Che cosa si intende per Neurodiversità

Negli anni novanta, la sociologa Judy Singer coniò un nuovo termine per descrivere condizioni neurologiche come autismo, dislessia, Adhd. Il nuovo termine era neurodiversità.

Con questo termine Judy Singer esprimeva l’idea secondo cui secondo cui differenze neurologiche come autismo, dislessia, ADHD possano essere il risultato di normali variazioni che si verificano naturalmente nel genoma umano e non di patologie.

Questa ipotesi propone un modo nuovo di guardare a condizioni neurologiche che sono state tradizionalmente lette e interpretate secondo il modello della patologia. La possibilità di effettuare questo passaggio è un’ipotesi non universalmente accettata, ma sempre più supportata da evidenze scientifiche, che suggeriscono che condizioni come, ad esempio, l’autismo, emergano per effetto della combinazione di una predisposizione genetica e di interazioni ambientali e siano state stabilmente presenti nella storia umana già da molto prima che si cominciasse a definirle e a misurarle.

  Judy Singer fondò anche un movimento per la tutela della neurodiversità, ispirata dall’opera di Oliver Sacks e dai suoi studi sull’autismo, supportati da Temple Grandin. Il movimento si proponeva di diffondere una concezione della neurodiversità che non partisse da correlati clinico-patologici che, a oggi, non hanno trovato riscontro, ma da una naturale differenza tra i cervelli degli esseri umani.

Il termine neurodiversità è ispirato a quello di biodiversità e richiama l’attenzione sulla naturale differenziazione biologica tra gli individui di una stessa specie. Anche se il termine neurodiversità si è diffuso originariamente all’interno della comunità autistica, il paradigma della neurodiversità non riguarda soltanto i disturbi dello spettro autistico, ma riguarda l’intero spettro delle variazioni neuro-cognitive umane.

Negli ultimi anni questo termine è andato sempre più diffondendosi, aprendo la strada a una diversa comprensione del cosiddetto spettro autistico, ma anche di condizioni neurologiche come la dislessia, l’iperattività, il deficit di attenzione.

Gli esseri umani non sono tutti uguali dal punto di vista genetico. Così come non sono tutti uguali tra loro gli animali appartenenti ad altre specie. Esiste un certo grado di differenza tra i genomi dei diversi individui di una specie, che gli scienziati chiamano diversità genetica intra-specifica. Tali differenze genetiche sono la materia prima sui agisce la selezione naturale e sono alla base della gran parte di biodiversità che oggi possiamo osservare.

La diversità genetica non coinvolge solo gli individui singoli, ma riguarda gruppi di individui con caratteristiche particolarmente affini all’interno della stessa specie. Questi gruppi, detti popolazioni, condividono lo stesso pool di geni e si mantengono più o meno isolate le una dalle altre, in genere attraverso barriere geografiche.

La diversità genetica di una popolazione è alla base della diversità fenotipica, cioè delle differenze osservabili tra gli individui. La diversità genetica deriva dal fatto che nel corredo genetico delle specie si generano differenze, dovute a modificazioni delle sequenze del DNA tra un individuo e l’altro. Queste differenze sono ereditate e si accumulano con quelle che si erano prodotte nelle generazioni precedenti, creando appunto la diversità genetica di una popolazione o di una specie.

Il concetto di neurodiversità nasce proprio dall’ipotesi secondo cui condizioni come autismo, dislessia, Adhd possano essere il risultato di questa diversità genetica all’interno della specie umana.

Come dice Steve Silberman, nel suo libro Neurotribù, un modo per comprendere la neurodiversità è quello di ragionare in termini di sistemi operativi umani diversi, anziché di etichette diagnostiche come dislessia e Adhd.

Il cervello umano è un organo di una complessità unica, risultato di numerosi processi evolutivi, che hanno reso possibile il successo evolutivo della nostra specie. Ed è anche un organismo con una capacità di adattamento enorme, esperto nel massimizzare le proprie possibilità di successo anche dinanzi a limitazioni molto severe. Oggi gli scienziati si stanno chiedendo se gli stessi meccanismi che hanno contribuito all’evoluzione del cervello umano possano essere gli stessi meccanismi coinvolti nella patogenesi di alcuni disturbi mentali.

Diverse ipotesi sono state avanzate nel corso degli anni, per cercare di spiegare perché tratti fenotipici con effetti negativi sulla fitness, come disturbi psicotici o dell’umore, non siano stati eliminati dalla selezione naturale. Gli alleli che comportano effetti importanti sulla predisposizione alla malattia mentale, infatti, dovrebbero essere sotto selezione negativa, almeno quando vanno a interferire con la fitness riproduttiva. Invece, nel caso di alcuni disturbi mentali questo non accade o, meglio, accade soltanto quando si tratta di alleli rari o di nuove mutazioni associate con disturbi psichiatrici.

Molto interessante, ad esempio, è il caso della schizofrenia, dinanzi alla quale gli scienziati si chiedono come sia possibile che abbia accompagnato gli essere umani attraverso la loro lunga storia evolutiva, pur determinano effetti negativi sulla fitness. Una delle ipotesi oggi più accreditate è che la schizofrenia sia un sottoprodotto della complessa evoluzione del cervello umano e un compromesso evolutivo per poter permettere lo sviluppo del linguaggio, del pensiero creativo, delle capacità cognitive.

Allo stesso modo, nel caso dei disturbi dello spettro autistico, alcuni scienziati hanno ipotizzato che le varianti genetiche legate allo sviluppo di tali disturbi possano essere state favorite dalla selezione naturale, perché associate a un miglioramento delle capacità cognitive.

Questa affascinante e controversa ipotesi era già emersa in diversi studi di carattere antropologico. Oggi, però, è stata confermata da un’analisi genetica su più di 5000 soggetti con diagnosi di disturbo dello spettro autistico e pubblicata su PLOS Genetics da Renato Polimanti e Joel Gelernter della Yale School of Medicine (http://journals.plos.org/plosgenetics/article/related?id=10.1371/journal.pgen.1006618).

I ricercatori hanno scoperto che le varianti geniche associate ai disturbi dello spettro autistico sono associate anche a un elevato livello intellettivo. Sono implicate, ad esempio, nei processi molecolari alla base della formazione di nuovi neuroni.

Può risultare difficile immaginare perché molte varianti genetiche si sono conservate in una popolazione umana anche potendo essere la causa dello sviluppo di disagio mentale. L’ipotesi di questi ricercatori è che nel corso dell’evoluzione tali varianti genetiche implicate in un miglioramento delle funzioni intellettive siano state selezionate positivamente e che tale selezione, a vantaggio della specie, abbia avuto un costo a livello dell’individuo, con un maggiore rischio per il singolo portatore di queste varianti di sviluppare disturbi riconducibili allo spettro autistico.

