Pubblicato in: Digressioni

Da Sylvia Plath a Play Boy

Sylvia PlathNello stesso anno in cui usciva La mistica della femminilità, la fondamentale testimonianza di Sylvia Plath, in La campana di vetro, raccontava al mondo il doloroso e irrisolto conflitto che le donne vivevano tra desiderio di affermazione individuale e ruolo sociale imposto dalla società. Già all’età di diciassette anni Sylvia scrive a casa: “Ho paura di crescere. Ho paura di sposarmi. Non voglio ridurmi a cucinare tre pasti al giorno, essere intrappolata nel tran tran quotidiano. Voglio essere libera”. (Sylvia Plath, Letters home).

La stanza 19E ancora nel 1963 Doris Lessing nella raccolta di racconti dal titolo “Tra donne” narrava dell’impossibilità della donna di trovare spazi autonomi all’interno della vita coniugale, senza per questo essere considerata pazza.

La protagonista del racconto La stanza 19, Susan Rawlings, sposata e madre di quattro figli, per sfuggire alla solitudine e alla frustrazione di una totale assenza di autonomia all’interno della vita matrimoniale, trova rifugio in un’anonima stanza di un alberghetto per prostitute, che finisce per appartenerle più della sua stessa casa: “quel senso di vuoto le scivolava deliziosamente nelle vene, come fosse il suo stesso sangue”. Scoperta dal marito, atterrito dalla “follia” della moglie, si ritrova costretta ad inventarsi un amante per rassicurarlo. Uscita dal ruolo di madre e moglie si ritrova costretta a indossare il ruolo di amante per non essere considerata pazza ed essere accettata dalla società-marito che le propone un menage a quattro, avendo anche lui un amante.

diario_casalinga_disperataAppena quattro anni usciva anche “Diario di una casalinga disperata”, in cui Sue Kaufman racconta la storia di Bettina Balser, che nella sua prigione casalinga si sente “paranoica come un vecchio pazzo” e dice di essere così depressa, personificando la mad houseweife, dove in mad c’è la pazzia, ma anche la rabbia, che cerca di calmarsi con pillole, vodka, bourbon, che soffre di tante fobie che le impediscono di muoversi liberamente, dell’ascensore, della metropolitana, dei ponti, dei tunnel, delle barche, delle automobili, degli aeri, degli incendi, dei dentisti, dei parcheggi deserti. Ma anche delle api, dei ragni, dei rapinatori, degli stupratori, delle onde anomale.

Bettina, detta Tina, ha studiato letteratura al college, la sera legge La Recherche e i Buddenbrook e Flaubert, per un periodo della sua vita ha anche dipinto e frequentato la bohème artistica del Village, ma si sente sola, vuota, disperata nella prigione dello stereotipo della casalinga bella e realizzata, cui la società le chiede di conformarsi.

Si fa curare da uno psicanalista che pure, per undici lunghi anni, prova ad accompagnarla verso la “piena realizzazione del suo destino di femmina”, di moglie e madre.

Bettina si è sposata con un bell’avvocato. Matrimonio d’amore. Ha un tenore di vita agiato. Una bella casa in Upper West Side, due bambine, un cane, una cameriera. Ma il bell’avvocato pensa solo al lavoro, il sesso si riduce a poche “rotolatine nel fieno”.

La solitudine la travolge. Insieme a una lunga serie di compiti femminili da assolvere. E allora Bettina prova a tenere un diario. E scrivendo comincia ad arrabbiarsi, a guardare in faccia le sue paure. A prendere coscienza.

Le donne cominciavano a raccontarsi pubblicamente, non a caso scegliendo spesso la forma del diario, a dire a se stesse e agli altri della grande solitudine in cui le confinava lo stereotipo della “soave prigionia domestica della donna”, che Betty Friedan aveva definito “mistica della femminilità”.

Questo raccontarsi non è un passatempo, ma il risultato dell’esigenza profonda e urgente di rinegoziare e di veicolare, attraverso l’auto-narrazione, nuovi significati condivisi. Perché, come dice Callieri, “…noi non siamo altro che la storia che raccontiamo di noi stessi e la nostra identità narrativa si costituisce mediante la nostra storia” (1999-2000, pp.4).

Le donne cominciavano a raccontarsi. Per costruire la loro identità.

E, no. Non sarebbero state ascoltate.

