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Preoccuparsi è il verbo chiave della nostra epoca

27.024000,27.024000“Ecco le navi; ed ecco il Leviatano che hai creato perché lì dentro agisca.”
(dai Salmi)

Preoccuparsi è il verbo chiave della nostra epoca. Pre-occuparsi, occuparsi prima, per problemi temuti, non reali, provare paura, ansia, trepidazione per problemi immaginari, cercando di risolverli prima ancora che si siano presentati.

Preoccuparsi per la fine del mondo, per un meteorite che passa troppo vicino alla Terra, per un attentato terroristico.

Preoccuparsi per gli imprevisti, le scadenze di lavoro, le faccende domestiche ancora da fare, la salute propria e dei propri cari.

Nessuno si preoccupa quanto me e per tutto. Qualsiasi cosa è un pretesto per tormentarsi. E non posso farci nulla”. (Emil Cioran, Quaderni, 1957-1972).

Nella classificazione psichiatrica questo pre-occuparsi rientra in diverse categorie.

Molte persone si preoccupano dell’altezza, altre dei ragni, altre dei serpenti, del sangue, delle ferite, degli spazi chiusi, dei luoghi aperti, di essere sepolti vivi, dei cani e ne hanno paura anche solo se se le immaginano.

La paura governa il genere umano. Il suo è il più vasto dei domini. Ti fa sbiancare come una candela. Ti spacca gli occhi in due. Non c’è nulla nel creato più abbondante della paura. Come forza modellatrice è seconda solo alla natura stessa”. (Saul Bellow)

La paura è un’emozione fondamentale per la sopravvivenza, in quanto è il segnale di uno stato di emergenza e di allarme che prepara a una reazione di attacco, fuga o paralisi. Per lungo tempo la paura ha giocato un ruolo cruciale nella sopravvivenza dell’individuo e della specie umana. E lo gioca ancora oggi. Ma la specialità degli esseri umani è quella di riuscire a provare paura non solo dinanzi a pericoli reali, ma anche dinanzi a pericoli immaginari.

Nella classificazione psichiatrica queste paure sproporzionate e immaginarie vengono definite fobie. L’età di esordio di questo disturbo è mediamente verso i 15 anni, anche se si sono rilevati picchi nell’intervallo da 0 a 5 anni e a 13 anni. La durata media della”paura sociale” è di 6 anni nell’80% dei casi , di 15 anni nel 28% e “fin da quando mi ricordo” nel 9% dei casi. Le persone continuano a soffrire di questo disturbo per molti anni prima di ricevere un trattamento, che viene ricercato in media tra i 30 e i 41 anni ( Marks, 1970; Mattick et al., 1989; mersch et al., 1989; Heimberg et al., 1990; Turner et al., 1991; Manuzza et al., 1995).

E’ interessante notare che culture diverse presentano preoccupazioni diverse: ad esempio, in Cina, è diffusa la Pa-leng, la paura del freddo, in cui la persona teme che la perdita di calore corporeo possa minacciare la sua esistenza, che sembra correlata alla filosofia cinese dello yin e dello yang, in cui lo yin indica gli aspetti freddi e ventosi della vita, che indeboliscono l’energia vitale.

Molte persone hanno paura di ritrovarsi insieme ad altre persone, di intraprendere e continuare una conversazione, di incontrare persone nuove e a causa di questa paura evitano il più possibile di trovarsi in situazioni sociali, in cui correrebbero il rischio di essere valutati, giudicati dagli altri, in cui potrebbero dire qualcosa di imbarazzante, ma anche di fare la coda, usare i trasporti pubblici, usare i bagni pubblici, telefonare quando ci sono altre persone, mangiare o bere in pubblico, frequentare luoghi affollati, negozi, cinema.

La psichiatria classifica questa paura come fobia sociale. Anche questo genere di paura è molto comune, considerato che è stato calcolato un tasso di prevalenza nell’arco della vita pari all’11% negli uomini e al 15% nelle donne. Anche questo tipo di paura è mediata culturalmente. Se, ad esempio, negli Stati Uniti le persone hanno soprattutto paura di essere giudicate in maniera negativa dagli altri, in Giappone, invece hanno soprattutto timore di arrecare offesa agli altri.

Coloro che hanno questa paura sono convinti che un giudizio negativo espresso da qualcuno nei loro confronti avrebbe un esito catastrofico sulla loro vita, potrebbe annientare le loro fragili sicurezze.

Sempre più persone hanno improvvise manifestazioni di ansia, con paura, terrore, sensazione di morte imminente, timore di perdere il controllo delle proprie idee o delle proprie azioni. Durante queste manifestazioni di paura in assenza di pericoli reali possono provare tachicardia, dolore al torace, sensazione di soffocamento, vertigini, vampate di calore o brividi di freddo, tremori e sudorazione.