Il concetto di neurodiversità si fonda proprio sulla constatazione che ogni cervello è irripetibile, plasmato dalla diversità genetica, dalla variabilità delle influenze ambientali e dalla indeterminatezza dei processi biologici che presiedono al suo sviluppo.

Quando si parla di neurodiversità oggi se ne parla ancora in termini di patologia. Dinanzi a ogni allontanamento dagli standard sociali dominanti ci si aspetta che sia il risultato di un malfunzionamento, di un trauma, di una patologia. Eppure la diversità è essenziale in natura. La diversità è la garanzia di sopravvivenza della specie. La neurodiversità non è un’opinione. E’ un fatto biologico. E la diversità tra cervelli, una caratteristica della biologia della specie umana.

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La musica della fiducia

La parola fiducia è una parola che esprime un concetto astratto, complicato da definire. Se chiedessi a ognuno di voi cosa significa fiducia, molto probabilmente riceverei risposte anche piuttosto diverse tra loro.

E allora cominciamo dall’inizio.

Da dove nasce la parola fiducia?

La parola italiana “fiducia” arriva dal latino “fidere“, avere fede.

La parola spagnola “confiança” arriva dal latino “confidentia“, a sua volta derivata dal verbo “confidere“, formato da “com” e “fidere“, credere, derivato da “fides“, fede.

La parola francese “confiance“, arriva dal latino “confidentia“, con la francesizzazione “fiance”.

Già questo breve e sommario excursus ci mostra come il concetto fiducia nasca dal concetto di fede, di avere fede, di credere che sia possibile affidare qualcosa di prezioso per noi a qualcuno, che vorrà e saprà conservarlo con cura e rispetto.

Pensate quando quel qualcosa di prezioso per noi è un segreto, una confidenza, appunto. Fidarsi è credere che quella persona cui vogliamo o dobbiamo affidare quel nostro segreto, quella nostra confidenza non la divulgherà ne’ la utilizzerà contro di noi.

Ma chi ce lo assicura? Nessuno.

Per questo la fiducia è un atto di fede. Perché non c’è un patto scritto, un contratto, un accordo formale. E anche se ci fosse, non basterebbe per dare fiducia. Anzi, minore è la fiducia, maggiore è l’esigenza di formalizzare, mettere per iscritto, aggiungere clausole, per proteggersi nel caso di fallimento o tradimento del patto che si sta sottoscrivendo. La fiducia si fonda su una nostra convinzione profonda più che su prove a favore. E si origina dall’incrocio tra la nostra capacità di fidarci e la capacità dell’altro di ispirarci fiducia.

Ecco perchè la fiducia è una visione del mondo, un insieme di nostre credenze sul mondo.

La nostra visione del mondo può fondarsi sull’idea di un mondo abbastanza affidabile, che ci porta a una fiducia sincera e profonda e ci permette di credere possibili e veri beni intangibili come la bontà, l’onestà, l’amore di qualcuno. Oppure  può fondarsi sull’idea di un mondo abbastanza inaffidabile, che ci porta a una generale mancanza di fiducia, che non ci permettere di credere possibili ne’ veri beni intangibili come la bontà, l’onestà, l’amore di qualcuno, anche quando questi, benché intangibili, si palesano attraverso le azioni.

L’estremizzazione della visione del mondo fiduciosa porta a quello che da alcuni è stato definito come “Sindrome di Pollyanna”.

Pollyanna Whittier è una bambina di undici anni, protagonista di un classico della letteratura dell’infanzia, scritto da Eleanor Hodgman Porter nel 1913.

Rimasta orfana di entrambi i genitori, la bambina va a vivere da una zia molto severa, che accetta di occuparsi di lei non per affetto, ma solo per senso del dovere.

Pollyanna, che si affida a un ottimismo incrollabile, appreso dal padre attraverso quello che chiamava “il gioco della felicità”, mantiene la fiducia e l’ottimismo anche quando i genitori muoiono o quando lei stessa in un incidente perde l’uso di entrambe le gambe e trascorre una lunga convalescenza in ospedale. 

Nel 1960 il romanzo diventa un film diretto da Dabid Swift, dal titolo Il segreto di Pollyanna, e poi un cartone.

L’estremizzazione della visione del mondo fiduciosa porta a qualcosa di simile all’ottimismo ingenuo e fanatico di Pollyanna.

Dall’altro versante, l’estremizzazione della visione del mondo non fiduciosa porta a una costante sospettosità nei confronti del mondo, che può sfociare in una visione paranoica profondamente disturbata e disturbante.

Nel mezzo, una serie di visioni del mondo che si avvicinano alla visione fiduciosa o alla visione non fiduciosa, affidandosi all’esame di realtà.

Possiamo avere fiducia senza trasformarci in Pollyanna.

Possiamo non avere fiducia senza trasformarci in paranoici deliranti.

E possiamo fare questo grazie all’esame di realtà, cioè ricordandoci sempre di distinguere tra le informazioni provenienti dal mondo esterne e quelle provenienti dal nostro mondo interno, cercando di evitare la confusione tra la mancanza di affidabilità che percepiamo dalle parole, dagli atteggiamenti, dai comportamenti di una persona e la nostra difficoltà a fidarci, anche davanti a persone che, invece, ci trasmettono segnali di affidabilità.

Si comincia, così, a delineare più chiaramente cos’è la fiducia: una visione del mondo fondata sulla credenza secondo cui il mondo è un posto abbastanza affidabile, in cui esistono persone mosse da buone intenzioni, capaci di proteggere e di conservare adeguatamente un bene prezioso per noi che vogliamo o dobbiamo affidargli in un momento della nostra vita, senza lasciare che questo bene prezioso sia rovinato, rubato, distrutto, utilizzato per scopi diversi e malevoli.

Se si condivide questa definizione, si comprende come la capacità di fidarsi sia fondamentale per ognuno di noi, data la nostra condizione di esseri umani naturalmente dipendenti dagli altri in molte fasi della nostra vita.

Se sostituite nella definizione all’espressione bene prezioso, una confidenza, un sentimento d’amore, un figlio, vedrete il concetto astratto di fiducia trasformarsi subito in un’esperienza concreta che appartiene profondamente, in ogni momento, alla nostra vita vissuta.

Provate a pensare cosa accade quando il bene prezioso che affidiamo a qualcuno è la nostra stessa vita. No? Non lo fareste mai? Non affideresti mai la vostra vita a qualcuno? Eppure lo avete già fatto. E lo fate continuamente.

C’è, infatti, un momento in cui il bene più prezioso che abbiamo, la nostra vita, è affidato a qualcun’altro, completamente. Senza che possiamo scegliere di farlo o non farlo. Questo momento è anche molto lungo. Va dal giorno in cui siamo stati concepiti alla fine della nostra infanzia, se va bene.

