Pubblicato in: Digressioni

Un gruppetto di casalinghe nevrotiche

Nel 1963, anno decisivo per i movimenti radicali e democratici statunitensi, in contemporanea con il rapporto federale della Commission on the status of Women, che denunciava le pesanti discriminazioni che le donne subivano nel lavoro, nella giustizia, a causa della carenza di tutele sociali, chiedendo una nuova legislazione che potesse garantire un’equa retribuzione, il congedo per maternità, la costruzione degli asili nido, usciva il libro “La mistica della femminilità” di Betty Friedan.

In questo testo Friedan indica con l’espressione “mistica della femminilità” il modello marito-figli-casa che veniva imposto alle donne senza tenere in alcun conto le loro aspirazioni a una vita lavorativa e sociale diversa e paritaria.

Friedan aveva inviato un questionario alle sue ex compagne di college, in occasione della ricorrenza dei 15 anni dalla laurea della “classe del 1942”, per dimostrare, dapprincipio, che un’istruzione adeguata non contrastava necessariamente con l’esercizio del ruolo di madre e di moglie.

Le risposte delle ex compagne di college, invece, erano state sorprendenti e avevano fatto emergere “the problem that has no name”, il problema che non ha nome, il senso di disagio e di frustrazione che segnava le loro vite, apparentemente agiate e confortevoli.

E Friedan avvertì l’esigenza di raccontare, per cercare di dare un nome, a quel problema che nome ancora non aveva. Questa esigenza di raccontare in pubblico la verità sulle donne, però, incontrò da subito enormi resistenze.

La mistica della femminilità, infatti, riuscì a essere pubblicato solo grazie alle forti insistenze dell’autrice dall’editore Norton, che non credeva in un testo che, come ebbe a dire, riguardava “a few neurotic housewives”, un gruppetto di casalinghe nevrotiche. In realtà, il libro fu da subito un enorme successo editoriale: esaurite le prime 3.000 copie, ne furono vendute subito altre 60.000 nell’edizione hardcover, e, nel corso degli anni, complessivamente più di 1 milione e mezzo.

Le donne stavano scoprendo il desiderio di raccontare la propria verità e di essere raccontate pubblicamente. E in migliaia scrissero a Friedan di essersi riconosciute nella descrizione offerta dal libro, di aver provato un senso di liberazione dall’angoscia e dalla frustrazione a cui adesso potevano dare un nome: la “mistica della femminilità”. Finalmente cominciavano a riconoscersi in una narrazione che gli corrispondeva.

Nel 1963 Betty Friedan, nel suo saggio “La mistica della femminilità” (trad. it. Nelle Edizioni di Comunità, Milano, 1963) affermava che negli Stati Uniti si era arrivati al punto di massima tensione tra la realtà della vita femminile e l’immagine della donna che invece era continuamente proposta dai mass media e dalla cultura ufficiale.

Questa affermazione, a distanza di cinquant’anni, resta purtroppo ancora valida per le donne nel mondo e per le donne in Italia. E questo nonostante molte di esse abbiano a lungo combattuto per contrastare quegli stereotipi di genere che popolano l’immaginario collettivo e legittimano la gerarchia di genere, cercando di dar voce a contro-narrazioni, che, se fossero state davvero ascoltate e condivise, avrebbero davvero demistificato matrimonio, maternità, lavoro domestico, dando forma a un mondo diverso, in cui ogni individuo, uomo o donna che fosse, avrebbe potuto essere un po’ più libero. Libero di scegliere chi essere e come esserlo.

Ma la storia delle donne è storia di voci alternative, inascoltate, cancellate, emarginate. E’ storia di voci che hanno provato a raccontarsi e a raccontare il mondo visto da altri occhi, dai loro occhi, dai loro stessi occhi, cercando di uscire dalla campana di vetro in cui sono state per secoli rinchiuse e di abbattere quel muro invisibile che ancora oggi fa del punto di vista maschile sul mondo l’unico punto di vista possibile e dell’io narrante maschile l’unico io narrante possibile di ogni storia, maschile o femminile che sia.

Questa rielaborazione è stata evidente sin dai primi momenti in cui le donne hanno provato a raccontarsi in un modo diverso, consapevoli che solo su questa nuova narrazione di sé avrebbero potuto fondare la lotta per l’abbattimento dei tradizionali fondamenti socio-culturali che legittimavano, e legittimano, la diseguaglianza di potere tra i sessi.

Di recente La mistica della femminilità è stato ripubblicato, con un capitolo introduttivo in cui Betty Friedan afferma: “non si può andare avanti come se la questione riguardasse solo le donne. C’è una nuova urgenza che riguarda gli uomini, la loro identità virile e il loro modo di vedere se stessi e la società in cui vivono.”

Perché, anche se alcuni uomini si sentono assolti, tutti gli uomini sono lo stesso coinvolti.

(Carmen Pernicola)

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