Pubblicato in: Digressioni

Flaubert e il gioco del realismo

madame bovaryIn letteratura il termine “realismo” indica l’attitudine a rappresentare la realtà esterna in modo articolato, concreto e, possibilmente, oggettivo, conferendo verosimiglianza all’invenzione letteraria.

In questo senso, Madame Bovary spesso passa per uno dei romanzi più realisti che sia mai stato scritto. In realtà, a guardar bene, Flaubert crea molte situazioni non proprio verosimili, alcune proprio implausibili, come, ad esempio, quella in cui Emma, che non è mai andata a cavallo, trascorre, a un certo punto, un’intera giornata a cavallo con Rudolf, cavalcando come un esperto fantino.

Ma in letteratura il mito della verosimiglianza è, appunto, un mito. Non è importante che una scena sia vera, è importante, fondamentale che sembri vera.

E il realismo di Flaubert, infatti, non si mostra tanto nella verosimiglianza, quanto nella forte tensione, all’interno della continua promiscuità tra dato fittizio e dato reale, verso la realtà, che si manifesta, in particolare, in una sensibilità esasperata nei confronti dei piccoli oggetti, nei dettagli più minuti che, a volte, Flaubert descrive come vere e proprie epifanie (ad es. i rombi di sole sul pavimento), tecnica narrativa di cui il cinema si approprierà ben presto.

Si può citare a questo proposito la celebre descrizione delle mosche nella cucina di papà Rouault:

“Un giorno arrivò verso le tre [Charles Bovary]; erano tutti nei campi; entrò in cucina, ma dapprima non si accorse di Emma, le imposte erano chiuse. Attraverso le fessure del legno, il sole stendeva sul pavimento lunghe strisce sottili che si infrangevano contro gli spigoli dei mobili e tremolavano sul soffitto. Sulla tavola c’erano mosche che salivano lungo i bicchieri vuoti e ronzavano annegandosi nel sidro rimasto sul fondo. La luce che scendeva attraverso la cappa del camino, vellutando la fuliggine della placca, inazzurrava leggermente le ceneri fredde. Tra la finestra e il focolare, Emma era intenta a cucire; era senza scialle, piccole gocce di sudore erano visibili sopra le spalle nude.”

Anche nei dialoghi Flaubert lavora per ottenere un effetto di verosimiglianza, scegliendo per ogni personaggio un lessico capace di indicarne l’appartenenza sociale e la psicologia.  Così le parole pronunciate da Rouault sono intrise di provincialismo, laddove dice “la petite” o “manger le sang” e, all’inizio del romanzo, la difficoltà di Charles nell’articolare il suo nome davanti al maestro delinea con immediatezza e assoluta chiarezza il carattere timido e impacciato di Charles, che si svelerà poi via via in tutto il romanzo. Lieuvain, l’incarnazione dell’inanità del discorso politico si riempie invece la bocca di una sciocca magniloquenza, fino a giungere alla declamazione di un ridicolo elogio della gallina.

Per questa sua attenzione esasperata al dettaglio Flaubert è difficile da leggere in francese, perché, per amore della precisione, si serve di un vocabolario ricchissimo, che conta circa ventimila termini. Questa sua capacità non si traduce, come si potrebbe pensare, in preziosismo, ma dà la sensazione al lettore di un quadro non reale, ma immobile, cristallizzato.

 

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