Ecco, il neonato è l’essere che più di tutti affida la propria vita a qualcuno. E non lo fa per scelta. Lo fa perchè la natura ha stabilito così. Non lo fa perchè ha fiducia. Ma è proprio in quei momenti che impara la fiducia. O non la impara.

Io uso spesso la metafora della radio per illustrare questo concetto. Le vecchie radio che avevamo nelle nostre case prima della rivoluzione digitale avevano una manopola, che usavano per sintonizzarci sulla nostra stazione preferita. Anche le radio digitali lo fanno, ma si nota meno senza manopola.

Ecco, un bambino appena nato è come una radio. Emette delle frequenze, dei segnali, che poi sono segnali dei suoi bisogni fisici ed emozionali. Se va tutto liscio, ci sarà un adulto che girerà la manopola, cercando di sintonizzarsi su quelle frequenze, su quei segnali. Ne va della sua vita. Della sua sopravvivenza fisica, ma anche mentale.

E’ lì che impara la fiducia. Sei un cosino piccolo, completamente dipendente da un’altra persona. E non puoi parlare. Non puoi spiegare a parole quello di cui hai bisogno. Puoi solo inviare segnali. Segnali non verbali. E c’è dall’altra parte qualcuno che deve interpretare questi segnali. Se questa interpretazione riesce e i tuoi segnali vengono compresi e soddisfati, impari a fidarti. Se questa interpretazione fallisce e i tuoi segnali non vengono compresi e quindi non vengono soddisfatti, oppure vengono compresi ma, per qualche motivo, comunque non soddisfatti, impari a non fidarti. Se sopravvivi.

Se il bambino sperimenta che esiste una persona nel mondo, accanto a lui, in grado di girare la manopola e sintonizzarsi sulla sua frequenza finché dalla radio non esce una musica limpida e senza interferenze, allora impara a fidarsi, impara ad avere fede. 

Se il bambino sperimenta che la persona o le persone da cui dipende non sanno usare la radio e non riescono a sintonizzarsi sulle sue frequenze, pur mostrando la volontà di farlo girando la manopola, impara che nel mondo, nel suo mondo che per lui è tutto il mondo, ci sono solo persone che non riescono a sintonizzarsi sulla sua frequenza, per le quali lui è soltanto una radio gracchiante che emette un segnale confuso, e impara a non fidarsi, a non avere fede.

Ecco, alla fine, la fiducia è una questione di musica. E’ una questione di armonia.

Se la comunicazione madre-bambino funziona armoniosamente, nasce la musica della fiducia.

Se la comunicazione madre-bambino è piena di interferenze e di rumori disturbanti, nasce il rumore della non fiducia.

Se la comunicazione madre-bambino è invece una comunicazione violenta, disturbata, è la catastrofe psicologica.

Dove madre sta per madre e altre figure di riferimento. Prima di tutto la madre, ma non solo la madre.

Allora, da un lato ci sono persone che imparano la fiducia, perchè hanno affidato il loro bene più prezioso, la propria vita e la propria crescita emotiva a figure di riferimento, che sono state in grado di proteggerle.

Da un altro lato ci sono persone che non hanno imparato la fiducia perchè hanno affidato il loro bene più prezioso, la propria vita e la propria crescita emotiva, a figure di riferimento che non sono state in grado di proteggerle adeguatamente. Probabilmente, hanno anche soddisfatto bene o male i loro bisogni fisici, se sono ancora qui, ma non quelli emozionali.

E poi ci sono tante persone in situazioni intermedie, che hanno imparato la fiducia, perchè hanno affidato il loro bene più prezioso, la loro vita e la loro crescita emotiva, a figure di riferimento che sono state in grado di proteggerle più o meno bene, ma in maniera intermittente, per volontà o necessità, e in maniera imprevedibile, oggi sì, domani no, ora sì, ora no.

Ecco, le prime persone, quelle che hanno imparato la fiducia, avranno un atteggiamento fiducioso nei confronti del mondo e cercheranno, da adulti, persone in grado di sintonizzarsi sulle loro frequenze, di rispondere ai loro bisogni emotivi in maniera rispettosa e adeguata, di proteggere i beni preziosi che gli vengono affidati, come i sentimenti e la condivisione di una conoscenza più profonda di sé.

Le seconde, quelle che non hanno imparato la fiducia e non si aspettano nulla, avranno un atteggiamento rinunciatario e non cercheranno nemmeno, da adulti, persone in grado di sintonizzarsi sulle loro frequenze, di rispondere ai loro bisogni emotivi, e nemmeno mostreranno i loro beni preziosi, la propria intimità, i propri sentimenti, convinti di non poter incontrare nessuno in grado di accoglierli, proteggerli e rispettarli. 

Poi ci sono i fiduciosi intermittenti, che ce l’hanno la fede, pensano di poter trovare nel mondo qualcuno cui potersi affidare, ma sono ansiosi rispetto a questo qualcuno e quando lo trovano stanno sempre lì in guardia, aspettandosi che prima o poi la frequenza salterà, come dinanzi a un pericolo imprevedibile, che si sa si presenterà, ma non si sa dove e quando.

In conclusione, abbiamo imparato la fiducia o non abbiamo imparato la fiducia. E ci abbiamo costruito su una nostra visione del mondo, come affidabile o inaffidabile. E ognuno penserà che la propria visione corrisponde alla realtà. Che il mondo è proprio come lo vede, affidabile o inaffidabile. Invece non è così. Il mondo non è così, in nessuno dei due casi. Non è completamente affidabile. Non è completamente inaffidabile. Le persone non sono tutte degne di fiducia. Ma nemmeno non esiste al mondo una persona degna di fiducia. La fiducia è in noi, non negli altri. La fiducia è la capacità di pensare che esiste qualcuno di cui ci possiamo fidare. Ed è la base che ci permette di andare lì fuori a cercarlo. E se andiamo a cercarlo, convinti di poterlo trovare, abbiamo molte più probabilità di trovarlo, di chi non lo cerca nemmeno, di chi non lo aspetta. E così confermiamo la nostra visione del mondo, secondo cui nel mondo ci sono persone degne della nostra fiducia, che sanno trattare con rispetto i beni preziosi che gli affidiamo e rispondere alle nostre esigenze affettive. Se invece pensiamo che questo qualcuno di cui ci possiamo fidare non esista, non usciamo nemmeno a cercare. E non diamo nemmeno la possibilità a qualcuno di dimostrarci la sua affidabilità. La sua capacità di proteggere i beni preziosi che vorremo affidare nelle sue mani. Nemmeno lo vediamo. E così confermiamo la nostra visione del mondo, secondo cui nel mondo non esiste persona in grado di proteggere i nostri beni preziosi e di sintonizzarsi sulle nostre esigenze affettive ed emotive. 

