, dei dentisti, dei parcheggi deserti, ma anche delle api, dei ragni, dei rapinatori, degli stupratori, delle onde anomale.

Bettina, detta Tina, ha studiato letteratura al college, la sera legge La Recherche e i Buddenbrook e Flaubert, per un periodo della sua vita ha anche dipinto e frequentato la bohème artistica del Village, ma si sente sola, vuota, disperata nella prigione dello stereotipo della casalinga bella e realizzata, cui la società le chiede di conformarsi.

Si fa curare da uno psicanalista che pure, per undici lunghi anni, prova ad accompagnarla verso la “piena realizzazione del suo destino di femmina”, di moglie e madre.

Bettina si è sposata con un bell’avvocato. Matrimonio d’amore. Ha un tenore di vita agiato. Una bella casa in Upper West Side, due bambine, un cane, una cameriera. Ma il bell’avvocato pensa solo al lavoro, il sesso si riduce a poche “rotolatine nel fieno”.

La solitudine la travolge. Insieme a una lunga serie di compiti femminili da assolvere. E allora Bettina prova a tenere un diario. E scrivendo comincia ad arrabbiarsi, a guardare in faccia le sue paure. A prendere coscienza.

Le donne cominciavano a raccontarsi pubblicamente, non a caso scegliendo spesso la forma del diario, a dire a se stesse e agli altri della grande solitudine in cui le confinava lo stereotipo della “soave prigionia domestica della donna”, che Betty Friedan aveva definito “mistica della femminilità”.

Questo raccontarsi non era un passatempo, ma il risultato dell’esigenza profonda e urgente di rinegoziare e di veicolare, attraverso l’auto-narrazione, nuovi significati condivisi. Perché, come dice Callieri, “…noi non siamo altro che la storia che raccontiamo di noi stessi e la nostra identità narrativa si costituisce mediante la nostra storia”.

Le donne cominciavano a raccontarsi. Per costruire la loro identità.

E, no. Non sarebbero state ascoltate.

Fu prima di tutto la stampa femminile, che per gran parte delle donne italiane negli anni cinquanta del novecento costituiva la sola forma di istruzione, a tradire le proprie lettrici, scoraggiando e ridicolizzando i primi segnali del desiderio delle donne di avere più spazio, nel privato e nel pubblico e offrendo un contributo incredibile al rafforzamento di quello stereotipo della mistica della femminilità, che le donne avevano cominciato a cercare di smantellare.

Nella sua fase di massima espansione, dovuta all’aumento della propensione al consumo delle famiglie reso possibile dal miracolo economico, la carta stampata, non solo quella femminile, la cui funzione principale era e resta quella di indurre i consumi, scelse, infatti, di raccontare i nuovi primi accenni di protagonismo delle donne nella vita culturale, sociale e politica come conseguenza nefasta di un rilassamento morale della società. E contribuì a diffondere l’utilizzo del termine “emancipata” in maniera dispregiativa, alludendo con esso alla donna disinibita, di costumi troppo liberi, o anche alla donna intellettuale, impegnata e asessuata.

Già ai primi tentativi delle donne di dire: “Ecco chi siamo, ecco come ci vediamo”, l’industria mass-mediatica non rifiuta né discute la nuova narrazione che le donne fanno di sé, ma più radicalmente e violentemente nega loro il diritto a esistere, a raccontarsi secondo un punto di vista che sia loro, personale, e non sia quello maschile.

La stampa e, prima di tutto la stampa femminile, da subito lascia intendere che quello che molte donne vanno affermando su se stesse e quello che potranno affermare su se stesse in futuro non ha valore, non ha importanza, non ha peso, in quanto sono proprio le donne stesse che non hanno valore, non hanno importanza, non hanno peso.

“Si insinua che l’origine di tutte le difficoltà che le donne incontrano e hanno incontrato starebbe nel fatto di aver sempre invidiato gli uomini e cercato di imitarli, invece di accettare la propria “natura”, la quale, però, può realizzarsi solo al prezzo di una passività prima di tutto sessuale, e nella subordinazione al maschio, nell’amore materno”, scriveva Nozzoli a proposito delle riviste femminili degli anni cinquanta Nozzili (Nozzoli S., “Donne si diventa”, Milano, Vangelista editore, 1973, p. 211-21.

Ma già nel 1953, appena dieci anni prima della pubblicazione de La mistica della femminilità, mentre la rivoluzione degli angeli del focolare covava ancora sotto la cenere, ma lanciava i primi segnali di sé, un certo Hugh Hefner aveva avuto la brillante idea di fondare a Chicago una rivista pensata soprattutto per il pubblico maschile eterosessuale, che in breve tempo era stata distribuita in ogni parte del mondo.

La rivista era Playboy.

Il primo numero di Playboy uscì nel dicembre del 1953. Costava 50 centesimi di dollaro e vendette subito più di cinquantamila copie grazie anche al paginone centrale occupato dalla fotografia di una giovane esordiente: Marilyn Monroe.

L’anno dopo, sul numero di luglio della rivista, apparve la prima Playmate, la coniglietta protagonista della foto in grande formato del paginone centrale. Era una delle segretarie e amanti di Hefner. Era completamente nuda.

Erano gli stessi anni in cui conosceva un enorme successo negli Stati Uniti, il libro dello psicanalista Wilhelm Reich: La rivoluzione sessuale.

