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Sylvia Plath: essere o non essere Dio.

Sylvia PlathSylvia Plath nasce a Jamaica Plain – un sobborgo di Boston – il 27 ottobre 1932, in una famiglia di origine austro-tedesca e trascorre l’infanzia e l’adolescenza all’interno di una élite colta e conservatrice. Il padre Otto è uno stimato entomologo, la madre Aurelia docente. Quando Sylvia ha otto anni il padre muore. Di lui più in là negli anni Sylvia dirà(“…… era un autocrate, lo amavo e detestavo e probabilmente ho desiderato spesso che morisse. Quando morì, immaginai di essere stata io ad ucciderlo……”).

Con la morte del padre in Sylvia sembra spezzarsi qualcosa. La perdita del padre è una frattura, una crisi che sconvolge Sylvia definitivamente, facendola prigioniera per sempre.

Scrive nei Diari nel 1950 “(….)

“C’è tuo padre morto, da qualche parte dentro di te, intessuto nel sistema cellulare del lungo corpo germogliato da un suo spermatozoo che si è unito con un ovulo nell’utero di tua madre. Ricordi che da piccola eri la sua preferita e inventavi sempre dei balletti da fargli quando si sdraiava sul divano del salotto dopo cena. Ti domandi se la mancanza di un uomo più grande in casa abbia a che vedere con la tua intensa brama di compagnia maschile e con il piacere che ti dà il suono basso e riposante delle voci e delle risate di un gruppo di ragazzi. Ti piacerebbe che da piccola ti avessero obbligata a imparare la botanica, la zoologia e le scienze. Ma con la morte di tuo padre ti sei esageratamente orientata verso la personalità “umanistica” di tua madre.(…)”

Il racconto della morte del padre è davvero privo di qualsiasi emozione.

Nei confronti della madre Aurelia donna brillante dal carattere ambizioso e inflessibile, sospinta dalla ricerca alternativa di affetto e approvazione, Sylvia si sdoppierà in una immagine di giovanetta dal talento precoce, combattiva e vincente, promettente poetessa e scrittrice di sicuro successo.

A proposito della madre scrive nel 1950 nei Diari:

E ti sei spaventata quando hai sentito che la tua voce smetteva di parlare e c’era l’eco della sua, come se lei si esprimesse in te, come se tu non fossi veramente tu ma stessi crescendo nella sua scia, come se le sue espressioni nascessero ed emanassero dalla tua faccia (di conseguenza rifletti e ti domandi se è questo ciò che accade ai vecchi quando muoiono contenti…perché sentono di avere in qualche modo trasceso il muro di carne che si sgretola finalmente e per sempre, e che il loro fuoco, il loro protoplasma, il loro palpito hanno superato i confini e si perpetueranno nei figli, continuando la catena della vita.”

Bambina e studentessa modello, timida ed introversa, inizia a scrivere molto presto e ad inviare i suoi scritti a riviste e a premi scolastici; è la più produttiva tra gli studenti, e va già maturando un’attenzione e una ricerca sofisticata e particolarissima verso la parola e l’uso della metafora, che non la abbandonerà più. Comincia anche la sua ricerca di perfezione.

Dai diari, 1950

“Invidio quelle che hanno pensieri più profondi dei miei, che scrivono meglio, che disegnano meglio, che sciano meglio, che amano meglio, che vivono meglio, che sono più belle di me.”

Frustrata? Sì. Perché non posso essere Dio – o la donna-uomo universale – o una qualsiasi cosa che conti. Io sono quello che provo, penso e faccio. Voglio esprimere il mio essere con tuttala pienezza possibile perché da qualche parte ho scovato l’idea di poter dare un senso alla mia esistenza in questo modo. Ma se devo esprimere ciò che sono ho bisogno di avere un certo livello di vita, un punto di partenza, una tecnica: cioè di organizzare arbitrariamente e provvisoriamente il mio caos personale, minuscolo e patetico. Comincio ad accorgermi di quanto dovrà essere falso e provinciale questo livello, questo trampolino di lancio. E’ questo che mi è tanto difficile da affrontare.”

Nel 1950 Sylvia vince una borsa di studio per lo Smith College. L’estate prima di entrare allo Smith lavora in un’azienda agricola del Massachussets, Lookout Farm. Quella stessa estate “Seventeen”, dopo 49 rifiuti pubblica finalmente una sua novella “And Summer Shall Not Come Again” e il “Christian Science Monitor” pubblica la poesia “Bitter Strawberries”, una allegoria sulla minaccia della guerra, e l’articolo “I vantaggi di un’estate nel New England”, in cui Sylvia racconta del suo lavoro come “contadina” alla Lookout Farm insieme a Warren.”

Luglio 1950. Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all’alba, lo aspettano altre fragole da piantare, e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più

Stamattina, nel campo di fragole, Ilo mi ha chiesto: “Ti piacciono i pittori del Rinascimento? Raffaello, Michelangelo? Una volta ho copiato qualcosa di Michelangelo. E che ne pensi di Picasso? Di quei pittori che fanno un cerchio e un rettangolino che scende al posto di una gamba?”. Stavamo lavorando fianco a fianco tra i filari e lui, che era stato zitto per un po’, di colpo si era tirato su e ha cominciato a chiacchierare con quel suo fortissimo accento tedesco, la faccia abbronzata, intelligente, increspata in un sorriso. Anche il suo corpo robusto e muscoloso era abbronzato e i capelli erano raccolti in un fazzoletto bianco intorno alla testa.