La persona che ha imparato la fiducia, ha imparato allora, prima di tutto la fiducia verso se stesso, nella sua capacità di essere una persona degna di amore e di protezione e di cura. E riconoscerà le persone che invece non gli danno nessuna di queste cose. E tenderà a tenerle lontane.

Nel secondo caso, la persona che ha imparato a non fidarsi, ha imparato allora, prima di tutto a non fidarsi di sé, nella sua capacità di attirare rispetto e amore e protezione. E, probabilmente, terrà accanto a sé persone che non gli danno né  rispetto, né amore, né  protezione, pensando che quello sia l’unico modo possibile di vivere.

Ecco cosa succede. Se noi siamo fiduciosi, abbiamo rispetto e amore per noi stessi prima che per gli altri. Vogliamo ripetere l’esperienza della nostra infanzia, quando ci siamo sentiti capiti, amati, protetti. E continuiamo a cercare comprensione, amore, protezione. Se noi non siamo fiduciosi, invece, non abbiamo rispetto, né amore per noi stessi prima che per gli altri. Tendiamo a ripetere l’esperienza della nostra infanzia, quando non ci siamo sentiti non capiti, non amati, non protetti. Anche se ci fa male. Ripetiamo quello che conosciamo, non quello che ci fa bene. E continuiamo a restare imprigionati in situazioni di non amore e di non protezione. Perché pensiamo di non poter avere altro. Di non meritare altro. E che il mondo non sia in grado di darci altro.

E allora cosa succede?  Succede che se abbiamo fiducia nel mondo ci apriamo al mondo, perchè abbiamo fiducia prima di tutto in noi stessi. Ci riteniamo persone degne di amore, rispetto, protezione. E il nostro linguaggio non verbale lo comunica agli altri, attirando verso di noi persone che ci rispettano e ci proteggono.

Se, invece, non abbiamo fiducia nel mondo ci chiudiamo al mondo, perchè non abbiamo fiducia prima di tutto in noi stessi. Ci riteniamo persone indegne di amore, rispetto, protezione. Se non ci hanno compresi, amati, protetti, i nostri genitori, chi altri potrà mai farlo? Oppure ci riteniamo esseri speciali, che non sono stati compresi. Radio speciali, che sarebbero state capaci di emettere melodie sublimi, se solo il mondo non fosse stato così meschino e incapace di darci tutto l’amore che avremmo meritato. E il nostro linguaggio non verbale trasmetterà tutto questo, un atteggiamento di chiusura, di diffidenza, se non di superiorità, in alcuni casi, di distacco e lontananza, sia esso involontario e sofferto, o studiato e ricercato, e alimenteremo la mancanza di comprensione, se non anche l’isolamento e l’aggressività degli altri, che avvertiranno nel nostro atteggiamento la mancanza di fiducia nei loro confronti e si risentiranno per la mancanza di fiducia nelle loro buone intenzioni o nei loro sinceri sentimenti.

Se, invece, abbiamo fiducia nel mondo, ma temiamo che le persone di cui ci fidiamo ci potrebbero tradire, il nostro linguaggio non verbale trasmetterà la nostra ansia e attireremo o persone davvero intermittenti o persone che lo diventeranno, disturbate dalla nostra fiducia parziale, soprattutto se in buona fede. Perché, in fondo, una fiducia o è totale o non è fiducia.

La notizia importante è che tutto questo è frutto di apprendimento. Abbiamo imparato a fidarci o a non fidarci. Abbiamo imparato. E, quindi, come tutto quello che apprendiamo, può essere modificato. Possiamo apprendere informazioni nuove che ci permettono di modificare apprendimenti precedenti. Perché le prime esperienze non devono essere cosi definitivamente segnanti nelle nostre vite.

E, alla fine, un trucco. Un piccolo suggerimento. Anche se non vi fidate, provate. Provate ad aprirvi. Ragionate per assurdo. Se, per assurdo, voi vi sbagliaste e il mondo fosse un posto in cui, forse, c’è la possibilità di trovare qualcuno di cui potersi fidare. Che cosa fareste? Ecco, comportatevi come se quel mondo assurdo si fosse per un giorno concretizzato proprio sotto i vostri occhi. Osservate gli altri. Sono davvero così inaffidabili o, per caso, non gli state lasciando la possibilità di dimostrarvi la loro sincerità e disponibilità? O, per caso, non state ignorando le prove positive a favore della loro affidabilità? E apritevi. Aprite il vostro linguaggio non verbale. Avvicinatevi un po’ di più agli altri. Sempre a una distanza di sicurezza, magari, ma tagliando un po’ di metri. Sorridete. Non sarà un sorriso convinto, ma sarà sempre un sorriso. E i muscoli del volto invieranno al vostro cervello segnali positivi, che miglioreranno il vostro umore. E provate a leggere i feedback degli altri. Provate a vedere come cambieranno le risposte degli altri nei vostri confronti. Se le persone sentiranno che vi fidate un po’ di più e riconoscete la loro sincerità e le loro buone intenzioni, saranno meno restie a mostrarvele ancora meglio. Certo, dovrete fare attenzione, perchè non essendovi mai fidati, non siete pratici. Non avete la stessa abilità di riconoscere le persone inaffidabili, ingannatrici e traditrici che invece hanno le persone abituate a fidarsi. Perché forse voi, voi che non vi fidate di nessuno, pensate di essere i più bravi a riconoscere i falsi e i traditori. Ma vi sbagliate. In questo sono più bravi quelli abituati a fidarsi. Perché sanno riconoscere le differenze. Hanno una linea base. Confrontano le persone nuove con quelle che per loro provata esperienza sono affidabili. E trovano le differenze. E scoprono più facilmente gli inganni. Mentre voi che non vi siete mai fidati, non siete abituati a guardare le differenze. Per voi le persone sono tutte uguali. Inaffidabili. Curioso, vero? Avete sempre pensato che la vostra diffidenza vi proteggesse rispetto a quegli ingenui dei fiduciosi. Ma non è così. E’ come quando un bambino viene tenuto sempre in casa da genitori molto protettivi. La prima volta che va in campagna e prova ad arrampicarsi su un albero, molto probabilmente cade. Mentre i suoi compagni abituati ad arrampicarsi volano sui rami come scimmiette. Perché l’esperienza è l’unica grande maestra. Più ci apriamo al mondo e facciamo esperienza, più impariamo. Anche a difenderci dai pericoli. Dai falsi. Dai traditori. Da chi dice di amarci e non ci ama.

Provate. Non aspettate che la fiducia, la fede, arrivino, perchè non arrivano dall’alto. Vanno imparate. Abbiate fede!

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Leggere le espressioni facciali delle emozioni (di David Matsumoto e Hyi Sung Hwang) (traduzione: Carmen Pernicola)

Agenda Scienze Psicologiche  | Maggio 2011
La ricerca di base ha sviluppato programmi di formazione che migliorano la capacità delle persone di riconoscere le emozioni.

