Pubblicato in: Digressioni

Il coraggio della fragilità

Quante volte la solitudine mi ha stretto alla gola nel bel mezzo di una affollata cena familiare, di un rumoroso consesso di amiche, di una caotica riunione di lavoro?

Quante volte la solitudine mi ha svelato la distanza abissale che può crearsi tra due spazzolini da denti nello stesso bicchiere sul lavandino del bagno, tra due corpi addormentati nello stesso letto a due piazze, tra due persone che si parlano ma non si ascoltano, che abitano insieme ma non vivono insieme, che si sfiorano ogni giorno senza mai toccarsi davvero?

E quanto tempo ho impiegato a comprendere che il contrario di solitudine, come ha detto così bene lo scrittore Richard Bach, non è stare insieme, ma stare in intimità.

Intimità. Parola vagamente inquietante, con cui ho avuto sempre poca intimità: capacità di stare dentro. Molto dentro. Il più dentro possibile.

Da intimo, in latino intimus, superlativo di interus. Che sta dentro. Che sta molto dentro. Il più dentro possibile. Nelle relazioni personali, capacità di stare dentro l’altro, molto dentro l’altro, il più dentro possibile all’altro. Ma anche capacità di accogliere dentro di sè l’altro, molto dentro di sé, il più dentro di sé possibile.

Intimità. Parola così estranea e desueta in questi tempi di esibizionismo dei sentimenti e di prevaricazione, che svela il doppio movimento necessario per trasformare due solitudini in una relazione: entrare e far entrare, avvicinarsi e accogliere. In altre parole, trovare, come due anelli che si incrociano, uno spazio comune, abitato, in cui si parla una lingua comune, un ponte che dividendo avvicina, che allontanando congiunge e permette di accogliere dentro di sè l’altro che quel territorio abita, condivide.

Parola così scolorita, da diventare spesso veicolo esclusivo di significati sessuali, come se l’unica intimità pensabile oggi fosse quella dei corpi e non delle anime, svelando la doppia paralisi da cui la solitudine è generata: la paura di entrare e di far entrare, il timore di avvicinarsi e il timore di lasciarsi avvicinare, l’incapacità di aprirsi e di accogliere, la trasformazione dello spazio condiviso dell’intimità in una zona di frontiera, una terra di nessuno, un luogo disabitato, che si realizza quando ci si sottrae al riconoscimento dell’altro come interlocutore paritario, mirando a farne meramente un oggetto di controllo e di possesso.

Perchè la solitudine è paralisi, nel senso di incapacità di camminare verso l’altro. Ed è paralisi nel senso di incapacità di aprirsi per accogliere l’altro che cammina verso di noi.

E la paralisi della solitudine è la reazione alla paura: paura di essere visti, giudicati, condannati, respinti, abbandonati, paura di svelare le proprie fragilità e debolezze, che un tempo lontano si chiamavano emozioni e sentimenti, paura della nostra vulnerabilità.

La solitudine è un’armatura, una dura corazza che indossiamo per proteggere e nascondere la nostra vulnerabilità. E andare in giro per il mondo, intoccabili e invincibili. Invincibili e disperati.

La solitudine non è nella realtà esterna, ma è prima di tutto nella mente: è paura, paura dell’intimità, in cui siamo ciò che siamo, senza armature, senza mistificazioni, senza coperture.

E’ paura dell’intimità sempre più presente in una società che non comprende ma giudica, che non ascolta ma valuta, che non ama, ma misura, in cui sulla bilancia dei sentimenti “il dolore degli altri è un dolore a metà”, minata nelle fondamenta da un sistema educativo che prepara al senso di inferiorità, all’autocritica, all’odio di sé, e si arroga il diritto di definire degli standard di apprendimento e di stigmatizzare chi non vi si adegua, anticipando e preparando il terreno alla discriminazione dell’individualità, che si esprime nella diversità dei tempi e dei modi personali di essere e di essere nel mondo e alla negazione dell'”esistenza” dell’individuo attraverso la negazione del valore di ogni singolo modo di imparare, relazionarsi, conoscere.

L’antidoto alla solitudine, allora, non può che essere quella che i buddhisti chiamano “la spada fiera della compassione”, una forza che abbiamo quasi del tutto perduto, sostituendola con la pietà, che comprende in sè un giudizio di valore dell’altro che la compassione invece non ha.

