Pubblicato in: Digressioni

Les Essais di Montaigne

Essais_1Tra il 1571 e il 1580 Montaigne si chiude nel suo castello. Legge. Soprattutto moralisti e storici. A un certo punto, però, inizia a sentire che la solitudine riempita solo dalla voce remota e funerea dei classici, gli fa male. E comincia a dissertare su ciò che legge: Rousseau, Flaubert, Proust, Salinger. E confronta ciò che legge con le sue memorie psicologiche, le memorie di un “honnête homme qui ne se pique de rien”. E’ così, chiosando i classici, appuntando riflessioni, che si vanno formando, giorno per giorno, i due primi libri degli Essais (1580).

Così Montaigne entra nella letteratura in una maniera molto sobria. Non c’è vanagloria nella sua scrittura, che utilizza come una sorta di sfogo terapeutico.

Il suo è un modo di lavorare discontinuo, che emerge anche dalla lettura degli Essais, che si presentano, infatti, come frammenti. E uno dei tratti più affascinanti degli Essais è forse proprio questa discontinuità.

Montaigne scrive per dieci anni, dai trentotto ai quarantotto anni, e poi decide di dare alla stesura questa sua strana opera presso un editore di Bourdeaux. E’ il 1580. Si reca poi a Parigi a far visita a Enrico III, cui fa dono della prima edizione degli Essais. Da Parigi parte per un viaggio in Italia attraverso la Svizzera e la Germania. A Ferrara incontra Tasso. Il 30 novembre giunge a Roma, dove viene ricevuto da Papa Gregorio XIII, sebbene il Sant’Ufficio avesse ordinato il sequestro degli Essais, che sarebbero poi stati messi all’indice.

In realtà, questo lungo viaggio diventa per Montaigne una sorta di compensazione ai lunghi anni di solitudine, in cui mostra la sua spregiudicatezza intellettuale disinteressandosi sia alle questioni istituzionali sia all’arte.

Nel settembre del 1581 riceve la notizia della sua nomina a sindaco di Bordeaux e intraprende il viaggio di ritorno.

Con l’aiuto del suo segretario raccoglie le annotazioni sul lungo viaggio nel Journal du voyage en Italie par la Suisse et l’Allemagne.

Sempre nel 1581 esce una nuova edizione degli Essais, che diventano una sorta di Bibbia del regno e lo portano a entrare in stretto rapporto con l’erede al trono Enrico III di Navarra. In Francia infuriano le guerre di religione tra cattolici papisti e ugonotti, che culminano, all’apice del conflitto, nella notte di San Bartolomeo. Poichè Enrico di Navarra è ugonotto si presenta il rischio che, con la sua successione al trono, diventi re un non cattolico. Enrico di Navarra ripone grande fiducia in Montaigne e nel suo consiglio. Così Montaigne si ritrova catapultato, quasi involontariamente, al centro della storia francese.

Enrico di Navarra diventa re. La celebre frase a lui attribuita “Parigi val bene una messa”essais 2 pare gli sia stata ispirata proprio da Montaigne.

Quando Montaigne viene convocato dal nuovo re, che desidera ricevere i suoi consigli, Montaigne rifiuta. Si sente stanco ed è preso da una relazione, platonica, con una giovane donna appena conosciuta.

Gli Essay sono considerati un’opera fondativa della letteratura francese.

Montaigne, come i grandi filosofi esistenzialisti, non è interessato alle risposte, ma alle domande, per le quali, è convinto, non esistano risposte.

La grandezza degli Essais sta proprio nella capacità delle domande di Montaigne di essere ancora oggi attuali, come se avesse compreso che le domande essenziali nella vita di un uomo sono quelle che riguardano la paura, l’amore, la crudeltà, la coscienza, domande per cui non ci sono risposte, perchè le vere grandi leggi della vita sono piccole leggi, e proprio per questo ogni essere umano è un ottimo oggetto di studio per se stesso.

Nella breve introduzione che indirizza Al lettore, Montaigne ci dice:”C’est ici un livre de bonne foi, lecteur. Il t’avertit dès l’entrée que je ne m’y suis proposé aucune fin, que domestique et privée… Je veux qu’on m’y voie en ma façon simple, naturelle et ordinaire, sans étude et artifice : car c’est moi que je peins… Je suis moi-même la matière de mon livre… “

Non ho alcun fine, che non sia quello domestico e privato. Sono io stesso la materia del mio libro.

Al capitolo XVII del libro II, è ancora più chiaro: “Le monde regarde toujours vis-à-vis; moi, je renverse ma vue au dedans: je la plante, je l’amuse là. Chacun regarde devant soi; moi je regarde dedans moi. Je n’ai affaire qu’à moi. Je me considère sans cesse, je me contrôle, je me goûte… Moi, je me roule en moi-même.”

Questa non è la mia dottrina, lo studio che faccio su me stesso non è una dottrina di cui si può discutere, è il mio studio e non è una lezione che io do o intendo dare agli altri. Le azioni non mi interessano. Mi interessa me stesso, la mia essenza.

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