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Cappuccetto Rosso: una storia di donne trasformata in una storia contro le donne.

Ora vorrei prenderla un po’ alla lontana e proporvi una storia di donne.

La storia narra di una mamma che chiede alla figlia di andare a far visita alla nonna che abita al di là del bosco e portarle un cestino di cose buone.

Si tratta di una storia molto antica narrata già nella Francia del XIV secolo.

La bambina è Cappuccetto Rosso. La storia è storia di donne. Come quasi tutte le fiabe. Le donne raccontano le fiabe. Le fiabe raccontano le donne.

La storia è il racconto di un rito di iniziazione. La bambina lascia la madre per andare a rinascere adulta, all’interno dell’ordine generazionale.

Che Cappuccetto Rosso sia una storia di donne e parli di un rito di iniziazione diventa ancora più evidente se si va a rileggere un’antica versione italiana della fiaba dal titolo La finta nonna, in cui Cappuccetto Rosso non viene mangiata da un lupo, ma da un’orchessa, e riesce a salvarsi da questa orchessa grazie esclusivamente alla propria astuzia, senza l’aiuto di alcuna figura maschile esterna, come il cacciatore o il taglialegna.

Secondo Propp, il principale studioso di fiabe, “il ciclo dell’iniziazione è il fondamento più antico della fiaba” (in Le radici storiche dei racconti di magia, Newton Compton, Roma 1977, p. 383).

Ancora Propp, in “Radici storiche dei racconti di fate” affronta la questione delle origini e dell’evoluzione storica dei “motivi” di questo genere letterario, ipotizzando che l’origine delle fiabe sia rintracciabile nei rituali di iniziazione delle società di clan di cacciatori e raccoglitori.

L’origine delle storie sarebbe dunque orale, affondando sia nelle narrazioni che accompagnavano i riti di iniziazione, sia in quelle che tramandavano (e che via via nel tempo subivano parziali trasformazioni secondo il modificarsi dei gusti, dei costumi e della morale delle diverse epoche) le esperienze a quei riti collegate.

Nella fiaba, infatti, l’iniziazione appare come un’importante prova da superare, che all’eroe viene sottoposta da un nemico da sconfiggere.

E la piccola Cappuccetto Rosso, con indosso il suo mantello viene sottoposta a una prova da superare: affrontare il bosco e le sue insidie.

Come accade generalmente nei riti di iniziazione, anche quello che vive Cappuccetto Rosso include un processo guidato in cui chi è al più alto livello della gerarchia sociale, la nonna, guida l’iniziativa attraverso un processo di incremento di conoscenza.

Nelle diverse società in genere il diritto ai rapporti sessuali e alla riproduzione è determinato da una generazione sessualmente attiva che se ne riserva il monopolio. Tutto avviene, secondo l’espressione di Meyer Fortes a proposito dello statuto così particolare nel mondo del figlio primogenito, come se esistesse “un fondo limitato di vitalità maschile e di fecondità femminile” (M. Fortes, The first born, in “Journal of chìof Child Psychology and Psychiatrics, 15, 1974), un capitale ristretto di forze procreatrici la cui gestione non può passare a una generazione se non a scapito della precedente. La forza vitale del figlio viene dal declino di quella del padre, la fecondità della figlia dal declino di quelle della madre.

Osserva Francoise Héritier in “Maschile e femminile. Il pensiero della differenza.” (Editori Laterza) che non è possibile mescolare le generazioni in questo ruolo senza che sia stato espresso l’assenso al trasferimento, né è possibile lasciar entrare senza un minimo di precauzioni la generazione che avanza nei ruoli e nelle funzioni della generazione che esce o permettere alla generazione che esce di affermare il monopolio dei suoi diritti; bisogna fare in modo che nessuna delle due parti in gioco “prenda il sopravvento” sull’altra, “tagli la strada” o la “attraversi”, la “scavalchi”, “passi davanti” o “prenda la sua parte”, espressioni metaforiche che sono tutte state utilizzate dagli informanti e riprodotte nei resoconti etnografici.