 

(traduzione: Carmen Pernicola)

David MatsumotoDavid Matsumoto, è Professore di Psicologa alla San Francisco State University e Direttore di Humintell, LLC. Ha studiato cultura, comportamento non verbale ed emozioni per più di 30 anni e ha pubblicato oltre 120 articoli in riviste e giornali scientifici. Tra i suoi libri c’è Culture and Psychology, the Cambridge Dictionary of Psychology, and Cross-Cultural Research Methods in Psychology. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti nel campo della psicologia, tra cui quello di essere stato nominato lettore G. Stanley Hall dall’American Psychological Association. E’ redattore per la Cambridge University Press’ series su  Cultura e Psicologia e capo-redattore per il  Journal of Cross-Cultural Psychology.

Hwi Sung HwangHyi Sung Hwang, è Ricercatrice Scientifica alla Humintell, LLC. Le sue ricerche riguardano le emozioni, i comportamenti non verbali e la cultura. E’ un’esperta nel Facial Action Coding System e nella conduzione di ricerche che esaminano le espressioni facciali e gli altri comportamenti non verbali. E’ co-creatrice di molti dei programmi formativi utilizzati per insegnare agli operatori delle forze dell’ordine e a molte altre persone come riconoscere le micro-espressioni facciali e le espressioni facciali sottili delle emozioni. E’ autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e di conferenze in quest’area e co-redattore, con David Matsumoto e Mark Frank, di un libro di imminente pubblicazione intitolato  Nonverbal Communication: Science and Applications.


Le emozioni sono un aspetto incredibilmente importante della vita umana e la ricerca di base degli scorsi decenni sulle emozioni ha prodotto molte scoperte che hanno portato a importanti applicazioni nel mondo reale.

In questo articolo descriviamo due di queste scoperte – l’universalità delle espressioni facciali delle emozioni e l’esistenza delle micro-espressioni – per la loro importanza e per il loro carattere di novità in psicologia. Discutiamo del modo in cui abbiamo utilizzato queste scoperte per creare dei programmi che insegnano alle persone come leggere le espressioni facciali delle emozioni, e della ricerca recente che ha validato questi programmi di formazione e documentato la loro efficacia. 

Due Importanti Scoperte Scientifiche

L’Universalità delle Espressioni Facciali delle Emozioni

Indiscutibilmente il più importante contributo che la scienza di base ha fornito alla nostra comprensione delle emozioni concerne il carattere universale delle espressioni facciali delle emozioni. Darwin (1872) fu il primo a suggerire che le emozioni fossero universali; le sue idee sulle emozioni erano un argomento centrale nella sua teoria dell’evoluzione e suggerivano che le emozioni e le loro espressioni fossero biologicamente innate ed evolutivamente adattiv, e che le somiglianze tra loro potessero essere osservate dal punto di vista filogenetico. Le successive ricerche che avevano messo alla prova le idee di Darwin avevano dato risposte non definitive (Ekman, Friesen, & Ellsworth, 1972), e la prospettiva dominante in psicologia era che le espressioni facciali fossero cultura-specifiche e che ogni cultura così come ha il suo linguaggio verbale aveva il suo linguaggio delle espressioni facciali. Le ipotesi di Darwin furono resuscitate da Tomkins (1962, 1963), che suggerì che le emozioni fossero le basi della motivazione umana e che la sede delle emozioni fosse il volto. Tomkins condusse il primo studio dimostrando che le espressioni facciali erano realmente associate con certi stati emozionali (Tomkins & McCarter, 1964).

Più tardi, Tomkins reclutò Paul Ekman e Carroll Izard per condurre quelli che oggi sono noti come gli “studi sull’universalità”. Il primo di questi dimostrò un elevata relazione cross-culturale nella valutazione delle emozioni sui volti delle persone  sia nelle culture linguistiche (Ekman, 1972, 1973; Ekman & Friesen, 1971; Ekman, Sorenson, & Friesen, 1969; Izard, 1971) sia nelle culture pre-linguistiche (Ekman & Friesen, 1971; Ekman, et al., 1969). In seguito lo studio di Friesen (1972) documentò che le stesse espressioni facciali delle emozioni erano prodotte spontaneamente dai membri di differenti culture in risposta a film che le elicitavano.

Da quei primi studi sull’universalità più di 30 ricerche che hanno esaminato la valutazione delle espressioni facciali hanno replicato il riconoscimento universale delle emozioni sul volto (revisione in Matsumoto, 2001). Inoltre una meta-analisi di 168 set di dati che esaminavano la valutazione delle emozioni sul volto e di altri stimoli non verbali indicò il riconoscimento universale delle emozioni ben al di sopra dei livelli di probabilità (Elfenbein & Ambady, 2002a). Sono stati poi realizzati oltre 75 studi che hanno dimostrato che queste stesse espressioni facciali si presentano spontaneamente quando le emozioni sono elicitate (Matsumoto, Keltner, Shiota, Frank, & O’Sullivan, 2008). Questi risultati sono impressionanti perchè sono stati prodotti da diversi ricercatori nel mondo in diversi laboratori con differenti metodologie e con partecipanti appartenenti a molte diverse culture ma tutti convergenti sullo stesso set di risultati. E’ stata rilevata una forte evidenza per le espressioni del viso universali per sette emozioni – rabbia, disprezzo, disgusto, paura, gioia, tristezza e sorpresa (Figura 1).

Figure 1

Figura 1: Le Sette Emozioni di Base e le loro Espressioni Universali.

Altre evidenze danno sostegno all’ipotesi dell’origine biologica e genetica dell’espressione facciale delle emozioni. Per esempio, quando le emozioni sorgono spontaneamente anche persone cieche congenitamente produco le stesse espressioni facciali mostrate da altri individui (Cole, Jenkins, & Shott, 1989; Galati, Miceli, & Sini, 2001; Galati, Sini, Schmidt, & Tinti, 2003; Matsumoto & Willingham, 2009). I comportamenti facciali di persone cieche sono più concordanti con quelli dei parenti che con quelli degli sconosciuti (Peleg et al., 2006) e alcune espressioni facciali in risposta a stimoli volti a provocare risposte emozionali sono più concordanti tra coppie di gemelli monozigoti che tra coppie di gemelli eterozigoti (Kendler et al., 2008). La stessa muscolatura facciale che esiste nell’umano adulto esiste anche nel neonato ed è completamente funzionante alla nascita (Ekman & Oster, 1979). La stessa muscolatura facciale che gli umani usano per segnalare le emozioni è presente anche negli scimpanzé (Bard, 2003; Burrows, Waller, Parr, & Bonar, 2006), e le espressioni facciali che sono ritenute universali tra gli umani sono state osservate in primati non umani (de Waal, 2003).

