Pubblicato in: Digressioni

Il neurosessismo e il cervello delle donne: la nuova frontiera delle discriminazioni di genere.

llustration by Sam Manchester-The New York Times
llustration by Sam Manchester/The New York Times

Katherine Ellison, una giornalista affermata che, prima di sposarsi e avere due figli, faceva la corrispondente dal Sudamerica per il “Miami Herald”quando è rimasta incinta ha pensato con terrore alle cose che si sentono sul cervello delle mamme, che è più lento, che “perde colpi”. E al fatto che le madri, durante e dopo la gravidanza, sarebbero meno presenti a se stesse, nelle attività domestiche così come in quelle lavorative.

Personalmente, io questa non l’avevo mai sentita, eppure sulle donne ne ho sentite tante, ma se l’ha sentita, qualcuno l’avrà detta. Però lei questo “calo di intelletto” non lo avvertiva. Ha cominciato a fare ricerche e ha raccolto le prove scientifiche che il cervello delle mamme è più efficiente. Perché i bambini rappresentano uno straordinario “catalizzatore dell’intelligenza”.

Così ha scritto un libro per raccontarci quali sono i superpoteri che lei, e le altre donne, conquistano con la maternità:

– la percezione, con una vista radar che permette di rilevare pericoli a metri di distanza, un olfatto molto sensibile che l’aiuta a sentire la febbre della sua bambina con il naso;

– l’udito bionico, che permette di sentire il pianto del bambino anche nel bel mezzo di un concerto o un suo rantolo in pieno sonno, un  tatto rilassante, che permette di calmare il bambino con una carezza;

– l’efficienza, che trasforma le mamme in donne multitasking;

– la capacità di recupero: perché una madre non ha il diritto di ammalarsi.

– la motivazione, perché non si possono prendere ferie dalla maternità;

– l’intelligenza emotiva: la maternità ha potenziato la sua apertura verso gli altri, l’ha resa più disponibile, più aperta, più confidenziale.

Louann Brizendine, neuropsichiatra all’Università della California, fondatrice e direttrice della Women’s Mood and Hormone Clinic, già autrice del bestseller internazionale “Il cervello delle donne” (Rizzoli 2007, ora in Bur), convinta che la differenza tra il cervello maschile e quello femminile sia essenzialmente ormonale e quindi biologica, ci spiega che la “materia grigia” di uomini e donne è diversa fin dal momento della nascita e che la peculiarità biologica delle donne, con il loro corredo di ciclo mestruale, gravidanza, parto, allattamento, cura dei figli, influisce sullo sviluppo cognitivo, sociale e comportamentale del cervello.

Secondo la neuropsichiatra le prime differenze cerebrali si manifestano già dall’ottava settimana di sviluppo fetale, in particolar modo a causa dell’avvio di quella attività ormonale che condizionerà per il resto della vita i sistemi neurali di maschi e femmine. Mentre gli uomini potenzierebbero soprattutto i centri cerebrali legati al sesso e all’aggressività, le donne tenderebbero a sviluppare doti uniche e straordinarie: una maggiore agilità verbale, la capacità di stabilire profondi legami di amicizia, la facoltà quasi medianica di decifrare emozioni e stati d’animo dalle espressioni facciali e dal tono della voce, e la maestria nel placare i conflitti. (Louann Brizendine, Il Cervello delle donne, Rizzoli, 2007).

Un passo importante per incoraggiare e sostenere le rappresentazioni limitanti e fuorvianti della donna viste attraverso la cultura popolare, filtrate dai mezzi di comunicazione di massa, che tramandano da anni lo stereotipo della donna compiacente ed emotiva e dell’uomo forte e razionale, influenzando l’immaginario collettivo.

Da sempre le differenze fisiche di genere sono uno dei temi più investiti da proiezioni antifemminili che non hanno risparmiato la scienza.

Oggi queste proiezioni antifemminili si stanno diffondendo  pericolosamente nelle scienze neurologiche, dando vita a una nuova forma di discriminazione che viene definita neurosessismo.

brainstormRebecca Jordan-Young, Associate Professor of Women’s, Gender, and Sexuality Studies at Barnard College alla Columbia University, si è occupata della questione del neurosessismo in un saggio dal titolo “Brain Storm, i difetti della scienza delle differenze sessuali”, in cui demolisce gli studi che sostengono che le differenze cerebrali tra uomo e donna dipendano da una precoce esposizione a differenti ormoni sessuali, che darebbe vita al cosiddetto “cervello sessuale”.