Mi ha detto: “Ti piace Frank Sinatra? Così sendimendale, romandico, chiardiluna, ja?”.

Un’improvvisa lama di luce bluastra sul pavimento di una stanza vuota. E mi sono resa conto che non era un lampione ma la luna. Che cosa c’è di più bello, in una notte come questa, che essere vergine, pura, sana e giovane?… (Essere violentata).

Serata tremenda. È stato tutto l’insieme. La commedia Good-bye My Fancy, io che, un po’ puerilmente, volevo fare la corrispondente di guerra come la protagonista ed essere amata da un uomo che mi ammirasse e capisse quanto io capivo me stessa. E poi Jack, che si sforzava di essere gentile e si è offeso quando gli ho detto che voleva solo provarci. Poi ancora la cena al circolo, col solito sfoggio di quattrini. E infine il disco… quello così perfetto per ballare. Me lo ero dimenticato finché Louis Armstrong non ha cominciato a cantare con la sua voce resa roca dal rimpianto [“I Can’t Get Started”]… Jack ha detto: “L’hai mai sentita?”, così ho sorriso. “Sì, certo”. L’avevo sentita (con) Bob [un altro corteggiatore]. È bastato questo… un disco assurdo, le nostre interminabili chiacchiere, lui che mi ascoltava, mi capiva. E mi sono resa conto di volergli bene.

Oggi è il primo di agosto. Si soffoca, è umido, piove. Sono tentata di scrivere una poesia. Ma mi viene in mente la frase che ho letto su uno di quegli stampati con cui respingono i manoscritti: Dopo ogni acquazzone, da tutto il paese piovono poesie intitolate “Pioggia”.

Per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. È un po’ come le sabbie mobili… senza scampo fin dall’inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. L’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire.

Certe cose sono difficili da descrivere. Quando ti succede qualcosa e vuoi annotarlo, o lo rendi troppo drammatico o lo alleggerisci troppo, esagerando i particolari sbagliati e tralasciando quelli importanti. E comunque non lo scrivi quasi mai come vorresti. Io voglio semplicemente mettere sulla carta quello che mi è capitato oggi pomeriggio. Non posso raccontarlo alla mamma, per lo meno non ancora. Era in camera mia indaffarata con dei vestiti quando sono tornata a casa, e non si è nemmeno accorta che mi era successo qualcosa. Ha continuato a sgridarmi e a parlare senza posa. Così non sono riuscita a farla smettere per dirglielo. Comunque venga, devo scriverlo.

Alla fattoria era piovuto tutto il pomeriggio e io ero infreddolita e bagnata, in testa avevo il foulard di seta stampata e sopra la felpa mi ero infilata la giacca a vento rossa. Avevo lavorato sodo tutto il pomeriggio nel campo di fagioli e ne avevo raccolti tre sacchi. Dato che erano le cinque, tutti stavano andandosene e io aspettavo vicino alle macchine che mi portassero a casa. In quel momento è arrivata Kathy e senza scendere dalla bicicletta ha gridato: “Guarda, c’è Ilo”.

Ho alzato gli occhi e infatti eccolo lì, con la sua vecchia camicia cachi e il solito fazzoletto bianco annodato intorno alla testa. Da quando abbiamo lavorato insieme nel campo di fragole ogni tanto ci scambiamo qualche parola. Mi aveva dato uno schizzo a penna della fattoria, particolareggiato e disegnato con mano sicura. Adesso stava lavorando al ritratto di uno dei ragazzi.

Così gli ho chiesto: “Hai finito il ritratto di John?”. “Oh, ja, ja”. Mi ha sorriso: “Vieni a vederlo. Adesso o mai più”.

Mi aveva promesso di mostrarmelo una volta finito, così sono corsa fuori e mi sono incamminata con lui verso il capannone. È lì che abita.”

Nel settembre entra allo Smith e inizia la sua corrispondenza con la madre Aurelia.

Dopo il suo ingresso allo Smith Sylvia è enormemente sotto pressione per poter mantenere le borse di studio e una media elevata e allo stesso tempo nutre un profondo incalzante desiderio di essere socialmente accettata soprattutto dal sesso opposto e una grande passione per il lavoro creativo, poesie e racconti.

31 ottobre 1950

Cara Mamma,

Sono appena tornata da un colloquio di mezz’ora con Miss Mensel (Mary Elisabeth Mensel, direttrice delle borse di studio e dei sussidi, ndr). Che idiota sono stata a chiederti cosa dovevo dirle. Tutto è venuto da sé nel corso della conversazione. Davvero, è una persona amabilissima – non bella – lentigginosa e brizzolata – ma con scintillanti occhi blu pungenti e vitali. Desidera conoscere tutte le studentesse con la borsa di studio del primo corso per capire le loro necessità ed esporle al Comitato. In altre parole, agisce da tramite perché il Comitato sappia chi siamo e che cosa può aspettarsi da noi. Così mi sono ritrovata a dirle quanto i miei corsi siano stimolanti – quanto il francese si colleghi alla storia e l’arte alla botanica. Quanto io desideri intraprendere corsi di scrittura (creative writing) e di arte. Ho anche detto quanto mi piacciono la casa e le ragazze – anche le più anziane, che ci danno una sorta di prospettiva della vita di college. E quanto è bello vestirsi e uscire durante i week-end, o solo andare in campagna in bicicletta. Dovevo trattenere le lacrime mentre le dicevo quanto era bello.