Microespressioni

Una seconda importante scoperta riguarda l’esistenza delle microespressioni. Quando si provano singole emozioni e non si ha nessun motivo per volerle modificare o nascondere, le espressioni tipicamente durano tra 0.5 e 4 secondi e coinvolgono l’intero viso (Ekman, 2003).  Chiamiamo queste espressioni macroespressioni; si presentano quando siamo da soli o con i familiari e gli amici più intimi. Le macroespressioni sono relativamente semplici da vedere se uno sa cosa cercare. Le microespressioni, invece, sono espressioni che vanno e vengono dal volto in una frazione di secondo, a volte alla velocità di 1/30 di secondo. Sono così rapide che se ti distrai possono sfuggirti.

Le microespressioni sono come segnali di emozioni nascoste ( possono anche essere segnali di stati emozionali processati rapidamente ma non celati). Compaiono così in fretta che la maggior parte delle persone non riesce a vederle né a riconoscerle in tempo reale. L’idea dell’esistenza delle micorespressioni ha le sue radici nell’ipotesi dell’inibizione di Darwin (1872) che suggeriva che le azioni del viso che non possono essere controllate volontariamente possono essere prodotte involontariamente anche se l’individuo sta cercando di controllarle. La ricerca sulle basi neuro-anatomiche delle emozioni suggerisce che si verifica proprio questo. Ci sono due circuiti neurali che mediano le espressioni facciali, ognuno con origine in una diversa area del cervello (Rinn, 1984). Il tratto piramidale regola le azioni volontarie del volto e ha origine nell’aria corticale motoria, mentre il tatto extra-piramidale regola le espressioni emotive involontarie e origina in aree subcorticali del cervello. Quando le persone si trovano in situazioni fortemente emotive, ma devono controllare le loro espressioni, attivano entrambi i sistemi, che ingaggiano una sorta di tiro alla fune neurale per il controllo del volto, permettendo la rapida e fugace comparsa di microespressioni.

L’esistenza delle microespressioni è stata verificata circa un secolo dopo Darwin da Haggard e Isaacs (1966) mentre guardavano sessioni filmate di psicoterapia al rallentatore. Più tardi Ekman  e Friesen (1974) dimostrarono che le microespressioni comparivano se si analizzavano fotogramma per fotogramma le loro interviste filmate di paziente depressi. Più di recente Porter e Brinke (2008) hanno dimostrato che le microespressioni compaiono quando le persone cercano di nascondere le loro espressioni emozionali.

Applicazioni nel Mondo Reale della Scienza di Base delle Espressioni Facciali delle Emozioni

I risultati relativi all’universalità delle espressioni facciali delle emozioni e dell’esistenza delle microespressioni può aiutare le persone in una serie di professione che richiedono l’interazione faccia a faccia, migliorando le loro capacità di leggere le emozioni degli altri. Leggere le espressioni facciali delle emozioni, e soprattutto le microespressioni, può aiutare lo sviluppo di rapporto, fiducia, collegialità; può essere utile nella valutazione dell’attendibilità, nel valutare la sincerità e nell’individuare l’inganno: e una migliore informazione sugli stati emozionali fornisce le basi per una migliore cooperazione, negoziazione o vendita. i professionisti della salute possono sviluppare migliori rapporti con i loro pazienti, interagire umanamente con empatia e compassione e fare le giuste diagnosi ottenendo informazioni complete. Gli insegnanti possono leggere le emozioni dei loro studenti per ottenere informazioni sui progressi dei loro programmi didattici in modo da poterli adattare di conseguenza e organizzarli in maniera più efficace. I dirigenti scolastici che leggono le emozioni dei loro insegnanti possono ridurre il burnout e conservare e migliorare l’efficienza degli insegnanti stessi.  Gli imprenditori e i negoziatori che sanno leggere le emozioni degli altri possono nutrire collaborazioni mutualmente vantaggiose. I ricercatori di prodotti commerciali possono migliorare i dati qualitativi che ottengono dai consumatori leggendo le emozioni i questi quando valutano i prodotti, dando suggerimenti su cosa davvero sentono a prescindere da quello che dicono. I genitori, i coniugi, gli amici e chiunque abbia interesse a costruire relazioni forti e costruttive può beneficiare del miglioramento delle proprie capacità di leggere le emozioni.

Le persone spesso sono in preda all’emozione quando mentono, soprattutto quando la posta in gioco è alta. Queste emozioni si presentano per la paura di essere scoperti, la colpa o la vergogna nei confronti dell’avvenimento su cui si mente, o anche per il pensiero di essere riusciti a mentire con successo, soprattutto a persone in posizione di autorità. Le espressioni facciali, soprattutto le micro-espressioni, possono essere segnali di queste emozioni e la capacità di riconoscerle può essere importante per persone che lavorano nelle forze dell’ordine, nella sicurezza nazionale, nell’intelligence, o nel sistema legale. I singoli e le organizzazioni che hanno interesse nell’individuare le menzogne hanno usato programmi da noi sviluppati, basati su informazioni che sono state validate dalla ricerca scientifica e fornite dall’osservazione dell’esperienza delle forze dell’ordine nel mondo reale da impiegati e agenti che hanno collaborato con noi.  I nostri programmi di formazione per istruttori comprendono una combinazione di didattica individuale e esercitazioni pratiche di gruppo. Introduciamo i partecipanti alla conoscenza della natura delle emozioni, alle espressioni facciali, alle microespressioni e agli altri comportamenti non verbali tra cui la voce, i gesti, lo sguardo e la postura, e della natura del dire la verità e del mentire e dei segnali non verbali associati a entrambi. Gli allievi usano i nostri strumenti formativi per migliorare le proprie capacità nella lettura delle espressioni facciali micro e sottili delle emozioni. E applicano queste nuove capacità e conoscenze alla visione di video di interviste e interrogatori attuali, per vedere quello che si perdono. Spesso si accorgono nel corso della formazione di essere capaci di vedere e capire comportamenti che prima non capivano o che avevano male interpretato e queste capacità aggiuntive li aiutano nel trovare la verità in testimonianze, deposizioni, colloqui e interrogatori. Queste nuove competenze completano il set di competenze già in loro possesso, non le sostituiscono, e aiutano gli allievi a essere più accurati e più efficienti nel loro lavoro.