Raffaella Rumiati, docente di Neuroscienze cognitive alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, afferma che non ci siano evidenze scientifiche a sostenere l’associazione tra differenze morfologiche tra il cervello maschile e femminile e differenze cognitive e comportamentali.  Osserva, inoltre, che le ricerche più recenti mostrano una significativa riduzione nelle differenze cognitive tra uomo e donna avvenuta negli ultimi decenni nei  paesi con una maggiore equità tra i sessi, che farebbe pensare che tali differenze sono molto piu’ culturali che biologiche.

Nel suo libro Delusions of Gender Cordelia Fine, psicologa e saggista, ci  ricorda che “gli stessi concetti prodotti dalla comunità scientifica vengono spesso usati per mantere lo status quo, che vede le donne in posizione subalterna” e attacca con durezza le recenti affermazioni pseudo-scientifiche che sostengono l’origine di diverse differenze cognitive e comportamentali tra i sessi in immutabili differenze biologiche tra il cervello femminile e il cervello maschile.

delusions_of_gender_web_girlPerchè ci sono così poche donne nelle scienze e nell’ingegneria e così pochi uomini nella stanza del bucato? Questi studi affermano che è a causa delle differenze tra i loro cervelli.  Cordelia Fine ricorda che il cervello non è una struttura molto rigida, ma è molto plastico e si modifica sulla base delle influenze ambientali.

James Flynn, uno dei massimi esperti internazionali di studi sul Qi (Quoziente intellettivo) sostiene che negli ultimi cento anni le donne hanno superato gli uomini in fatto di intelligenza, migliorando le prestazioni nei test del Qi. E questo non a causa dei loro geni o delle dimensioni del loro cervello, che non si sono modificati nel tempo, ma grazie a un maggiore accesso all’istruzione, che ha permesso loro di esprime maggiormente le loro abilità di quanto avessero potuto esprimere in precedenza,

E allora perché molti continuano a insistere nel volere dimostare l’esistenza di importanti differenze biologiche tra il cervello della donna e il cervello dell’uomo, su cui si baserebbero importanti differenze comportamentali e cognitive?

Ancora secondo Cordelia Fine, questo tipo di atteggiamento può essere definito come neurosessismo, quando porta a sostenere, senza alcuna evidenza scientifica, che le donne, ad esempio, siano più portate degli uomini a prendersi cura degli altri, ammantando di scientificità un concetto culturale che ha imprigionato la donna nel ruolo dell’accudimento e dell’altruismo sacrificale.

Oppure quando induce ad affermare che le donne, ad esempio, non sono portate per la matematica e per le materie sceintifiche in generale,

“Non ci sono prove scientifiche convincenti del fatto che le donne non siano portate per le materie scientifiche – dice Rumiati – “Bisogna quindi arrendersi all’idea che se ci sono poche iscritte nelle facoltà scientifiche e poche docenti donne c’è qualcosa che non funziona nel sistema educativo della maggior parte dei paesi cosiddetti sviluppati. In paesi più evoluti per quanto riguarda le uguaglianze sociali e la parità di genere, come ad esempio l’Islanda e la Norvegia, le adolescenti hanno dei risultati scolastici per la matematica simili a quelli dei coetanei maschi. In Italia, invece, il gap è ancora notevole e simile a quello riscontato in Turchia”.

Sebbene una parte della comunità scientifica abbia smontato i vari studi che cercano di dimostrare che le differenze tra uomini e donne hanno soprattutto basi biologiche, il neurosessimo continua ad avere grande successo e ad essere molto rilanciato dai media, probabilmente anche perchè, come fa notare Rumiati, “(…) le neuroscienze offrono le immagini dei fenomeni che studiano. Per esempio è possibile, utilizzando la risonanza magnetica funzionale, vedere le aree del cervello che si attivano quando i soggetti sperimentali leggono parole oppure osservano volti”.

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