Pubblicato in: Digressioni

Commercialisti dell’amore

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E allora eccomi qui. A quarant’anni a chiedermi ancora cosa sia l’amore. E a scoprire quasi con stupore che sono ancora capace di innamorarmi. Anzi, che forse soltanto ora, con la maturità, ho imparato a innamorarmi davvero, vedendo nell’altro l’altro e non soltanto me stessa. Così, una sera, immersa in questi pensieri, ho fatto una scoperta, che forse molti di voi avranno già fatto prima di me.

Ho scoperto quanto sia difficile oggi parlare d’amore e di innamoramento. Nessuno parla più d’amore.

Sarà capitato anche a qualcuno di voi. Di incontrare un uomo. O una donna. Già dopo il primo incontro tutti lì a chiedervi se ci avete fatto sesso. E finché non ci fate sesso, non vale. Non è una storia. Non è una relazione. E non provate a giustificarvi dicendo che vi siete innamorati e che il sesso arriverà con calma. Tutti ancora lì a guardarvi con sospetto, con commiserazione: poveri ingenui (o ingenue) che vi lasciate così prendere in giro. La verità è che non gli/le piacete abbastanza. Fatevene una ragione.

Il sesso è diventato la principale unità di misura di una relazione affettiva. Del resto, perché meravigliarsene?

Viviamo in una società in cui le persone sono, prima di ogni cosa, strumenti di produzione, il cui valore si misura prevalentemente in funzione dei beni che consumano.

Così, in fondo, perchè stupirsi, se il valore di una relazione affettiva si misura prevalentemente in funzione del sesso consumato? In effetti, anche il sesso è un bene di consumo. Infatti, si dice che il matrimonio è stato consumato.

Dite che esagero?

Provate a dire in giro che non fate sesso da un po’. Noterete sguardi compassionevoli e riceverete pacche sulla spalla.

Non fare sesso è un po’ come essere poveri, oggi. Meglio non dirlo, se non ci si vuole attirare commiserazione e biasimo. Ecco perché molti mentono. Sul sesso e sul conto in banca. E perché molti si buttano via in rapporti sessuali usa e getta. E perché molti si indebitano. Non perché sentono una effettiva carenza. Perché gliela fanno sentire gli altri.

Anche, come ci ricorda la sociologa Juliet Schor che : “(…) Il consumismo ci intrappola abituandoci alla ricchezza, ci costringe a emulare il nostro vicino, ci obbliga a sottoporci alla pressione sociale creata dalle scelte di tutti gli altri“.

Tutti, chi più chi meno, cadiamo prima o poi nella trappola dell’adesione acritica a miti sociali e culturali. Il problema si pone quando questi miti, nelle relazioni umane concrete, creano incongruenze, che invalidano le relazioni stesse e non ci permettono di avanzare verso relazioni più gratificanti, libere e dotate di senso.

Sì, mi rendo conto: è un sistema di vita deprimente e demoralizzante.

Per quanto deprimente e demoralizzante è un sistema di vita che, come ogni sistema di vita, non si produce da sé, ma è prodotto da una visione del mondo. E la visione del mondo che lo produce è la nostra: una visione del mondo in cui l’amore è un’astrazione, una parola svuotata di concretezza, e l’individuo ha valore in quanto produttore e consumatore di merci. Una visione del mondo che ci porta a negoziare le relazione affettive, secondo una logica di dare e avere, dove il sesso, ma anche il tempo, l’accudimento, i doni, sono risorse materiali o monetarie da scambiare.

Sembra più facile: io ti do, tu mi dai. Sul mercato dell’amore ognuno ha le sue quotazioni, calcolate su quanto è in grado di dare.

Un amore che non quantifica, non misura, ma rispetta, stima, condivide, senza bilancini è faticoso, perché richiede responsabilità, pazienza, tempo. Non dà gratificazioni immediate.

Meglio, forse, continuare a pensare che l’amore non esiste e ricercare esclusivamente la gratificazione immediata nella sessualità, da bruciare in pochi attimi, per tornare alla solitudine affettiva di partenza.

Come dice la poetessa Szymborska: “Chi non conosce l’amore felice/dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice./Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire“.

Eppure abbiamo un gran bisogno di tornare a innamorarci. Di tornare a relazioni tra persone, di incontri tra passioni, interessi, valori. Questo esserci trasformati in commercialisti dell’amore ci intristisce e ci deprime, oltre a renderci vulnerabili al mercato che ogni giorno cerca di convincerci che comprando questo o quello potremmo essere più amabili e più amati.

Se volessimo tornare a innamorarci, forse potremmo partire da qui, ristrutturando questa visione del mondo.

Perché l’amore è una risposta, non è una domanda. E non segue le logiche degli scambi monetari o materiali. E’ il contrario della sopraffazione, dell’aspettativa e della pretesa che l’altro ci dia quanto gli diamo, che ci dia quel che vogliamo. E’ lasciare che l’altro sia quello che è. E’ desiderare che l’altro resti quello che è.

Non è facile, lo so. Da troppo tempo assistiamo al degrado della vita sociale. Diffidenza, strumentalizzazione, svalutazione delle relazioni interpersonali si sono sedimentate in una diffusa sfiducia che permea l’intero tessuto sociale, una spirale di insofferenza e di passività, un rifiuto al coinvolgimento in prima persona nelle relazioni umane.

Con la compassione per noi stessi possiamo imparare a stare nel mondo, come salici piangenti che si piegano ma non si spezzano. E possiamo finalmente aprirci all’amore. Alla pienezza dell’amore.

Dell’amore per l’altro, che non sarà più un essere da cui prendere, da giudicare, soppesare, valutare, ma sarà sempre e soltanto un essere da conoscere, giorno per giorno, nelle infinite sfaccettature delle sue emozioni, dei suoi pensieri, nella sua intimità.

Dell’amore per noi stessi, che non saremo più esseri da cui pretendere, da condannare, criticare, disprezzare, ma saremo sempre e soltanto esseri da scoprire, giorno per giorno, nella nostra bellissima, umanissima, incredibile forza: la nostra fragilità.

 

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