Propp in “Radici storiche dei racconti di fate”, riferendo dei riti di iniziazione presso le antichissime società di clan scrive: “Si riteneva che durante il rito il fanciullo morisse e che quindi risuscitasse come un uomo nuovo. E’ questa la cosiddetta morte temporanea. La morte e la risurrezione erano provocate da atti raffiguranti l’inghiottimento e il divoramento del fanciullo a opera di animali favolosi. Si immaginava che egli venisse inghiottito da questo animale e, dopo aver trascorso qualche tempo nello stomaco del mostro, ritornasse alla luce, vale a dire fosse sputato fuori o vomitato. Per la celebrazione di tale rito si costruivano talvolta apposite case o capanne aventi la forma di un animale, le cui fauci erano rappresentate dalla porta. Il rito si celebrava sempre nel folto della foresta o della boscaglia.”

In Cappuccetto Rosso nonna e bambina, con una contemporanea morte e rinascita, entrano entrambe in una nuova fase della vita, attraverso la regola di progressiva espropriazione delle generazioni precedenti.

Come accade, poi, che la versione scritta più antica della fiaba, Le Petit Chaperon Rouge, apparsa nella raccolta di fiabe I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault stravolga la fiaba, negando alla bambina la possibilità di identificarsi e di diventare adulta?

Non a caso siamo nel 1967 quando Perrault trasforma Cappuccetto Rosso in una “una ragazza attraente e di buona famiglia” che finisce mangiata dal lupo insieme alla nonna, senza riuscire a salvarsi. Al termine del racconto, Perrault aggiunge pure una sua interpretazione della morale della fiaba, in cui coglie inspiegabilmente un contenuto sessuale.

Da questa storia si impara che i bambini, e specialmente le giovanette carine, cortesi e di buona famiglia, fanno molto male a dare ascolto agli sconosciuti: e non è cosa strana se poi il Lupo ottiene la sua cena. Dico Lupo, perché non tutti i lupi sono della stessa sorta: ce n’è un tipo dall’apparenza encomiabile, che non è rumoroso, né odioso, né arrabbiato, ma mite, servizievole e gentile, che segue le giovani ragazze per strada e fino a casa loro. Guai! A chi non sa che questi lupi gentili sono, fra tali creature, le più pericolose!” (Le Petit Chpaeron Rouge, Charles Perrault, 1697).

MORALE

La novella dimostra chiaramente:

Che i fanciulli – e in ispecie le bambine,

Belle , vispe e carine –

Hanno torto a dar retta a ogni sorta di gente.

Così accade tuttora

Che il lupo tante e tante ne divora! …

State attente, ragazze …

Ci son dei lupi di tutte le razze! …

Ne conosco di quelli così discreti,

Docili, compiacenti, mansueti,

Che senza esprimer nulla;

Sperando pur di farla persuasa;

Dando la caccia a una bella fanciulla.

In piazza, alla finestra, in chiesa, in casa

E perfin nella camera da letto …

In lor non si riscontra alcun difetto;

Garbati in vista, onesti e grazïosi ….

Son quelli i lupi più pericolosi! …

(Perrault C., Il libro delle fate, con quaranta disegni di Gustavo Doré, (trad. di Yorick – P.C. Ferrigni), dono agli Abbonati del “Corriere della Sera”, ed. fuori commercio, Milano, Tipografia del Corriere della Sera, 1891)

Ma se la fiaba di Cappuccetto Rosso fosse nata per insegnare alle bambine a tenersi lontane dagli sconosciuti, per difendersi dalle aggressioni sessuali, perché il lupo non avrebbe manifestato le sue cattive intenzioni direttamente nel bosco, convincendo Cappuccetto Rosso a deviare dal retto sentiero, invece di fare tutta la fatica, totalmente antieconomica ai fini della narrazione, di anticipare Cappuccetto Rosso a casa della nonna, mangiarsi pure la vecchia nonnina, travestirsi da nonna per ingannare Cappuccetto e infine mangiarsi pure lei?

Nella versione di Perrault, ferma all’inghiottimento, la favola termina con una regressione della bambina, intrappolata nel ventre materno: non si verifica un’iniziazione al mondo adulto permessa dal cacciatore e poi da lei stessa in collaborazione con la nonna, come nel secondo finale dei Grimm. Nella fiaba proposta dai Grimm, infatti, un secondo lupo muore nella tinozza d’acqua preparata da Cappuccetto Rosso e dalla nonna: perisce per mezzo di un simbolo profondamente femminile, l’acqua, e sconfitto dalla loro astuzia. Questa vittoria è corrispettiva di un’evoluzione della bambina e dei suoi aspetti più immaturi e legati al principio di piacere: uscire dal grembo del lupo significa rinascere e salire ad uno stadio più alto dello sviluppo dell’Io.