Il nostro curriculum formativo include anche corsi individuali cui le persone possono accedere via internet ovunque si trovino. Le nostre sessioni formative sul riconoscimento delle microespressioni aiutano le persone a migliorare le loro abilità nel riconoscere le microespressioni quando si presentano. Includono tutte un pre-test, così che tutti gli utenti possano verificare la loro naturale propensione a riconoscere le microespressioni; una sezione di istruzioni in cui sono forniti audio e video che descrivono ognuna delle espressioni facciali universali delle emozioni; una sezione pratica in cui gli utenti possono esercitarsi, vedendo le microespressioni, nell’abilità di ripetere e di congelare le espressioni per massimizzare l’apprendimento; una sezione di verifica in cui gli utenti possono ancora una volta vedere esempi delle espressioni universali; e un post-test per verificare i loro miglioramenti.  I nostri ultimi studi in quest’area hanno mostrato che esercitarsi con i nostri strumenti produce un effettivo beneficio che si osserva non solo al termine della formazione ma anche più avanti nel tempo e può essere portato nell’ambiente di lavoro (Matsumoto & Hwang, in press). In questi studi i benefici della formazione erano presenti per due o tre settimane dopo la sessione formativa in un esempio di consulenza di prova, e il miglioramento dei punteggi nel riconoscimento delle emozioni  risultava correlato positivamente con la valutazione delle capacità emozionali e comunicative di terze parti nel lavoro di impiegati di negozi al dettaglio.

I nostri corsi individuali includono anche strumenti per aiutare le persone a esercitarsi nel vedere e nel riconoscere le espressioni sottili. Le espressioni sottili sono espressioni emozionali che si presentano quando una persona sta cominciando a provare un emozione, quando la risposta emozionale è di bassa intensità o quando una persona sta provando a nascondere le proprie emozioni ma non riesce a farlo completamente. Possono coinvolgere i muscoli dell’intero volto in una espressione espressa a un’intensità molto bassa. O possono coinvolgere solo parti del viso, come le sopracciglia e gli occhi, o solo la bocca. Sebbene le microespressioni abbiano ricevuto una grande attenzione negli ultimi anni, la ricerca ha mostrato che la capacità di leggere le espressioni sottili predice meglio la capacità di riconoscere la menzogna rispetto all’abilità di leggere le microespressioni (Warren, Schertler, & Bull, 2009). Questo ha senso perchè anche se le microespressioni sono segnali chiari di emozioni nascoste, probabilmente si presentano meno di frequente delle espressioni sottili. Questo è vero non solo in situazioni di menzogna, ma nella maggior parte delle situazioni emozionali di tutti i giorni. Così la capacità di vedere e di riconoscere le espressioni sottili ha un vantaggio maggior per i praticanti. Così, secondo i nostri ultimi studi le persone che usano i nostri strumenti descritti sopra, nati soprattutto per il riconoscimento delle emozioni, migliorano significativamente la loro capacità di vedere le espressioni sottili (Hwang & Matsumoto, 2010). Dato che le espressioni sottili si presentano nella vita reale più di frequente rispetto alle micro o alle macro espressioni e dato che la capacità di riconoscere le espressioni sottili è associata con la capacità di riconoscere la menzogna, la disponibilità di strumento di formazione per la capacità di veder le espressioni sottili è un vantaggio maggiore per gli allievi.

I nostri programmi di formazione con istruttore o da soli sono usati per la formazione personale da diverse agenzie e professionisti, inclusi quelli che fanno parte del Foreign Service Institute del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, del personale di sicurezza dell’aeroporto della Transportation Security Agency, del U.S. Marshall’s Service, del Federal Bureau of Investigation’s National Academy, e di altre agenzie federali, statali e di forze dell’ordine locali.

Conclusioni

Dato che le espressioni facciali delle emozioni sono parte della nostra storia evolutiva e sono una capacità biologica innata, tutti noi abbiamo la capacità di leggerle. E’ una capacità che permette di migliorare nel lavoro nella vita di tutti i giorni. Questo è vero soprattutto per le macroespressioni. Ma la maggior parte delle persone non è molto brava a riconoscere le microespressioni o le espressioni sottili.   I punteggi medi di accuratezza per le persone prima della formazione nello studio di Matsumoto & Hwang’s (in stampa) era del 48%; se la gioia e la sorpresa – le due espressioni più semplici da vedere – vengono escluse, allora i punteggi di accuratezza scendo al 35%. E ci sono molte differenze individuali. Per fortuna, come detto sopra, gli strumenti sono stati sviluppati per aiutare le persone a migliorare le loro abilità a partire dal livello di abilità naturale che già hanno. Così se una persona fa una professione in cui la capacità di leggere le espressioni facciali delle emozioni – soprattutto microespressioni e espressioni sottili – può aiutarla ad essere più efficiente e accurata, allora ci sono risorse disponibili per rendere questo possibile. 

Ma il miglioramento della capacità di leggere le espressioni facciali, o ogni altro comportamento non verbale, è solo il primo passo. Capire che cosa farsene poi delle informazioni è un altro passo importante nel processo di interazione. Anche essere eccessivamente sensibili ai comportamenti non verbali così come alle microespressioni e alle altre forme di linguaggio non verbale può essere dannoso per lo scambio interpersonale, come è stato discusso nella letteratura sulle intercettazioni (Blanck, Rosenthal, Snodgrass, DePaulo, & Zuckerman, 1981; Elfenbein & Ambady, 2002b; Rosenthal & DePaulo, 1979). Gli individui che tirano fuori le emozioni in maniera indiscriminata possono essere considerati intrusivi, scortesi o prepotenti. Relazionarsi in maniera efficace con le emozioni degli altri è una parte altrettanto importante dell’insieme di capacità che una persona deve avere per interagire efficacemente con gli altri. Sapere quando e come intervenire,  adattarsi ai comportamenti e allo stile di comunicazione di qualcun’altro, o impegnarsi nel sostenere e aiutare gli altri, sono tutte capacità che devono essere messe in gioco una volta che le emozioni sono state lette.

Ringraziamenti

Parti di questo report sono state preparate con il supporto delle sovvenzioni alla ricerca W91WAW-08-C-0024 dell’Army Research Institute, e FA9550-09-1-0281 dell’Air Force Office of Scientific Research per il primo autore.

Referenze

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Le opinioni espresse in questo Articolo Scientifico sono degli autori e non riflettono le opinioni o la polices dell’APA.

Articolo originale:

http://www.apa.org/science/about/psa/2011/05/facial-expressions.aspx

Linguaggio non verbale: Come fare una grande “entrata in scena”

(La prima impressione è quella che vale)

Il linguaggio non verbale gioca un ruolo fondamentale nel fare una buona impressione sugli altri e lo gioca soprattutto nei primi minuti in cui “entriamo in scena”. Sia che la scena sia il salotto in cui si svolge un incontro di famiglia, una sala riunioni, l’aula di una conferenza, una festa, un incontro tra amici, un primo incontro romantico.

Il modo in cui entriamo in scena condiziona profondamente il modo in cui andrà il resto dell’incontro.

A sapere tutto su come si fa una grande entrata sono gli attori. E anche i musicisti classici.