Fu prima di tutto la stampa femminile, che per gran parte delle donne italiane negli anni cinquanta del novecento costituiva la sola forma di istruzione, a tradire le proprie lettrici, scoraggiando e ridicolizzando i primi segnali del desiderio delle donne di avere più spazio, nel privato e nel pubblico e offrendo un contributo incredibile al rafforzamento di quello stereotipo della mistica della femminilità, che le donne avevano cominciato a cercare di smantellare.

Nella sua fase di massima espansione, dovuta all’aumento della propensione al consumo delle famiglie reso possibile dal miracolo economico, la carta stampata, non solo quella femminile, la cui funzione principale era e resta quella di indurre i consumi, scelse, infatti, di raccontare i nuovi primi accenni di protagonismo delle donne nella vita culturale, sociale e politica come conseguenza nefasta di un rilassamento morale della società. E contribuì a diffondere l’utilizzo del termine “emancipata” in maniera dispregiativa, alludendo con esso alla donna disinibita, di costumi troppo liberi, o anche alla donna intellettuale, impegnata e asessuata.

Già ai primi tentativi delle donne di dire: “Ecco chi siamo, ecco come ci vediamo”, l’industria mass-mediatica non rifiuta né discute la nuova narrazione che le donne fanno di sé, ma più radicalmente e violentemente nega loro il diritto a esistere, a raccontarsi secondo un punto di vista che sia loro, personale, e non sia quello maschile.

La stampa e, prima di tutto la stampa femminile, da subito lascia intendere che quello che molte donne vanno affermando su se stesse e quello che potranno affermare su se stesse in futuro non ha valore, non ha importanza, non ha peso, in quanto sono proprio le donne stesse che non hanno valore, non hanno importanza, non hanno peso.

Si insinua che l’origine di tutte le difficoltà che le donne incontrano e hanno incontrato starebbe nel fatto di aver sempre invidiato gli uomini e cercato di imitarli, invece di accettare la propria “natura”, la quale, però, può realizzarsi solo al prezzo di una passività prima di tutto sessuale, e nella subordinazione al maschio, nell’amore materno”, scriveva Nozzoli a proposito delle riviste femminili degli anni cinquanta Nozzili (Nozzoli S., “Donne si diventa”, Milano, Vangelista editore, 1973, p. 211-21.

Ma già nel 1953, appena dieci anni prima della pubblicazione de La mistica della femminilità, mentre la rivoluzione degli angeli del focolare covava ancora sotto la cenere, ma lanciava i primi segnali di sé, un certo Hugh Hefner aveva avuto la brillante idea di fondare a Chicago una rivista pensata soprattutto per il pubblico maschile eterosessuale, che in breve tempo era stata distribuita in ogni parte del mondo.

La rivista era Playboy.

Il primo numero di Playboy uscì nel dicembre del 1953. Costava 50 centesimi di dollaro e vendette subito più di cinquantamila copie grazie anche al paginone centrale occupato dalla fotografia di una giovane esordiente: Marilyn Monroe.

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L’anno dopo, sul numero di luglio della rivista, apparve la prima Playmate, la coniglietta protagonista della foto in grande formato del paginone centrale. Era una delle segretarie e amanti di Hefner. Era completamente nuda. 

Erano gli stesi anni in cui conosceva un enorme successo negli Stati Uniti, il libro dello psicanalista Wilhelm Reich: La rivoluzione sessuale.

Reich, che tra il 1920 e il 1930 aveva ha animato il movimento “Sexpol”, individuava nella diffusione della propaganda nazifascista l´attivazione di pulsioni inconsce repressive e patriarcali e stigmatizzava l´involuzione reazionaria della politica e della società sovietica, che aveva ripristinato la legge contro l´omosessualità, ostacolato l´aborto e restaurato il matrimonio e la famiglia coattiva.

Negli anni ’30 a Vienna, Wilhelm Reich aveva diretto, per un po’ di tempo, un Consultorio di Igiene Sessuale, che offriva servizi medici e psicologici gratuiti, a coloro che non erano in condizioni di pagare per riceverli. Da questa esperienza diretta, Reich era giunto alla conclusione che i disturbi psichici fossero provocati dalla repressione sessuale imposta dalla società borghese e che fosse necessario un percorso individuale di affrancamento dall’educazione borghese che reprime il bambino e mantiene lo status quo attraverso la repressione della sessualità.