Tutte le varianti di Cappuccetto rosso si distinguono da quella di Perrault, in quanto sembrano riti di iniziazione, in cui la bambina passa attraverso alcune prove e ne esce con un’accresciuta esperienza. Con Perrault si interrompe la narrazione del rito cannibalico, che sembra rimandare a un’originaria realtà rituale e subentra la versione moralistica e maschilista, che sarà ripresa poi da Collodi nella sua raccolta di fiabe “I racconti delle fate”, per entrare infine a far parte del nostro immaginario collettivo.

Come se non bastasse nel XIX secolo i fratelli Grimm, pur reintroducendo la rinascita della bambina, trasformano due versioni della fiaba in una storia principale e nel suo seguito.

Nella storia principale, col titolo Rotkäppchen, Cappuccetto Rosso e sua nonna vengono salvate da un cacciatore, che non è nemmeno interessato a salvare le loro vite, ma lo fa soltanto perché è interessato alla pelle del lupo.

Nel sequel Cappuccetto Rosso e sua nonna, grazie all’esperienza acquisita con il primo lupo, questa volta da sole, dopo aver appreso la lezione dal cacciatore, riescono a catturare e uccidere un altro lupo, alludendo alla evenienza che i lupi sessualmente aggressivi che una ragazza può incontrare per strada possano essere più di uno nel tempo. Sempre non si comprende il ruolo della nonna, in questa versione del lupo/stalker.

Eppure il tema della fiaba di Cappuccetto Rosso delle vittime che vengono estratte sane e salve dalla pancia di un animale favoloso ritorna anche in altre fiabe. Si trova quasi identico, con il lupo, nella fiaba russa Pierino e il lupo. Rappresenta una variante di un’idea almeno antica quanto il Libro di Giona. Si ritrova in Pinocchio, dove il burattino di legno incontra il padre Geppetto nella pancia della balena.

Volendo forzare, con un po’ di ironia, la lettura della vicenda, si potrebbe arrivare a pensare che la sostituzione da parte dei Grimm nella revisione finale del 1857 della fiaba del cacciatore con il taglialegna preluda all’arrivo, che avverrà di lì a pochi anni, della teoria del complesso di castrazione da parte di Freud, che darà il colpo di grazia.

L’interpretazione di Bruno Bettelheim in chiave freudiana della fiaba di Cappuccetto Rosso mostra chiaramente come lo stravolgimento in senso maschilista e fallocentrico della fiaba abbia raggiunto il suo apice con l’enorme condizionamento della psicanalisi sulla cultura del novecento.

Bettelheim riprende l’interpretazione della fiaba in chiave sessuale di Perrault e la porta al parossismo. Il lupo potrebbe incarnare dei desideri rimossi, sessuali ovviamente, riflette Bettelheim che non si dà pace sull’assenza del maschile nella fiaba, come se le donne non potessero avere diritto a una dinamica intrapsichica che gli è propria, autonoma dal principio maschile. Preoccupato di questa assenza Bettelheim afferma che “dal principio alla fine di Cappuccetto Rosso non si fa il minimo accenno a un padre. (…)” Questo però non gli suggerisce che, proprio per questo, la storia potrebbe riguardare una dinamica relazionale intergenerazionale tra le donne, la nonna, la madre e la figlia. No, gli suggerisce, invece, che “(…) il padre è presente, ma in forma nascosta. (…) Il padre è in effetti presente in Cappuccetto Rosso in due forme opposte: come lupo, che incarna i pericoli di violenti sentimenti edipici e come cacciatore nella sua funzione protettiva e salvatrice”. Dimenticando, tra l’altro che questa presenza salvifica del cacciatore è stata aggiunta ed è presente soltanto nella versione dei Grimm.

Come si vede, diventa sempre più scontato che le donne possano definirsi esclusivamente in termini di passività rispetto alla sessualità e non possano pensarsi né essere pensate come in grado di salvarsi e proteggersi da sole.

Più avanti Freud metterà in relazione, nell’analisi di un sogno di un bambino, suo paziente, il cosiddetto Uomo dei lupi, la favola di Cappuccetto Rosso con quella del Lupo e i sette capretti e Fromm. Commentando quest’ultima favola dirà che: “il maschio è rappresentato come un animale crudele e astuto e l’atto sessuale è descritto come un atto di cannibalismo in cui il maschio divora la femmina” .