Reich, che tra il 1920 e il 1930 aveva ha animato il movimento “Sexpol”, individuava nella diffusione della propaganda nazifascista lattivazione di pulsioni inconsce repressive e patriarcali e stigmatizzava l’involuzione reazionaria della politica e della società sovietica, che aveva ripristinato la legge contro l’omosessualità, ostacolato l’aborto e restaurato il matrimonio e la famiglia coattiva.

Negli anni ’30 a Vienna, Wilhelm Reich aveva diretto, per un po’ di tempo, un Consultorio di Igiene Sessuale, che offriva servizi medici e psicologici gratuiti a coloro che non erano in condizioni di pagare per riceverli. Da questa esperienza diretta, Reich era giunto alla conclusione che i disturbi psichici fossero provocati dalla repressione sessuale imposta dalla società borghese e che fosse necessario un percorso individuale di affrancamento dall’educazione borghese che reprime il bambino e mantiene lo status quo attraverso la repressione della sessualità.

Ed erano gli stessi anni in cui veniva commercializzata la pillola anticoncezionale e veniva approvata la legge della senatrice Angela Merlin, che imponeva la chiusura delle case di tolleranza e aboliva la regolamentazione della prostituzione in Italia, ma anche istituiva il primo corpo di polizia femminile.

Per l’approvazione di questa legge ci erano voluti ben nove anni di iter legislativo, durante i quali non solo i regolamentisti, ma anche gli abolizionisti, si erano serviti di ogni sorta di argomentazione a favore della naturale tendenza della donna al peccato e alla corruzione dei costumi.

La pornografia nacque, così, proprio nello stesso momento in cui le donne stavano cominciando a chiedere maggiore rispetto per il loro corpo e per il loro diritto all’autodeterminazione nella sessualità.

A tempo di record Playboy diventò la rivista più distribuita negli Stati Uniti, con più di sei milioni di lettori, giocando un ruolo determinante nella costruzione dell’immaginario collettivo rispetto al corpo femminile, proponendone la mercificazione e legittimando il punto di vista maschile nell’eros come l’unico punto di vista possibile.

Proprio nel momento in cui le donne cominciarono a chiedere maggiori diritti e rispetto, i mezzi di comunicazione di massa confusero, annebbiarono, oscurarono, mascherarono la ribellione e il desiderio di emancipazione, mettendo le donne in quelle situazioni di doppio legame, nelle quali ancora oggi sono imprigionate, esprimendo il rifiuto della Nuova donna – quella figura negativa dell’immaginario maschile, non con un attacco diretto, ma attraverso la delegittimazione e la disconferma.

La pornografia, infatti, così come si diffuse negli anni cinquanta, non era una forma di comunicazione che “squalificava” le donne, attraverso il messaggio implicito di una loro mancanza di valore: per me tu non hai valore, ma riconosco comunque la tua esistenza, le tue emozioni, i tuoi sentimenti, i tuoi desideri, il tuo pensiero, anche se non lo condivido. Era invece una forma di comunicazione che implicitamente trasmetteva il messaggio: tu, in quanto donna, non esisti come persona, sei solo un corpo, da mostrare, da usare, senza emozioni, senza sentimenti, senza desideri, senza pensiero.

Una risposta chiara, diretta: “Non siamo d’accordo, come donne siete inferiori, ci teniamo al nostro potere e non siamo disposti a dividerlo con voi” sarebbe stata chiara e avrebbe potuto aprire un confronto su fatti concreti, la disconferma delle donne esprimeva, invece, il messaggio implicito: “Voi donne non esistete come entità autonoma, indipendente, capace di formulare giudizi su voi stesse o su chiunque”. In altre parole: “voi donne non avete significato”.

Attraverso servizi fotografici, calendari e paginoni centrali, le conigliette di Playboy, popolano ormai da più di cinquant’anni i sogni di milioni di uomini.

Quel che è molto interessante è che il doppio legame di accettazione, a parole, del desiderio di emancipazione e libertà femminile e la disconferma, nei fatti, delle donne come soggetto “pensante” e quindi in condizione di esigere tali emancipazione e libertà, fu espresso con chiarezza proprio da coloro che attribuito o a Playboy un ruolo importante nel movimento sociale passato alla storia come rivoluzione sessuale e dallo stesso Hugh Hefner, che arrivò ad affermare che “il movimento femminista, figlio della rivoluzione sessuale, di Playboy è stato parte integrante. A un certo punto ci si è confusi le idee pensando che la liberazione sessuale e l’emancipazione della donna fossero due idee in conflitto tra loro. Una follia oggi professata solo da una minuscola fetta, anti-storica e anti-Playboy, del femminismo. Che si rifiuta di ammettere che la prima beneficiaria della nostra rivoluzione è stata la donna, storicamente cittadina di serie B anche a letto”.

La liberazione sessuale della donna, che la donna ricerca in quanto autodeterminazione sul proprio corpo, diventa così liberazione sessuale della donna dal punto di vista maschile, che si fa finalmente oggetto di piacere consenziente. Consenziente di essere oggetto di piacere, ma soprattutto di essere e restare, comunque, oggetto.

Eppure, nonostante le conigliette e i corpi delle donne venduti a tranci sui banchi del mercato della pornografia e le resistenze di un analfabetismo sessuale e affettivo, figlio di un rigido conformismo e puritanesimo, la ribellione degli angeli del focolare continuò a covare sotto la cenere.