Ed erano gli stessi anni in cui veniva commercializzata la pillola anticoncezionale e veniva approvata la legge della senatrice Angela Merlin, che imponeva la chiusura delle case di tolleranza e aboliva la regolamentazione della prostituzione in Italia, ma anche istituiva il primo corpo di polizia femminile. 

Per l’approvazione di questa legge ci erano voluti ben nove anni di iter legislativo, durante i quali non solo i regolamentisti, ma anche gli abolizionisti, si erano serviti di ogni sorta di argomentazione a favore della naturale tendenza della donna al peccato e alla corruzione dei costumi.

La pornografia nacque, così, proprio quando le donne cominciarono a chiedere maggiore rispetto per il loro corpo e per il loro diritto all’autodeterminazione nella sessualità.

A tempo di record Playboy diventò la rivista più distribuita negli Stati Uniti, con più di sei milioni di lettori, giocando un ruolo determinante nella costruzione dell’immaginario collettivo rispetto al corpo femminile, proponendone la mercificazione e legittimando il punto di vista maschile nell’eros come l’unico punto di vista possibile.

Proprio nel momento in cui le donne cominciarono a chiedere maggiori diritti e rispetto, i mezzi di comunicazione di massa confusero, annebbiarono, oscurarono, mascherarono la ribellione e il desiderio di emancipazione, mettendo le donne in quelle situazioni di doppio legame, nelle quali ancora oggi sono imprigionate, esprimendo il rifiuto della Nuova donna – quella figura negativa dell’immaginario maschile, non con un attacco diretto, ma attraverso la delegittimazione e la disconferma.

La pornografia, infatti, così come si diffuse negli anni cinquanta, non era una forma di comunicazione che “squalificava” le donne, attraverso il messaggio implicito di una loro mancanza di valore: per me tu non hai valore, ma riconosco comunque la tua esistenza, le tue emozioni, i tuoi sentimenti, i tuoi desideri, il tuo pensiero, anche se non lo condivido. Era invece una forma di comunicazione che implicitamente trasmetteva il messaggio: tu, in quanto donna, non esisti come persona, sei solo un corpo, da mostrare, da usare, senza emozioni, senza sentimenti, senza desideri, senza pensiero.

Una risposta chiara, diretta: “Non siamo d’accordo, come donne siete inferiori, ci teniamo al nostro potere e non siamo disposti a dividerlo con voi” sarebbe stata chiara e avrebbe potuto aprire un confronto su fatti concreti, la disconferma delle donne esprimeva, invece, il messaggio implicito: “Voi donne non esistete come entità autonoma, indipendente, capace di formulare giudizi su voi stesse o su chiunque”. In altre parole: “voi donne non avete significato”. 

Attraverso servizi fotografici, calendari e paginoni centrali, le conigliette di Playboy, popolano ormai da più di cinquant’anni i sogni di milioni di uomini.

Quel che è molto interessante è che il doppio legame di accettazione, a parole, del desiderio di emancipazione e libertà femminile, e la disconferma, nei fatti, delle donne come soggetto “pensante” e quindi in condizione di esigere tali emancipazione e libertà, fu espresso con chiarezza proprio da coloro che riconoscevano in Playboy una rivista che ha giocato un ruolo importante nel movimento sociale passato alla storia come rivoluzione sessuale e, primo tra tutti, dallo stesso Hugh Hefner, che arrivò ad affermare che “Il movimento femminista, figlio della rivoluzione sessuale, di Playboy è stato parte integrante. A un certo punto si è confuso le idee pensando che la liberazione sessuale e l’emancipazione della donna fossero due idee in conflitto tra loro. Una follia oggi professata solo da una minuscola fetta, antistorica e anti-Playboy, del femminismo. Che si rifiuta di ammettere che la prima beneficiaria della nostra rivoluzione è stata la donna, storicamente cittadina di serie B anche a letto”.

La liberazione sessuale della donna, che la donna ricerca in quanto autodeterminazione sul proprio corpo, diventa così liberazione sessuale della donna dal punto di vista maschile, che si fa finalmente oggetto di piacere consenziente. Consenziente di essere oggetto di piacere, ma soprattutto di essere e restare, comunque, oggetto.

Eppure, nonostante le conigliette e i corpi delle donne venduti a tranci sui banchi del mercato della pornografia e le resistenze di un analfabetismo sessuale e affettivo, figlio di un rigido conformismo e puritanesimo, la ribellione degli angeli del focolare continuò a covare sotto la cenere.

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