Nel mondo maniacale di Sylvia regna, come in tutti i mondi maniacali, uno smodato ottimismo, una gioia, in cui tutto si tinge di rosa, è gaio, luminoso e perciò piatto, superficiale. Assente la possibilità di uno scacco, di un fallimento.

Come scrive Minkowski, non c’è più il dispiegarsi del vissuto nel tempo: si è bloccati in un presente del futuro.

Niente passato capace di rappresentare un bagaglio di esperienze. Niente futuro entro cui progettarsi.

(…) Non posso neppure sopportare l’idea di essere mediocre…Temo che passerò tutto il Giorno del Ringraziamento studiando e dormendo. (…)

15 novembre 1950

Cara Mamma,

(…) Quanto alle mie materie – incomincio a vederci chiaro. Mi piacciono tutte. Mi hanno sforzata, spinta ad altezze e profondità di pensiero che non avrei mai creduto possibili, e –cosa ancor più sorprendente – questo è solo l’inizio. Il futuro mi offre infinite speranze e stimoli. In un modo o nell’altro dentro di me non riesco a impedirmi di cantare, anche se mi sento abbattuta. (…)

(…) Sento che il mio amore per le persone e la mia volontà di apprendere e di perfezionare le mie tecniche espressive mi aiuterà a raggiungere i traguardi che mi sono prefissa.(…)

Il delirio maniacale di Sylvia esprime così quello che Binswanger chiama ottimismo della conoscenza.

L’onniscienza, il delirio di grandezza è una emanazione di questa metamorfosi del mondo che ha perso ogni limite, ogni relatività.

1 dicembre 1950

(…) “Ed eccomi qui! Ci sono momenti in cui lascio semplicemente che le sensazioni e le impressioni si accalchino dentro di me, finché provo una gioia così acuta da far male. Credo che sarà sempre così.L’ambiente è così ricco, qui, e adesso sta a me trovare me stessa e costruire la mia futura personalità. (…)

(…) Riguardo i miei corsi, non ho mai provato un senso così pungente di stimolo e di competizione. Sono particolarmente fortunata in fatto d’insegnanti – sono tutti pieni di vita e di entusiasmo per le loro rispettive materia.” (…)

La spinta all’attività e all’azione trascina con sé un’insonnia feroce che non è vissuta come disturbo ma come condizione felice e inebriante.

Da subito si rivela il suo talento per le lettere, tanto da approdare giovanissima nella Grande Mela, ospite di una rivista newyorkese. Il caos e le pressioni esercitate sul suo fragile equilibrio dalla metropoli la conducono ben presto a un tracollo emotivo. Cominciano i ricoveri, i tentativi di suicidio e l’elettroshock.

7 LUGLIO 1951

Cara Mammina,

…Mi dispiace che tu non scriva più spesso, mammina bella, perché le tue lettere sono un gran sostegno per me. Sento la mancanza tua, di casa nostra e di Warren, e non ci darei tanto perso se fossi convinta di stare imparando qualcosa, o scrivendo o disegnando qualcosa di valido…Quando non c’è nessuno intorno che ti faccia sentire desiderata e apprezzata, è facile che tu stessa ti senta una buona a nulla. Da quando sono qui non ho davvero pensato a niente. Le mie reazioni sin qui sono state prevalentemente cieche ed emotive – paura, insicurezza, incertezza, e rabbia con me stessa per dimostrarmi così stupida e meschina.

…Seventeen mi ha mandato due brevi copie ciclostilate di lettere di elogi per la mia novella. Ho riso un po’ sadicamente e le ho messe via per leggerle nei momenti in cui pensassi di essere una stupidotta inutile e priva di latento – una tizia che porta il nome di Sylvia Plath deve avere qualcosa – però, chi è?

“Il mio capo è sanguigno e temerario”,
Ossa di bimbi ornano il mio sudario.
Xx Sivvy

P.S. Devo maturare a scossoni, a quanto pare, perciò, mia cara, non immedesimarti troppo nei miei dolori di crescita. Baci a tutto spiano.

Estate, 1951

Swampscott

Prima di iscriversi al secondo anno, Sylvia lavora come babysitter presso una famiglia di Swampscott, nel Massachusetts, prendendosi cura di tre bambini piccoli e dando una mano in cucina. La sua amica Marcia fa un lavoro analogo nella stessa strada. Da quella esperienza nascerà la poesia “The Babysitters”.

“Il vento ha spinto sul mare una luna giallo intenso: una luna bulbosa, che germoglia nel cielo indaco sporco e sparge occhieggianti petali luminosi sulla nera acqua fremente.”

Mi riescono meglio le descrizioni illogiche, sensuali. Testimone la frase qui sopra. Il vento non può assolutamente spingere la luna sul mare. Inconsciamente, senza parole, nella mia mente ho identificato la luna con un pallone giallo e leggero spinto qua e là dal vento.

