Pubblicato in: Digressioni

Quando il sesso diventa bene di consumo.

“Senza umiltà e coraggio non c’è amore. Sono qualità entrambe indispensabili, in dosi massicce, ogni qual volta ci si addentra in una terra inesplorata e non segnata sulle mappe, e quando tra due o più esseri umani scocca l’amore, è proprio in questo tipo di territorio che vengono spinti.” (Zygmunt Bauman, Amore liquido)

Ebbene sì! A quarant’anni sono ancora qui a chiedermi cosa sia l’amore. E a scoprire che sono ancora capace di innamorarmi. Anzi che forse soltanto ora, con la maturità, ho imparato a innamorarmi davvero, vedendo nell’altro l’altro e non me stessa. Così, immersa in questi pensieri, ho fatto una scoperta, che forse voi avete già fatto molto prima di me.

Ho scoperto quanto sia difficile oggi parlare d’amore e di innamoramento.

Nessuno parla più d’amore.

Sarà capitato anche a voi. Incontrate un uomo, o una donna. Già dopo il primo incontro tutti lì a chiedervi se ci avete fatto sesso. E finché non ci fate sesso, non vale. Non è una relazione. E non provate a giustificarvi dicendo che vi siete innamorati e che il sesso arriverà con calma. Tutti ancora lì a guardarvi con sospetto, con commiserazione: poveri ingenui che vi lasciate così prendere in giro. Se non ci ha provato, non gli piacete abbastanza, fatevene una ragione.

Il sesso è diventato l’unità di misura prevalente di una relazione affettiva.

Sì, non me ne ero ancora accorta.

Te ne accorgi quando ritorni single, come si dice oggi.

Del resto, come meravigliarsi? Viviamo in una società in cui le persone sono, prima di ogni cosa, strumenti di produzione, il cui valore si misura prevalentemente in funzione dei beni che consumano.

Così, in fondo, perché stupirsi, se il valore di una relazione affettiva si misura prevalentemente in funzione del sesso consumato? In effetti, anche il sesso è un bene di consumo. Infatti, si dice che il matrimonio è stato consumato.

Dite che esagero?

Provate a dire in giro che non fate sesso da un po’. Noterete sguardi compassionevoli e riceverete pacche sulla spalla.

Non fare sesso è un po’ come essere poveri, oggi. Meglio non dirlo, se non ci si vuole attirare commiserazione e biasimo. Ecco perché molti mentono. Sul sesso e sul conto in banca. E perché molti si buttano via in rapporti sessuali usa e getta. E perché molti si indebitano. Non perché sentono una effettiva carenza. Perché gliela fanno sentire gli altri.

Considerando, anche, come ci ricorda la sociologa Juliet Schor che : “(…) Il consumismo ci intrappola abituandoci alla ricchezza, ci costringe a emulare il nostro vicino, ci obbliga a sottoporci alla pressione sociale creata dalle scelte di tutti gli altri“.

Tutti, chi più chi meno, cadiamo prima o poi nella trappola dell’adesione acritica a miti sociali e culturali. Il problema si pone quando questi miti ci danno una visione falsata della realtà e soprattutto, nelle relazioni umane concrete, creano incongruenze, che invalidano le relazioni stesse e non ci permettono di avanzare verso relazioni più gratificanti, libere e dotate di senso.

Sì, mi rendo conto: è un sistema di vita deprimente e demoralizzante.

Per quanto deprimente e demoralizzante è un sistema di vita che, come ogni sistema di vita, non si produce da sé, ma è prodotto da una visione del mondo. E la visione del mondo che lo produce è la nostra: una visione del mondo in cui l’amore è un’astrazione, una parola svuotata di concretezza, e l’individuo ha valore in quanto produttore e consumatore di merci.Una visione del mondo che ci porta a negoziare le relazione affettive, secondo una logica di dare e avere, dove il sesso, ma anche il tempo, l’accudimento, i doni, sono risorse materiali o monetarie da scambiare.

Sembra più facile: io ti do, tu mi dai: sul mercato dell’amore ognuno ha le sue quotazioni, calcolate su quanto è in grado di dare.

Un amore che non quantifica, non misura, ma rispetta, stima, condivide, senza bilancini è faticoso, perché richiede responsabilità, pazienza, tempo. Non dà gratificazioni immediate.

Meglio forse, continuare a pensare che l’amore non esiste e ricercare esclusivamente la gratificazione immediata nella sessualità, da bruciare in pochi attimi, per tornare alla solitudine affettiva di partenza.

Come dice Wislawa Szymborska: “Chi non conosce l’amore felice/dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice./Con tale fede gli sara’ piu’ lieve vivere e morire“.

Eppure abbiamo un gran bisogno di tornare a innamorarci. Di tornare a relazioni tra persone, di incontri tra passioni, interessi, valori. Questo esserci trasformati in commercialisti dell’amore ci intristisce e ci deprime, oltre a renderci vulnerabili al mercato che ogni giorno cerca di convincerci che comprando questo o quello potremmo essere più amabili e più amati.

Se volessimo tornare a innamorarci, forse potremmo partire da qui, ristrutturando questa visione del mondo.

Perché l’amore è una risposta, non è una domanda. E non segue le logiche degli scambi monetari o materiali. E’ il contrario della sopraffazione, dell’ aspettativa e della pretesa che l’altro ci dia quanto gli diamo, che ci dia quel che vogliamo. E’ lasciare che l’altro sia quello che è. E’ desiderare che l’altro resti quello che è.