Friedrich Platz e Reinhard Kopiez (2013) della Hanover University of Music, in Germania, hanno condotto uno studio sulla prima impressione fatta sul pubblico da alcuni violinisti e hanno scoperto che la prima impressione che il pubblico si faceva del violinista prima che questi cominciasse a suonare era influenzata, più che dall’abbigliamento o da eventuali attrattive fisiche, dal modo in cui salutava l’auditorio, si guardava intorno prima di prendere il suo posto, attraversava con sicurezza il palco per andare a posizionarsi accanto al direttore d’orchestra.

Lo studio di Platz e Kopiez ha mostrato, inoltre, che le reazioni iniziali suscitate sull’uditorio dal linguaggio non verbale del violinista riescono a influenzare anche il modo in cui l’uditorio percepisce l’intera performance.

Da queste considerazioni possiamo dedurre alcune indicazioni sul modo in cui effettuare una buona prima impressione attraverso una buona entrata in scena.

1. Tenete bene in mente che il modo in cui si “entra in scena” è rilevante per lasciare una buona impressione di voi.

2. Valutate la situazione in cui state per “entrare in scena”, evitando di attirare l’attenzione su di voi con un “entrata in scena” troppo scenografica, se la situazione è un incontro informale con persone che già conoscete, per non incorrere nell’effetto opposto di apparire come egocentrici e narcisisti.

3. Cercate di evitare di “entrare in scena” per ultimi e soprattutto in ritardo rispetto a un eventuale orario concordato, per non dare l’impressione di essere inaffidabili.

4. Mostrate emozioni adeguate alla situazioni, evitando, ovviamente, oltre che di arrivare a un funerale ridendo fragorosamente o a una festa mentre vi state soffiando rumorosamente il naso nel fazzoletto, anche di apparire distratti e poco concentrati a una riunione di lavoro o troppo amichevoli a un colloquio genitori-insegnanti o seri e ingessati a una festa o una serata con gli amici.

Insomma, per fare una buona entrata dovete essere in grado di misurare la temperatura emotiva delle diverse situazioni e mostrare le emozioni e i sentimenti di conseguenza, in maniera socialmente adeguata, senza eccessi e stonature. Se la situazione richiede quella che viene detta «faccia da poker», allora diventa adeguata un’espressione neutra, accompagnata da un atteggiamento rilassato e tranquillo.

5. Dedicatevi una breve pausa per raccogliere i pensieri prima di “entrare in scena”, anche se siete arrivati in ritardo e se state per “entrare in scena” a spettacolo già cominciato.

Potreste voler mostrare il vostro dispiacere per essere arrivati tardi mostrandovi stressati o ansiosi, ma questo non darà di voi l’impressione di una persona affidabile e che ha il controllo della situazione.

E’ preferibile che vi scusiate per il ritardo, fornendo un motivo, ove è possibile, ma in modo molto tranquillo e soprattutto brevemente, e poi prendiate il vostro posto senza attirare ulteriormente l’attenzione su di voi.

6. Una volta dentro, guardatevi intorno, guardate le altre persone nella stanza. Abbiamo visto nello studio di Platz e Kopiez che i violinisti che fanno una buona prima impressione guardano il loro pubblico e fanno anche un cenno composto di saluto. Se entrate in una situazione affollata le persone si gireranno verso di voi e non farete una grande impressione se non restituirete lo sguardo o il sorriso. Non è necessario stendergli il tappeto rosso, ma lascerete sicuramente un’impressione positiva di voi,  se riconoscerete la loro presenza, scambiando qualche sguardo, e se dimostrerete con un sorriso di avere piacere di essere lì con loro.

7. Capite quando non siete voi il centro dell’attenzione. Ci sono molte situazioni in cui entriamo nelle quali siamo solo parte della folla. Accettate il fatto che non siete l’attrazione della festa e fate la vostra entrata in scena in maniera dignitosa ma non grandiosa. E quando l’attrazione della festa, la persona che in quella circostanza è al centro dell’attenzione, entra in scena, tenete in mente che tutti i presenti desiderano salutarla o omaggiarla e non vi precipitate per essere necessariamente il primo a farlo. Guardatela mostrando con lo sguardo, il sorriso, di essere contenti di essere lì. Senza mostrare emozioni inappropriate, utilizzate il vostro linguaggio del corpo per comunicare che siete contenti di essere con quelle persone in quella situazione. Potrebbe trattarsi di un incontro che avete programmato da settimane, ma se inconsapevolmente mostrate la vostra ansia o il disinteresse per quell’incontro, sicuramente non farete una grande impressione.

In ogni caso se sbagliate l’entrate in scena, non vi preoccupate. Va bene, siete entrati nella stanza e siete inciampati nella sedia? Questi momenti non sono insormontabili. Anche se vorreste che non fosse successo, prendete atto che è successo. Non continuate a pensarci o a scusarvi per il resto dell’incontro. Sorridete e concentratevi sull’incontro, sulla riunione, sull’appuntamento. E andate avanti. 

Platz, F., & Kopiez, R. (2013). When the First Impression Counts: Music Performers, Audience and the Evaluation of Stage Entrance Behaviour. Musicae Scientiae, 17(2), 167–97.

Garden path

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“Un problema particolare legato all’ambiguità riguarda il fatto che spesso siamo portati ad anticipare la struttura delle frasi e, quando la frase si sviluppa in modo per noi imprevisto, siamo costretti a tornare indietro e rileggerla. A questo proposito i linguisti parlano di frasi “garden path”. Per intenderci, il nostro cervello è veloce, si butta a capofitto in una direzione e di solito coglie l’interpretazione corretta. Ma se ci imbattiamo in elementi che ci fanno capire che l’interpretazione in corso non è corretta, siamo costretti a fare marcia indietro e ripercorrere il cammino fino alla biforcazione del sentiero che ci aveva fuorviato, in modo tale da prendere così l’altra strada.”

Come non detto. Usi e abusi dei sottintesi. Filippo Domaneschi e Carlo Penco, Laterza.

Il non-detto

Il non-detto non è assenza, mancanza, silenzio.

Il non-detto è un dire celato, allusivo, velato, occulto, suggerito, evocato, se non completamente taciuto, un dire senza dire, un dire in altro modo, un dire che richiede strategie di formulazione per essere espresso e codici di decifrazione per essere compreso, stereotipi, verbi impliciti, suggerimenti del contesto, atti linguistici, metafore.

Con il non-detto si suggerisce, si nasconde e, nascondendo, si rivela. Così chi riceve il messaggio si trova a giocare un ruolo attivo e creativo.

In letteratura, il non-detto si lega con l’ineffabile, l’inconfessabile, il rimosso e si ottiene con l’utilizzo di figure retoriche, allusione, ambiguità, imprecisioni, omissioni,discorso figurato, lasciando all’immaginazione del lettore il compito di colmare i vuoti.