Nella nosografia psichiatrica questi attacchi di ansia sono definiti attacchi di panico.

Il tasso di prevalenza del disturbo di panico nell’arco della vita è del 2% circa negli uomini e di oltre il 5% nelle donne (Kessler et al., 1984). Il disturbo insorge tipicamente nell’adolescenza e la sua comparsa è associata ad esperienze di vita particolarmente stressanti (Pollard, Pollard e Corn, 1989).

A volte le persone hanno paura dei luoghi pubblici e frequentati, dai quali potrebbe essere difficoltoso allontanarsi o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto nel caso che l’individuo venga colpito da un attacco di panico.

In alcuni casi questa paura è legata alla paura di avere un attacco di panico. Possono essere presenti la paura di andare per negozi a fare compere, la paura di ritrovarsi in mezzo alla folla e quella di viaggiare.

Questa paura nella nosografia psichiatrica è definita agorafobia. Chi soffre di agorafobia prova spesso un forte disagio nell’allontanarsi di casa, e può anche evitare completamente di farlo.

In tutte queste paure cruciale è il senso di inadeguatezza della persona nell’esplorazione dell’ambiente esterno. La paura inibisce l’istinto esplorativo.

Nei primi mesi di vita il bambino inizia la sua graduale scoperta dell’ambiente esterno e mostra un grande istinto esplorativo.

La ricerca della vicinanza con un altro essere umano è considerata una predisposizione umana innata da cui dipende lo sviluppo sociale. Per stabilire precocemente questi rapporti di vicinanza il bambino è dotato della capacità di segnalare i propri bisogni, attraverso il sorriso, il pianto, e della capacità di avvicinarsi agli altri, seguendo, aggrappandosi, per garantirsi il contatto fisico e la vicinanza con la madre, la cui funzione biologico principale non è il nutrimento ma la protezione dai predatori, che possa garantire l’interazione sociale.

Le persone adulte che vivono nella paura immaginaria non sono usciti da questa condizione infantile, e hanno una ridotta capacità di esplorare l’ambiente in modo autonomo e di interagire con gli estranei. Infatti le paure si sviluppano principalmente quando vivono o immaginano di vivere una separazione dalle loro persone di riferimento. Tutte queste paure sono il risultato di uno squilibrio tra il bisogno di esplorazione e l’esigenza di avere accanto a sé delle figure protettive in favore del secondo.

Tutte queste paure sono, quindi, riconducibili alla paura di affrontare i pericoli senza la protezione dai predatori di una o più figure protettive.

Se nel mondo animale i cuccioli imparano rapidamente a cavarsela da soli e ad affrontare il mondo da adulti, senza ricorrere continuamente alla protezione delle figure protettive, tra gli esseri umani sempre più di frequente i bambini non vengono messi nelle condizioni di imparare a cavarsela da soli e da adulti si ritrovano a non riuscire ad avere fiducia nelle proprie capacità di affrontare il mondo anche nelle più semplici azioni quotidiane senza il supporto, la presenza delle figure protettive.

Ma, in fondo, i pericoli che tutti temiamo, il pericolo cui siamo esposti, è uno soltanto: la morte, che può arrivare da ogni direzione. La morte fisica, ma anche la morte psicologica, l’annientamento del non essere approvati, amati.
Tutti ogni tanto ci preoccupiamo della morte.

Molti si preoccupano continuamente della morte, anticipano la catastrofe, si confrontano con la continua incombente possibilità della morte, prima che ancora si sia presentata.

E si lanciano all’inseguimento della grande balena bianca, Moby Dick che perseguita i marinai, fragili capitani Achab, imbarcati sulla fragile nave della vita, temono il confronto con la balena che tutti ci perseguita e al tempo stesso gli vanno incontro con l’illusione di poterla sconfiggere affrontandola.

Si preoccupano continuamente e per ogni cosa e pensano che questo preoccuparsi sia la strada buona per non farsi cogliere impreparati, per trovare soluzioni ai problemi, per prevenire, evitare, sfuggire catastrofi.

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa quando esattamente – avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po’ per mare, e vedere la parte equorea del mondo. E’ un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione. Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara; ogni volta che nell’anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando l’ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale pu impedirmi di uscire deciso per strada e mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che tempo di mettermi in mare al più presto. Questo il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m’imbarco. E non c’e’ niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l’oceano.

Ismaele si imbarca per mare per scacciare la tristezza sulla nave del capitano Achab “roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile”, per vederlo trascinato negli abissi dalla grande balena bianca con tutti i suoi uomini, impigliato nelle stesse funi lanciate per agganciarla.