La luna, stando al mio umore, non è esile, virginale e argentea, ma pingue, gialla, carnosa, gravida. Questa è la distinzione tra aprile e agosto, tra il mio stato attuale e uno stato fisico che avrò chissà quando. Ora la luna ha subìto una rapida metamorfosi, resa possibile da vaghe, indeterminate allusioni nella prima riga, ed è diventata un bulbo di tulipano, di croco, di aster, dopodiché arriva la metafora: la luna è “bulbosa”, aggettivo che significa pingue ma che, essendo l’immagine visiva di qualcosa di complesso, suggerisce un “bulbo”. Il verbo “germoglia” rafforza la prima allusione a una qualità vegetale della luna. La frase “cielo indaco sporco” crea una tensione suscettibile di infinite variazioni con qualsiasi combinazione di vocaboli. Invece di dire un’ovvietà come “nel terreno del cielo nottruno”, l’attributo “sporco” ha un duplice obiettivo: quello di descrivere un cielo blu macchiato e quello di evocare il sostantivo fantasma “terra”, che rafforza la metafora della luna come bulbo piantato nel suolo del cielo. Ogni vocabolo può essere minuziosamente analizzato per quanto riguarda sfumature, valore, calore, freddezza, assonanze e dissonanze di vocali e consonanti. Suppongo che tecnicamente l’apparenza visibile e il suono dei vocaboli presi a uno a uno assomiglino molto al meccanismo della musica… o al colore e alla grana di un dipinto. Ma, ignorante come sono in questo campo, posso solo tirare a indovinare e fare esperimenti. Però voglio spiegare perché uso vocaboli selezionati uno per uno a ragion veduta, forse fino ad ora non i milgiori in assoluto per il mio intento, ma nondimeno scelti dopo molte riflessioni.Per esempio, il moto incessante delle onde crea lo sfavillio del chiaro di luna. Per restituire il senso di moto discontinuo sono stati usati i participi “occhieggiante” (a suggerire uno staccato di scintille luminose) e “fremente” (a comunicare un movimento più legato e tremulo). “Luminoso” e “nero” sono ovvie varianti di brillante e scuro. Il mio problema? Non abbastanza libertà di pensiero, freschezza di linguaggio. Troppi cliché e troppe associazioni forzate, annidati nel subcosciente. Poca originalità. Troppa cieca adorazione per i poeti moderni e poca analisi e pratica.”

Northampton

Settembre 1951

Adesso vedo tutto chiaro. O almeno comincio a vedere. Vedo nel ragazzo che, per necessità (mancanza di altri contatti), è diventato l’unica risposta a un bisogno, il germe di tutto ciò che temo e che vorrei evitare. Vedo l’altrettanto cieca necessità di prendermi subito il meglio che c’è, per paura che il futuro non mi dia altra occasione.
(…)

Non amo: non amo nessuno all’infuori di i me stessa. Questa sì che è una cosa sconvolgente da ammettere. Non ho niente dell’amore altruistico di mia madre. Non ho niente dell’amore assennato, realistico…Per dirla in parole povere e franche, io voglio bene solo a me stessa, al mio gracile essere con i suoi piccoli seni inadeguati e le sue scarse, limitate attitudini. Sono capace di provare affetto solo per chi riflette il mio stesso mondo. Non ho idea di quanto ci sia di sincero e autentino nella mia sollecitudine verso altri essere umani e di quanto non sia altro che una falsa mano di vernice imposta dalla società. (…)

Ritorna spesso negli scritti autobiografici di Sylvia questo caratteristico vissuto melanconico noto come sentimento della mancanza di sentimento, che dissecca alla radice ogni affetto, in una dolorosa anestesia affettiva. Sylvia esperisce appieno l’eclissi dell’amore, da quello più visceralmente materno a quello più elevatamente mistico e la esperisce con sofferenza indicibile, raccapriccio, con disperazione, fino al suicidio.

Nella maniacalità di Sylvia la frammentazione dei sentimenti, la loro transitorietà e spesso l’esagerato senso di autosvalutazione ostacolano gravemente la capacità di essere nel mondo.

K. Jaspers parla di questa condizione come perdita del sentimento dell’Io, quale coscienza dell’esistenza concreta, riferendosi alla melanconia, e scrive: «é un fenomeno veramente singolare che l’individuo, pur esistendo, non può più sentire il proprio esistere. Il pensiero fondamentale di Cartesio: “cogito, ergo sum”, può solo essere pensato, non può più essere realizzato».

Maggio, 1952

“Non sono più la ragazza di un anno fa. Grazie al tempo. No, ora faccio il secondo anno allo Smith College e la differenza sta tutta qui. Tutta? Implicitamente sì: la piamente è attiva come prima, forse più realistica. (Ma dai: che cosa intendi per 2realistica”?). Be’, mi ritengo più consapevole dei miei limiti, in modo costruttivo. Continuerò a fare la spola su e giù (in questo mondo che gira chi lo sa cos’è su?) tra borse Fulbright, premi, l’Europa, la pubblicazione, i maschi. Cose concrete, sì, in qualche mo, perché tutte si intrecciano con la mia esperienza fisica – andare, vedere, fare, pensare, sentire, desiderare. Con gli occhi, il cervello, l’intestino, la vagina. Sono diventata un’altra rispetto alla persona inerte 8dal punto di vista della vite del college), timida e introversa dell’anno scorso. Non ho perso l’integrità cercando di procurami incarichi per amore di notorietà, ma ho riversato le energie in canali che, sebbene pubblici, adempiono anche al duplice scopo di soddisfare molte delle mie aspirazione ed esigenze creative. Per esempio, in primavera sono stata nominata segretaria del Comitato d’onore – ho mandato rose, fiori. E che cosa faccio? Lavoro con uno stimolante gruppo di professori. I preside Randalle e altri. E vengo a sapere tutti i retroscena accademici e nello stesso tempo accumulo materiale per i miei personaggi. Poi sono corrispondente dello “Springfield Daily News” presso la Commissione Stampa, il che non solo mi frutta una decina di dollari al mese, ma mi dà anche lo strano brivido di sentire sotto le dita il ticchettio dei tasti della macchina da scrivere, di veder comparire i miei brevi resoconti nella colonna quotidiana di Northampton e di sapere tutto quel che succede in questo immenso apparato organico che è il college. Inoltre, l’anno prossimo entrerò nella redazione della “Smith Review” e spero di poterla tirar fuori dal caos di ques’anno. Tutto, tutto richiede tempo amorevolmente speso. E l’anno prossimo, l’anno prossimo mi farò onore in inglese, concentrandomi sulla scrittura creativa. Finalmente sarò in corsi ristretti, farò ricerca indipendentee approfnidrò la cnsocenza degli insegnanti. Quest’estate: un ambizioso lavoro sette giorni su sette come cameriera al Belmont Hotel. Migliaia di persone hanno fatto domanda e fra tutte sono stata assunta io! E poi, al costo di ammazzarmi, supererò per conto mio l’esame di fisica (non voglio averlo da fare l’anno prossimo”). E prima dell’estate ci saranno i giorni da passare a New York con la mia carissima matematica Alison.” (…)