Non è facile, lo so. La nostra società ci mette contro noi stessi sin da quando nasciamo. Ci educa da subito all’insoddisfazione cronica. Deve tenerci in uno stato continuo di carenza, per potersi perpetuare. Come ha detto Charles Kettering, della General Motors, il mercato e la pubblicità sono artefici della creazione organizzata dell’insoddisfazione.

Viviamo nella fetta di mondo con maggiore benessere e ricchezza e non siamo felici. Forse perché siamo sempre insoddisfatti, insoddisfatti di noi. Consumiamo le nostre vite. Consumiamo gli altri. Ci valutiamo e valutiamo gli altri non sulla base di chi sono, ma sulla base di cosa hanno. Ci trasciniamo nelle nostre giornate in attività senza senso né scopo.

Alimentando continuamente la nostra insicurezza, inducendoci a identificarci con quello che produciamo e con i beni che possediamo, questo sistema sociale in cui siamo immersi ci priva di uno sguardo consapevole su noi stessi, ci rende vulnerabili e dipendenti dal giudizio degli altri sui nostri abiti, sulla nostra auto, sul nostro telefonino, sulla nostra casa. Perché, come già negli anni cinquanta del secolo scorso ammoniva l’economista John Kenneth Galbraith, “la produzione deve creare i desideri che poi cerca di soddisfare“. Vale anche per il desiderio sessuale.

Perciò questo sistema assorbe anche l’amore nel modello usa e getta, riducendolo al consumo sessuale. La sessualità è la parte dell’amore che può essere consumata. Quando il desiderio sessuale è creato, ecco pronti subito prodotti commerciali fondamentali per cercare di soddisfarlo.

Come dice acutamente il sociologo Zygmunt Bauman, “bisogna ammettere che i sostituti offerti dal consumo sono in vantaggio rispetto alla realtà. Promettono libertà dalla difficile fatica di negoziazioni senza fine e da non facili compromessi; consentono di sottrarsi all’auto-sacrificio, alle concessioni e alle mediazioni che tutti i legami intimi e di amore prima o poi richiedono. Offrono di recuperare i danni nel caso questi sforzi siano considerati troppo pesanti da sopportare, e i loro venditori garantiscono anche un ricambio facile e frequente nel caso non li si usi più, oppure se altri beni, nuovi, perfezionati e anche più seducenti appaiono d’improvviso“.

I corpi, soprattutto femminili, venduti a tranci sulle bancarelle del mercato digitale hanno alimentato un profondo analfabetismo affettivo. Lo sfruttamento del corpo, degli uomini e delle donne, ma soprattutto delle donne per fini commerciali, con la trasformazione dei corpi in merci ben confezionate, sostiene importanti settori di mercato relativi al consumo dell’erotismo, a fondamento dell’industria cosmetica, della moda, della stampa erotica, dell’industria farmaceutica.

Nascono da qui le premesse per la negazione dell’amore come intimità, condivisione, erotismo e per lo svilimento della sessualità, ridotta a semplice performance, con la conseguente creazione di stereotipi e modelli spesso ben lontani dalle vite reali delle persone reali, ma capaci di incidere profondamente sulle loro vite e sul loro modo di relazionarsi reciprocamente.

Si comprende come l’esclusione, la marginalizzazione, l’umiliazione dell’amore, dell’eros, e il consumismo sessuale siano funzionali al mercato e per questo perpetuati dai media, in quanto capaci di indurre gli uomini ad acquistare beni di consumo che commercializzano il corpo elle donne e le donne ad acquistare beni di consumo per migliorare quel proprio corpo, sempre così naturalmente lontano dai modelli propagandati dal grande mercato mediatico.

Non è stata la rivoluzione sessuale a trasformare l’amore e le relazioni affettive in consumo sessuale. E’ stata la rilettura in ottica commerciale della liberazione sessuale, che ha trasformato il corpo in oggetto di consumo, convincendo troppi uomini e troppe donne che le relazioni affettive, l’innamoramento, l’amore, sono cose da adolescenti, se non addirittura forme di malattia mentale, e che la gratificazione affettiva può essere raggiunta attraverso il miglioramento della propria capacità sessuale.

Ed è stata la svendita di corpi a poco prezzo e la rappresentazione della sessualità come un bene utilitaristico che può essere acquistato come ogni altro bene materiale, propagandate dalla televisione e dalla carta stampata, a tagliare fuori da ogni narrazione e rappresentazione l’eros, l’amore, come intimità, seduzione, incontro.

Solo osservando e commentando, insieme, lo schema del quale siamo prigionieri, ed esplicitandone le contraddizioni, uomini e donne, insieme, potremo modificare le regole sociali che questo schema hanno istituito, reinventando l’amore e l’erotismo.

Nella convinzione che la soluzione sia quella suggerita dalla storiella del maestro zen che minaccia il proprio discepolo con un bastone, dicendogli: “Se dici che questo bastone non è reale, lo userò per colpirti. Se dici che questo bastone è reale lo userò per colpirti. Se non dici nulla su questo bastone, lo userò per colpirti..

L’allievo, che solo all’apparenza non ha vie d’uscita, raggiunge l’illuminazione togliendo il bastone dalle mani del maestro.

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