La spada fiera della compassione ci apre all’intimità, ci rende disponibili all’altro, perché, come dice  Jack Kornfield nel suo fondamentale “Il cuore saggio”,  “(…) la compassione ci porta a fidarci della nostra capacità di aprirci alla vita senza armature”, ci permette di mettere in comune emozioni e sentimenti, nella consapevolezza che sapremo aprirci, senza lasciarci però travolgere dalla sofferenza dell’altro, sapremo dire sì all’amore, al rispetto, alla cura dell’altro, e al tempo stesso sapremo dire no, un no forte e deciso a chi vuole scardinare la riservatezza dei nostri sentimenti, per prevaricarci, abusare di noi, vampirizzarci.

Perché, come ci ricorda sempre Kornfield: “vivere con compassione non significa che dobbiamo dar via tutto ciò che possediamo, prenderci in casa ciascun senzatetto che incontriamo, sistemare ogni difficoltà della nostra famiglia allargata e della nostra comunità. La compassione non è co-dipendenza e non significa perdere il rispetto di se stessi o sacrificarsi ciecamente per gli altri“.

Con la compassione per noi stessi possiamo smettere di condannarci, giudicarci, criticarci, possiamo accettare la nostra vulnerabilità e questa accettazione ci permette di stabilire un contatto con gli altri esseri umani, perché ci dà fiducia nella nostra capacità di sopportare il dolore, senza che ci distrugga: il dolore del rifiuto, dell’abbandono, del tradimento, della perdita. Il dolore del mondo.

Con la compassione per gli altri possiamo smettere di condannare, giudicare, criticare, possiamo accettare l’altrui vulnerabilità e questa accettazione della vulnerabilità di ogni essere umano, ci permette di stabilire un contatto autentico con l’altro, purificando la nostra mente giudicante, così avvezza a spiegare senza comprendere, a condannare senza capire, di ogni asperità e durezza e permettendoci di abbassare le nostre difese e le difese dell’altro, attraverso un movimento di accettazione senza condanna.

Il fragile è l’uomo per eccellenza” dice in maniera così efficace Vittorino Andreoli nel suo bel libro L’uomo di vetro, “perché considera gli altri, suoi pari e non, potenziali vittime, perché laddove la forza impone, respinge e reprime, la fragilità accoglie, incoraggia e comprende“.

Allo stesso tempo, con la compassione per noi stessi possiamo imparare a stare nel mondo, come salici piangenti che si piegano ma non si spezzano.

E possiamo finalmente aprirci all’amore. Alla pienezza dell’amore.

Dell’amore per l’altro, che non sarà più un essere da cui prendere, da giudicare, soppesare, valutare, ma sarà sempre e soltanto un essere da conoscere, giorno per giorno, nelle infinite sfaccettature delle sue emozioni, dei suoi pensieri, nella sua intimità.

Dell’amore per noi stessi, che non saremo più esseri da cui pretendere, da condannare, criticare, disprezzare, ma saremo sempre e soltanto esseri da scoprire, giorno per giorno, nella nostra bellissima, umanissima, incredibile forza: la nostra fragilità.

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2 pensieri riguardo “Il coraggio della fragilità

  1. Una pagina magistrale, questa. Oltre che bella oggettivamente.
    “Con la compassione per gli altri possiamo smettere di condannare, giudicare, criticare, possiamo accettare l’altrui vulnerabilità e questa accettazione della vulnerabilità di ogni essere umano, ci permette di stabilire un contatto autentico con l’altro, purificando la nostra mente giudicante, così avvezza a spiegare senza comprendere, a condannare senza capire, di ogni asperità e durezza e permettendoci di abbassare le nostre difese e le difese dell’altro, attraverso un movimento di accettazione senza condanna.

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  2. Grazie. Davvero la compassione è l’elemento chiave per un mondo più bello. Anche nel mio lavoro di psicologa, giorno dopo giorno scopro quanto poco oggi siamo capaci di provare compassione prima di tutto per noi stessi. Quando le persone riescono a provare compassione per la propria vulnerabilità, le proprie ferite, il proprio dolore, questo sentimento cambia a tal punto la loro visione del mondo e della vita che a volte stentano a riconoscersi e si chiedono perchè hanno avvelenato la loro vita giudicandosi invece che amandosi.

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