Pochi giorni prima era uscito il suo romanzo, La campana di vetro, dove ripercorre in modo chiaramente autobiografico la sua giovinezza e il suo primo tentato suicidio. Ancora inedite le poesie di Ariel che l’avrebbero resa celebre, inizialmente rifiutate dalle case editrici perché troppo violente.

Molte delle sue opere compaiono postume. Così come postuma sarà la sua fama, a volte inconsapevolmente manipolata, fino a farne il simbolo estremo di un femminismo ribelle.

Sylvia voleva essere un personaggio dotato di abbagliante perfezione, ma quando non controllava la sua vulnerabilità ferita, ed era terribilmente vulnerabile, la sua natura vendicativa esplodeva in modo sconvolgente per quanti le erano intorno. Rendendosi conto di quanto fossero distruttive le sue forti gelosie (“Sì, voglio gli elogi del mondo, soldi e amore e ce l’ho con tutti, specialmente con chi conosco o con chi ha avuto un’esperienza simile, e mi ha battuta.”), richiede aiuto medico, anche perché soffre di una fortissima insonnia che la logora ancora di più.

In seguito, Sylvia Plath e’ diventata una sorta di oggetto di culto per gli studiosi di letteratura americana e per il pensiero femminista. Meno conosciuta e’, invece, la poesia. La poesia per la Plath costituisce, ad un tempo, ferrea rigida disciplina coltivata in anni di severo esercizio, e unica forma di balsamo e di espressione al dolore interno (“……mi sento priva di quell’energia che vedo negli altri. Allora li invidio. Li invidio per essere altro da me. Io riesco solo a produrre parole che s’accordano in versi e trasudo poesia. Sono solo li’, oramai. La mia solitaria, irriverente, fatale eruzione sgorga nella gabbia vitrea, lucida come maiolica, entro cui me ne sto rinchiusa dall’infanzia”).

Sylvia contrappone alle tenebre della melanconia la leggerezza e la volubilità della mania. Ma numerose contraddizioni solcano la sua esistenza maniacale, solo apparentemente segnata dalla luce leggiadra della felicità. Il flusso della vita che nella malinconia si rallenta e si arresta, si slancia vorticosamente nella mania, in cui la disinibizione, la spinta frenetica e febbrile al movimento si costituisce come struttura portante. Nella mania Sylvia non ha coscienza della sua malattia, fino a quando essa non incomincia a declinare.

“Frustrata? Sì. Perché non posso essere Dio-o la donna-uomo universale-o una qualsiasi cosa che conti. Io sono quello che provo, penso e faccio. Voglio esprimere il mio essere con tutta la pienezza possibile perché da qualche parte ho scovato l’idea di poter dare un senso alla mia esistenza in questo modo. Ma se devo esprimere ciò che sono, ho bisogno di avere un certo livello di vita, un punto di partenza, una tecnica: cioè di organizzare arbitrariamente e provvisoriamente il mio caos personale, minuscolo e patetico. Comincio ad accorgermi di quanto dovrà essere falso e provinciale questo livello, questo trampolino di lancio. E’ questo che mi è tanto difficile affrontare.

(…) Ti interroghi sui tuoi diciotto anni, oscillando fra l’ostinata convinzione di aver sfruttato al meglio le tue capacità e possibilità…di essere ormai in competizione con ragazze di ogni parte d’America e non solo della tua città, e la paura di non avere fatto abbastanza.”(…)

La scrupolosità e l’impegno eccessivi con cui Sylvia adempie i propri compiti, fino ad arrivare a una coscienziosità e a una minuziosità estreme, richiamano alla mente il pensiero di Alfred Kraus, che attribuisce al typus melancholicus la caratteristica fondamentale della sovraidentificazione al proprio ruolo sociale.

Sylvia mostra una eccessiva conformità alle norme sociali che Alfred Kraus chiama comportamento sociale ipernomico, con un termine che richiama l’anomia di E. Durkheim (1897), il cui significato è opposto e vuol introdurre origini e determinismi sociali nella genesi del suicidio.

Le parole di Sylvia mostrano questo suo legame straordinariamente forte con le persone e le cose e la sua aspettativa dall’ambiente familiare, sociale e lavorativo di rassicurazioni e garanzie di continuità e stabilità per il mantenimento della sua posizione e funzione.

Sylvia vive spesso questo conformismo e adeguamento alle norme sociali può essere sentito come un essere deliberatamente non sincero ed usare la menzogna nel presentarsi sociale.

Questa autodenuncia appartiene, per A. Kraus, al motivo della menzogna, di accorgersi di portare avanti una esistenza non autentica, nel senso che a questa parola dà J.P. Sartre e non tanto nel senso di Heidegger, per il quale l’inautentico rappresenta un esistenziale ed abituale modo di essere.