“(…) il tempo dell’ansia è il futuro: un futuro che si rivive come già realizzato nelle ombre dolorose di una morte vissuta come imminente”. (Eugenio Borgna, Le emozioni ferite, Feltrinelli, 2009). Nelle ombre dolorose di una morte che può arrivare da ogni direzione. Del Tempo che passa. Tic tac.

Dalla radio canta Tiziano Ferro in Sulla mia pelle: “Vorrei fermare il tempo prima che sia troppo tardi,/per non rinchiudere i miei sogni nell’album dei ricordi/ resisterò, cascasse il mondo, mi aggrapperò saldo,/ al traguardo arriverò pronto a scommettere quello che ho./” E più avanti: “(…) è un conto alla rovescia con una clessidra, una guerra contro il tempo (…)”.

Gli esseri umani sogno gli unici esseri viventi ad avere consapevolezza della morte. Il solo vero peccato originale dell’essere umano è la coscienza. Il primo uomo e la prima donna che hanno mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male si sono scoperti nudi, sono stati coscienti di essere coscienti, e in questo riconoscersi coscienti, hanno scoperto la loro fragilità dinanzi alla vita.

Hanno scoperto la nuda verità. E solo dopo che si sono nutriti della conoscenza e hanno avuto coscienza di sé, il primo uomo e la prima donna si sono scoperti mortali. E con questa scoperta si sono condannati.

Perduto il paradiso terrestre dell’incoscienza hanno cominciato a vagare per la terra senza più pace, inseguiti dal loro vero, unico, grande nemico, dal loro unico, vero, grande persecutore: il Tempo.

Gli altri esseri viventi non hanno coscienza, non pensano, non sanno cioè di dover morire. Non sono inseguiti dal Tempo. Vivono ogni istante senza passato né futuro, vivono il presente, un eterno attimo. Per gli esseri umani, invece, “La morte sovrasta l’esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta. Essere e Tempo – Martin Heidegger.

Anche i bambini nei primi anni della loro vita non hanno coscienza della Morte. E del Tempo.

E’ di quella incoscienza infantile, di quella beata consapevolezza che rende possibile vivere il presente senza la persecuzione del Tempo che preme, della Morte che incombe, che abbiamo nostalgia quando abbiamo nostalgia dell’infanzia o dipingiamo l’infanzia come il paradiso perduto.

Così l’ansia è una perenne lotta contro il Tempo. L’angoscia, come già sosteneva Heidegger, viene sperimentata dall’individuo per il solo fatto di esistere. L’angoscia è la disposizione fondamentale che ci mette di fronte al nulla (Martin Heidegger).

L’angoscia obbliga l’individuo che ne fa esperienza a confrontarsi con l’incombente possibilità della morte, un pensiero che altrimenti tenderebbe a rimuovere (Borgna, 1998).

Sopravvalutiamo così tanto il passato, attribuendogli la responsabilità di quasi ogni nostro comportamento, di ogni paura o angoscia. Ma non è il passato che ci opprime. E’ il futuro. E’ l’angoscia di quel che sarà, non l’angoscia di quel che è stato.

Lo dice mirabilmente Cioran nei suoi quaderni: “ Gare du Nord. C’è un orologio che indica i minuti: 16.43. Quel minuto, ho penato, non ritornerà mai, è scomparso per sempre, è sprofondato nella massa anonima dell’irrevocabile. Quanto mi sembra futile e senza fondamento la teoria dell’eterno ritorno! Tutto scompare per sempre. Non rivedrò mai più questo preciso istante. Ogni cosa è unica e priva di importanza”. (E. M. Cioran, Quaderni, 1957-1972, cit. pp. 665).

Come uscirne? Non se ne può uscire. L’autenticità del vivere richiede, invece, la capacità di starci dentro, di confrontarsi con la propria condizione umana e di imparare a vivere senza più dibattersi.
“Per non essere gli straziati martiri del Tempo, ubriacatevi senza posa! Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare” suggeriva Charles Baudelaire (Lo Spleen di Parigi).

Per non essere gli straziati martiri del Tempo: vivere.

Il coraggio più sicuro è quello che nasce da una reale conoscenza del rischio da affrontare, mentre quello che proviene dall’incoscienza è tanto pericoloso quanto la vigliaccheria.

Noi siamo i creatori del tempo, le vittime del tempo, gli assassini del tempo. Il tempo è senza tempo. Sei tu l’orologio, Cassiel”. (Emit Flesti rivolto a Cassiel il quale ne ignora la vera natura)

Ma sempre più l’ansia si diffonde, l’angoscia governa le nostre vite. Sempre meno sappiamo vivere. “(…) Perché l’intera umanità vuole vivere, ma non ne vuole pagare il prezzo, e questo prezzo è il prezzo della paura. (…)” Antonin Artaud, Lettere da Rodez.

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