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L’empatia: dall’estetica alla psicologia.

La parola empatia deriva dal greco ν, “in”, e –πθεια, dalla radice παθ– del verbo πσχω, “soffro”, sul calco del tedesco Einfühlung.

In psicologia questa parola viene utilizzata per indicare la capacità di immedesimarsi e comprendere le emozioni di un’altra persona, anche senza l’aiuto della comunicazione verbale.

E’ stato però il filosofo e psicologo tedesco Theodor Lipps (1851-1914) a cominciare a utilizzare la parola “Einfühlung” per indicare il tentativo di una persona di percepire l’esperienza soggettiva interiore propria o di un’altra persona.

Il concetto di empatia, infatti, è alla base della teoria estetica elaborata da R. Vischer (Über das optische Formgefühl, 1873) e T. Lipps (Ästhetik, 1903-06), secondo la quale l’esperienza estetica è resa possibile dalla capacità di provare un sentimento di simpatia (Einfühlung) attraverso il quale si trasferiscono nelle opere d’arte le proprie passioni e le proprie forze vitali.

In questo senso, secondo Lipps l’estetica può essere considerata una disciplina della psicologia applicata in quanto ha l’obiettivo di indagare “la facoltà di un oggetto di esercitare su di me un certo effetto” (T. Lipps, Asthetik. Psychologie des Schonen und der kunst. – Estetica. Psicologia del bello e del’arte, parte I: Grund Legung del Asthetik (Fondamenti di esttica), Amburgo/Lipsia, 1903, p. 1).

Secondo Lipps un oggetto che compare dinnanzi a noi costituisce immediatamente una sollecitazione alla nostra attività: ci invita a toccare la sua superficie, a percepire le sue tonalità, a ripercorrere con gli occhi la sua figura.

La percezione dell’oggetto è, perciò, il risultato di alcuni stimoli che riceviamo e di alcune attività che mettiamo in opera, come movimenti muscolari degli occhi, delle mani ecc. Percependo un oggetto esteriore, fondiamo ciò che accade dentro di noi con la sua esistenza e proiettiamo tutto all’esterno. Se, per es., l’oggetto è stretto e verticale, i nostri muscoli oculari provano uno sforzo di elevazione, associato nella coscienza ad altri movimenti virtuali del nostro corpo, che vorrebbero innalzarci dal suolo, nonché alle sensazioni muscolari relative al peso, alla resistenza, alla gravità.

È questa l’empatia e soltanto quando essa è presente le forme ci appaiono belle, e la bellezza consiste nel sentire di vivere idealmente una vita libera.

“Empatia è un termine equivoco e molto equivocato. Vi sono innanzitutto alcuni che con “sentimento” (Gefuhl) non vogliono intendere altro se non il sentimento di piacere (Lust) o dispiacere (Unlust), o che ritengono il “sentire” (Fuhlen) senz’altro equivalente al sentire piacere o dispiacere. Per chi limita in modo così illegittimo il termine “sentimento”, l’”empatia”, pur designando un sentire, non merita tuttavia tale nome. Poiché ciò che io empatizzo è in senso assolutamente generale vita. E vita è forza, un interiore operare, aspirare e portare a compimento. In una parola, vita è attività, liberamente fluente o ostacolata; lieve o affaticata; concorde o discorde in se stessa: in tensione o in distensione; concentrata in un punto o distribuita in molteplici attivazioni vitali, fino al punto di “perdersi in esse”. (Theodor Lipps, Empatia e godimento estetico, Quodlibet, 2002).

La bellezza che leggo nell’opera d’arte è la reazione vitale, “(…) poiché ciò che io empatizzo è in senso assolutamente generale vita. E vita è forza, un interiore operare, aspirare e portare a compimento. In una parola, vita è attività, liberamente fluente o ostacolata; lieve o affaticata; concorde o discorde in se stessa; in tensione o in distensione; concentrata in un punto o distribuita in molteplici attivazioni vitali, fino al punto di “perdersi in esse””.

Il termine empatia si è poi diffuso soprattutto in seguito all’apparizione della fortunata opera di W. Worringer Abstraktion und Einfühlung (1908), per il quale la teoria di Vischer e Lipps è idonea a far comprendere solo l’arte classica e l’arte rinascimentale, che nascono da un sentimento di immedesimazione con le forme organiche, mentre non può dire alcunché sull’arte dei popoli primitivi e delle civiltà preclassiche e orientali, in cui, invece, a prevalere è un sentimento antinaturalistico.

Accanto al bisogno di empatia va dunque postulata, secondo Worringer l’esistenza di un impulso originario di astrazione, che tende all’inorganico, al regolare, al geometrico.

Worringer definisce l’empatia come “godimento estetico che è godimento oggettivato di noi stessi. Godere esteticamente significa godere di noi stessi in un oggetto sensorio diverso da noi, immedesimandoci in esso” (W. Worringer, Astrazione ed Empatia).

Husserl, poi, rifacendosi al lavoro di Theodor Lipps chiamò empatia (Einfühlung) l’intuizione che ha come oggetto gli altri individui.

Edmund Husserl aveva utilizzato questo termine nei suoi metodi di ricerca filosofica della verità, ma non aveva ancora chiarito cosa dovesse intendersi in modo univoco con la parola empatia. Questo è quello che proverà a fare Edith Stein, proprio a partire dall’analisi di Theodor Lipps e di altri autori.

L’utilizzo del termine empatia per indicare una funzione psicologica fondamentale non solo per l’esperienza estetica, avviene per la prima volta nell’ambito della fenomenologia, costituendo un passo decisivo per superare una concezione meramente razionale della comunicazione interpersonale e, segnatamente, della capacità di comprendere l’altro.

In particolare, Edith Stein (1917) ne individua il fondamento in quella condizione esistenziale che è l’”essere-in-un-mondo-comune” (Mitwelt). In questo contesto, l’empatia viene considerata come un atto originario che, da un lato, consente al soggetto di vivere gli altri come dal loro interno e, dall’altro, porta a maturazione ciò che in noi è latente oppure diverso. In altri termini, con l’empatia il soggetto mette in atto un processo che gli consente di aprire lo sguardo sui valori sconosciuti della propria persona.

Edith Stein

Edith Stein

Secondo la prima definizione di Edith Stein l’empatia è “un genere di atti, nei quali si coglie l’esperienza vissuta altrui”. Stein afferma che, a differenza del giudizio (Ein-Sicht), che è rivolto ad afferrare e comprendere argomenti, idee e concetti mentali di un altro o le conseguenze causali di un fatto nella natura e nella storia, l’em-patia (Ein-Fühlung) indica un atto conoscitivo oppure la somma di atti percettivi, che è rivolto alla percezione soggettiva dell’altro, alla sua esperienza interiore e perciò anche alla sua stesa personalità.

Inquadrando l’empatia (Ein-Fühlung) accanto al giudizio (Ein-Sicht), Stein riconosce anche al sentire un valore conoscitivo. (Philibert Secretan)

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