Anche se il premelanconico (typus melancholicus) deve sempre mostrarsi come si sente veramente e come è in realtà, e quindi con sincerità, per questa alterazione del sentimento del Sé, avverte di essere come mascherato, ingannevole e di avere subìto una perdita dell’essere se-stesso nei sentimenti rivolti ad altri esseri umani, non solo dunque un sentimento di mancanza di sentimento come descritto da K. Jaspers e K. Schneider, ma piuttosto una grave alienazione del Sé che si manifesta in una sorta di menzogna esistenziale.

10 gennaio 1953

“Guarda bene questa brutta maschera morta e non dimenticarla. E’ una maschera di gesso con dietro del veleno secco e morto, come l’angelo della morte. E’ com’ero in autunno e non voglio essere più. La bocca afflitta, imbronciata, gli occhi spenti, inebetiti, pieni di noia, inespressivi: sintomi del ripugnante declino interiore.” (…)

Poi i viaggi e gli studi a Londra, i soggiorni a Parigi, l’esaltata passione per i paesi del Mediterraneo, le amicizie importanti con poeti come T. Eliot e con il critico Alvarez e sopra ogni cosa la certezza della vocazione letteraria e la passione annientatrice per l’uomo che diventa suo marito e padre dei suoi due figli, il poeta Ted Hughes. Stella del firmamento letterario inglese, il “colosso” che adora, al quale dedica poesie e verso il quale dimostra una devozione e un attaccamento fatali, Hughes è l”uomo in nero” e il despota del suo cuore, l’uomo forte e protettivo dei suoi sogni ma anche colui che l’abbandonerà.

Arrivano anche, in rapida successione, il matrimonio con il poeta inglese Ted Hughes e la maternità. La vita familiare si trasforma, quasi subito, da fonte di gioia in responsabilità asfissiante e frustrazione continua.

Nel 1957 Sylvia arriva allo Smith come insegnante e resta colpita dalla freddezza con cui viene accolta. Inoltre è tormentata dai dubbi sulla sua capacità di insegnare e gli impegni la sopraffanno fisicamente.

Sylvia ha forti dubbi sulla sua capacità di insegnare. Avrebbe voglia di scappare via prima che il suo cattivo insegnamento e la sua ignoranza siano resi tristemente noti ai suoi vecchi professori e ai suoi nuovi studenti.

Dopo pochi giorni dall’inizio della sua attività di insegnante scrive nel suo diario

Martedì 1 ottobre, (1957)

(…) Non posso chiedermi più del massimo e solo io so dove finisce il mio massimo. Sa a me scegliere: scappare dalla vita e annientarmi definitivamente perché non sono in grado di essere perfetta da subito, senza fatica e fallimenti, o affrontare la vita a modo mio e “lavorare al meglio”.

(…) “Basta cedere alla disperazione, lamentarsi, lagnarsi: al dolore si finisce per abituarsi. E fa male. Fa mal non essere perfetti. Fa male doversi preoccupare di lavorare per mangiare e avere un tetto. E con ciò? Sarà pure ora. Questo mese finisce il mio primo quarto di secolo, vissuto all’ombra della paura: paura che mi venisse a mancare una qualche perfezione astratta. Ho spesso lottato, lottato e conquistato, non la perfezione, ma l’accettazione del mio diritto di vivere nei miei termini umani, imperfetti.”

Giovedì sera, 5 novembre (1957).

Breve appunto: a me stessa. E’ ora di darmi una controllata. Ho vagato in giro lugubre, tetra, triste. Adesso è ora che mi costruisca dentro, che mi dia spina dorsale, anche se fallisco. Superare quest’anno, non importa se malamente, sarà la mia vittoria più grande.

(…) “per cominciare? Non un fiato con Ted sulle mie preoccupazioni. Con lui intorno ho la disastrosa tentazione di lamentarmi, di condividere paure e tristezza. La tristezza adora stare in compagnia. Ma le mie paure riflesse su di lui si ingigantiscono e basta. Allora, stasera Mr. Fisher mi ha comunicato che assisterà alla lezione di venerdì. Invece di lamentarmi con Ted e sentire che la tensione cresce echeggiata in lui, me ne sto zitta. Questa settimana metto alla priva il mio autocontrollo e resto muta per tutto il tempo. La comprensione di Ted non mi salva dalle mie responsabilità. Devo prepararmi ad affrontarle da sola.” (…)

E’ fondamentale essere preparata al massimo.

(…) “Facciata tranquilla: a partire da casa. Anche con Ted devo imparare a essere molto tranquilla e felice: a lasciargli il suo spazio senza questo egoismo che rovina tutto. La maturità comincia da qui, per quanto incapace io possa essere. Devo preparare le lezioni, anche se brutte.”(…)

Sabato, 20 giugno (1959)

“Tutto è sterile. Io sono parte delle ceneri del mondo, qualcosa da cui niente può germogliare, niente può fiorire né portare frutto. Per esprimermi nello squisito gergo medico del ventesimo secolo, non riesco a oculare. O non ovulo e basta. Niente questo mese, né quello passato. Per dieci anni ho avuto i crampi inutilmente. Ho lavorato, versato sangue, sbattuto la testa contro il muro per arrivare dove sono adesso. Con l’unico uomo al mondo che mi va a pennello, l’unico che potessi amare. Farei figli fino alla menopausa, se fosse possibile. Voglio una casa piena di bambini nostri, animali,fiori, verdura e frutti. Voglio essere una Madre Terra nel senso più ricco e profondo. Ho smesso di fare l’intellettuale, la donna in carriera: è tutta cenere per me. E che cosa mi ritrovo dentro? Cenere. Cenere su cenere.” (…)

Le terribili autodenigrazioni di Sylvia, sembrano una denuncia impietosa e pubblica.