La versione di Cappuccetto Rosso di Gordiano Lupi, con un lupo terrorizzato da una Cappuccetto Rosso vestita come una prostituta e la cui seduzione è assolutamente mortifera e distruttiva, svela il terrore maschile verso la sessualità femminile, ma poco ha a che vedere con la fiaba.

Nel racconto di Angela Carter (1940-1992) The Company of Wolves Cappuccetto Rosso viene sedotta da un ragazzo che è un lupo mannaro e accetta di condividere con lui la sua natura carnale di lupo mannaro bruciando i vestiti nel caminetto .

Ce lo ricorda Bettelheim che “il pericolo per Cappuccetto Rosso consiste nella sua sessualità in boccio […] e una sessualità prematura è un evento regressivo, che porta alla superficie tutto quanto è ancora primitivo in noi e che minaccia di inghiottirci” .

Fromm arriva a teorizzare che il lupo venga “messo in ridicolo […] perché ha tentato di recitare la parte di una donna incinta, portando nel suo ventre esseri vivi” .

Una lettura di Erich Fromm vuole addirittura che “il cappuccetto di velluto rosso” sia un simbolo delle mestruazioni e quindi dell’inizio della fase della pubertà in cui la ragazzina si trova a dover affrontare il problema del sesso. “L’ammonimento di non allontanarsi dal sentiero” (…) è un chiaro avvertimento contro i pericoli del sesso e contro quelli di perdere la propria verginità”. E la nonna che c’entra?

Il lupo è visto come l’uomo, pronto a perpetrare la sua sessualità violenta sulla bambina. Ma il lupo non aggredisce la bambina nel bosco. E non si comprende perché, se l’intenzione del lupo fosse sessuale, dovrebbe mangiarsi anche la nonna e poi assumere le sue sembianze.

Eppure il lupo è un simbolo molto ricorrente nella tradizione occidentale, alla base anche di uno dei miti più noti della civiltà europea, quello della fondazione di Roma, in cui una lupa allatta Romolo e Remo i futuri fondatori di Roma.

Viviamo in una società nella quale è difficile che una persona qualunque veda il lupo in natura, ma nonostante questo è l’animale selvatico più presente nel nostro immaginario collettivo. Il lupo è citato nella Bibbia, nella Divina Commedia, nelle opere di Manzoni e Shakespeare, nelle immagini pubblicitarie e nei modi di dire, nei toponimi e nelle automobili.

La simbologia del lupo è fortemente ambivalente: da una parte il lupo, dal greco lykos, rimanda alla luce, lyké, al sole e nella mitologia è posto sempre accanto al dio iperboreo Apollo, come attestano Luciano, Giuliano Imperatore e lo stesso Virgilio che lo utilizza per designare Roma stessa, dall’altra parte nel poema sacro della tradizione scandinava, l’Edda, l’età del lupo è l’età oscura.

Ci troviamo, perciò, dinanzi a un simbolo molto potente di crisi, dal greco Krisis, che viene da krino, separo, momento che separa una maniera di essere o una serie di fenomeni da un’altra differente, parola che contiene in sé la separazione, la perdita e al tempo stesso la possibilità di una rinascita.

Dante Alighieri mette un lupo tra le tre belve che all’inizio del suo viaggio iniziatico gli sbarrano il cammino.

San Francesco converte il lupo orientando la sua ferocia naturale verso un atto collaborativo con la popolazione.

Un altro furto è compiuto alla mitologia femminile a favore di una mitologia maschile che continuerà a legittimare una diseguaglianza di potere tra i generi, attraverso la visione della donna, come essere passivo e debole, dalla sessualità oscura e pericolosa.

Toccherà alle donne non dimenticare che il lupo che gli viene incontro nel bosco è il lupo guerriero, la cui forza può essere creativa o distruttiva. E che nelle loro mani è il potere di scegliere, se attingere a quella potente forza creativa, per vivere con dignità e coraggio, o se sfruttare quella forza in maniera distruttiva, contro il mondo o contro se stesse.

Perché come “fra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cosa è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in sé stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo dei potenti” (Ernst Jünger), così fra il grigio delle donne docili, gentili, sottomesse, si celano le donne lupo, che non hanno dimenticato che cosa è la libertà.

E non soltanto quelle donne sono forti in sé stesse, ma c’è anche il rischio che, un bel giorno, esse trasmetteranno le loro qualità a tutte le altre e che il gregge femminile, si trasformi finalmente in branco. E’ da sempre questo l’incubo del potere maschile.

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