Yaddo, Mercoledì, 16 settembre (1959)

(…) Ieri una terribile depressione. Visioni della mia vita che si esauriva in una specie di stupito rammollimento cerebrale dovuto al disuso. Disgusto per le 17 pagine del racconto appena finito: un brano rigido, voluto, su un uomo ucciso da un orso, apparentemente perché sua moglie non voleva altro, ma non c’è sviluppo, né una corrente emotiva sotterranea. Come se piccole pellicole asettiche e trasparenti chiudessero fuori il fermento e il crescendo del profondo della mia esperienza. E’ come giocare alle belle statuine. Non riesco a uscire da me. (…) Come faccio a entrare nel mondo giusto e carico di frutti della maturità? Se non lavoro. E a liberarmi degli dei sempre sconteti e accusatori che premono come una corona di spine. A dimenticare me stessa, me stessa. A diventare un veicolo del mondo, una lingua, una voce. Ad abbandonare il mio io…

Tutto è possibile nella luce del mattino: anche diventare divini.

13 ottobre, martedì.(1959)

“Oggi molto depressa. Incapace di scrivere. Gli dei sono minacciosi. Mi sento esiliata su una stella fredda, in grado solo di provare uno spaventoso torpore vulnerabile. Guardo giù nel caldo mondo terrestre. Nel groviglio di letti di amanti,culle di bambini, tavole apparecchiate, tutto il solito viavai vitale di questa terra, e mi sento estromessa, chiusa dietro una parete di vetro.” (…)

Sylvia, cerca nel movimento incessante la sua dimensione, finché questo ritmo “stonato” si arresta dinanzi alle prove che la condizione e l’ambiente sociale impongono. Non riesce a superare i momenti critici, il bivio, la scelta, ma resta bloccata nella inibizione a vivere che è la melanconia.

La tristezza vitale di Sylvia è la manifestazione del peso e dell’oppressione, dell’ostacolo alla vita.

Sylvia esprime un dolore dissociato, vissuto come non del tutto appartenente a se stessa, dolore che ha in sé le tracce della perdita non solo dell’oggetto, ma anche del soggetto.

“Esiliata su un una stella fredda (…)”, pur esistendo, non può più sentire il proprio esistere.

E’ un sentimento di non vivere, di sentirsi una macchina, un automa, senza nome, impersonale: é un vissuto che ha diverse gradazioni di intensità: dal sentimento di mancanza di sentimento, alla estraneità rispetto a se stessi, fino all’avvertire disperatamente di non esserci.

Per K. Jaspers si tratta di un venir meno della coscienza dell’esistenza, un concetto, ripreso da K. Schneider e collocato entro il primo dei quattro caratteri formali della coscienza dell’Io, che sono: 1) il sentimento di attività, 2) la coscienza dell’unità: io sono uno nello stesso istante, 3) la coscienza dell’identità: io sono lo stesso di prima, 4) la coscienza dell’Io in contrapposizione all’esterno e all’altro.

Come dice Freud, nella melanconia “Il malato ci descrive il suo Io come assolutamente indegno, incapace di fare alcunché e moralmente spregevole; si rimprovera, si vilipende si aspetta di essere respinto e punito. Si svilisce di fronte a tutti».

Sylvia è spettatrice del suo dolore, si tiene accanto al suo dolore.

Come nota Tellenbach, “(…) il male melanconico è forse essenzialmente l’incapacità di (…) soffrire sotto l’ossessione di un dolore che non gli è proprio”.

Dimessa dall’ospedale (dove e’ trattata con psicoterapia ed elettroshock), si laurea con lode nel ’54. Nel ’56 sposa il poeta inglese Ted Hughes, unica relazione intima ed importante della sua vita, che diventa il baricentro del grande bisogno di amore di Sylvia e con il quale, all’inizio, l’unione sembra idilliaca. Nel ’60 esce “The Colossus”, la prima raccolta di poesia. I due vivono a Londra e hanno due figli, Frieda e Nicholas, ma e’ proprio con la nascita del secondo bambino che il matrimonio si incrina fino a che Ted, nel ’62, non se va definitivamente con un’altra donna.
Gli anni dal 1960 al 1963 – anni di grandi ristrettezze economiche, dovute alla separazione dal marito e all’affidamento dei figli – sono anche gli anni più prolifici: pubblica The Colossus e subito dopo il romanzo La campana di vetro.

Sylvia resta sola, senza soldi, nella casa di Londra, divisa tra il dover provvedere ai bambini, la necessità di scrivere come una furibonda esigenza interna (e’ questo breve periodo che la separa dalla morte il suo momento piu’ dolente creativo), la nostalgia di Ted (“…..Ted e’ a Soho, a pochi passi; e’ piccolo come uno gnomo, se ne va sui tetti, le sue orme sulla neve….”), la depressione (“….tutti subiscono le conseguenze dei miei scatti d’ira, i cambiamenti d’umore, i momenti di depressione cupa e ottusa….. odio la debolezza in cui mi gettano le lacrime, odio la solitudine insediata nelle mie viscere, odio in me la donna che chiede e il mio stesso terrore….”).

Scrive in questo breve periodo, tra il ’62 e il ’63, i suoi lavori piu’ famosi, pubblicati in gran parte postumi: “The Bell Jar”, uscito nel ’63, poco dopo la morte; “Ariel”, nel ’65, forse la sua opera piu’ struggente, scritta nei mesi precedenti il suicidio; nel ’71 esce “Crossing the Water”. Sara’ Ted ad aver cura delle pubblicazioni postume dei lavori di Sylvia.

Londra, Inghilterra
7 novembre 1962

“Cara Mamma,

Ti scrivo da Londra, così felice da non crederci. Credo di aver trovato il posto giusto. Mi ero rassegnata a pagare una forte somma per un posto ammobiliato durante l’inverno, mentre ne avrei cercato uno vuoto, con un contratto d’affitto a lungo termine, che avrei poi arredato e affittato a cifre favolose in primavera e in estate durante i miei soggiorni qui. (nel Devon, ndr).

Per un assoluto colpo di fortuna sono passata per la via e la casa (con Primrose Hill in fondo) dove da sempre avrei voluto abitare. C’erano i muratori e una scritta: “Affittasi Appartamenti”; sono volata di sopra. Guisto quel che ci vuole: vuoto, su due piani, con tre camere da letto di sopra, il soggiorno, la cucina e il bagno di sotto, e un balcone con giardino!(…)E indovina un po’, è la casa di W. B. Yeats – con una targa blu sulla porta dove si dice che ha vissuto lì! Ed è nel distretto dei miei vecchi dottori e nella strada dove vorrei comprare casa se riuscissi a fare veramente centro con un romanzo.(…)

(…)Adesso sto con una simpaticissima coppia portoghese – la ragazza è amica della ragazza di Ted – e loro vedono come sono io, piena di interessi miei, e sono sorpresi, come tutti, dalla mia totale assenza di gelosia o rancore. Io stessa ne sono stupita. Il merito è del mio lavoro, il senso di essere una scrittrice, che Mrs Ptouty capisce più di ogni altro. Le ore di solitudine che passo nello studio sono le più preziose, quelle, e le ore che passo con i miei adorati bambini. Penso di essere, e sarò quando avrò sistemato questo appartamento di Londra (spero)la più felice delle donne…

Sono così felice e piena di allegria, di idee e di amore. Sarò una madre meravigliosa senza nessun rimpianto. Ho due bellissimi bambini, e dopo quest’anno faticoso e difficile mi si presenta l’opportunità di una buona carriera – d’inverno la scuola e Londra, d’estate i narcisi, le cavalcate e le belle spiagge per i bambini. (…)

(…)Vivere separata da Ted è magnifico – non sono più nella sua ombra, ed è bello essere apprezzata per me stessa, e sapere quello che voglio. Magari chiederò anche in prestito un tavolo per il mio appartamento dalla ragazza di Ted – adesso riesco ad essere magnanima e gentile con lei. Lei ha solo il suo lavoro pubblicitario ben pagato, la sua vanità…e tutti vorrebbero essere scrittori…Sarò povera in banca, ma sono così più ricca in tutti gli altri sensi, che non li invidio per niente. I miei bambini e il mio scrivere sono la mia vita, e lasciali ai loro intrighi e ai loro party, bah!”(…)

 

Se il delirio si identifica nella componente narrativa, come disperato tentativo di restaurare un Io che sta andando in pezzi, il suicidio arriva proprio nel momento del fallimento del delirio. Il delirio consente la restaurazione di un regime di onnipotenza o di desiderio soddisfatto.

Sulla concretezza e corporeità dell’oggetto interno scrivono appunto J. Laplanche e J.B. Pontalis nel loro dizionario: «L’oggetto introiettato nell’Io è descritto da Freud in termini antropomorfici, egli è trattato crudelmente, soffre e col suicidio viene minacciato di morte».

Gli studi fenomenologici confermano questa distanza, Tellenbach scrive che: «Nella tristezza non psicotica l’Io si identifica al suo sentimento: egli è la sua tristezza e così egli è fissato all’oggetto della sua tristezza […]. Nella melanconia, al contrario l’Io si tiene in qualche modo accanto al suo dolore. […] L’Io pur cosciente del fatto che esiste una possibilità di essere liberato dal suo dolore, è lui stesso lo spettatore dell’alterazione del suo umore […] il male melanconico è forse essenzialmente l’incapacità di stabilire una relazione con questa alterazione dell’umore […] di soffrire sotto l’ossessione di un dolore che non gli è proprio».

Dopo solo quattro mesi da questa lettera, l’11 febbraio 1963 Sylvia prepara la colazione ai figli, li porta a scuola, torna a casa, apre il rubinetto del gas e si uccide.

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2 pensieri riguardo “Sylvia Plath: essere o non essere Dio.

  1. Hace años escuché una peculiar canción del grupo de rock Manic Street Preachers: ‘the girl who wanted to be God’. Y desde entonces me había preguntado qué demonios quería decir aquello, ¿a quién se referían? Al ver tu entrada he caído en la cuenta porque en ese grupo son muy aficionados a la poesía de Sylvia Plath. Al parecer, esa canción de áspera y combativa melancolía estaba dedicada a ella.

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    1. Me gusta mucho la poesía de Sylvia Plath y penso que sus diarios personales son muy interesante desde un punto de vista psicológico. He buscado el grupo en internet. No lo conozco. ¿Así la canción es un homenaje a Sylvia Plath, la chica que quería ser Dios? Muchas gracias por la información y por haberme hecho conocer esta canción.

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