Charles Baudelaire · Roberto Calasso

Andromaque, je pense à vous!”

41qRTIcxW4L._SX318_BO1,204,203,200_“Se si chiedesse qual è la prima lirica di Baudelaire che viene alla mente, molti direbbero Le Cygne. Sarebbe difficile dargli torto. Quell’intersecarsi e collidere di piani lontani e disparati, nella memoria e nella percezione, è un qualcosa che soltanto con Baudelaire si profila in letteratura – e dopo di lui non si sarebbe più presentato con simile pathos e all’interno di una cornice formale così antica.

L’inizio è bruciante: “Andromaque, je pense à vous!”. Andromaque non è il nome dell’amata, anche se viene invocata con tale subitaneità e intimità. E’ un personaggio epico, ha migliaia di anni. E non è nemmeno l’Andromaca di Racine. E neppure di Omero. E’ soltanto l’Andromaca di un episodio minore dell’Eneide, che quasi tutti hanno dimenticato. E’ la donna che è stata passata come “vile bestiame” da un uomo all’altro, dopo essere “caduta dalle braccia di un grande sposo”, Ettore. E ora vive in terra straniera, terra di nemici, l’Epiro. Intorno a lei un minuscolo simulacro di Troia, che dovrebbe mitigare e invece esaspera il dolore per la Troia incendiata e scomparsa.

(…)

Viene naturale chiedersi perché Andromaca – quella certa Andromaca dell’Eneide – fosse così present, così familiare e quasi consanguinea per Baudelaire. Frequentava forse con tale assiduità Virgilio? Non sembra – anche se la poesia gli rendeva omaggio, in un primo tempo, nell’epigrafe: “falsi Simoentis ad undam”. Ma c’era un’altra ombra che si interponeva, fra Baudelaire e Andromaca. Qualcuno che, quanto più gli anni passavano, tanto più Baudelaire sentiva affine: il creatore della grande scuola della melanconia”, il “gran signore abbastanza grande per essere cinico”, il “grande gentiluomo della decadenza” (il “grande” era d’obbligo per Baudelaire quando parlava di lui). Infine il “padre del Dandysmo”: Chateaubriand. Più che in Virgilio, era in poche righe del Génie du christianisme che Baudelaire aveva incontrato Andromaca: “Andromaca dà il nome Simoenta a un ruscello, che ricalca un grande fiume della terra natale! Lontano dalle rive che ci hanno visto nascere, la natura è come sminuita, e non ci sembra più che l’ombra di quella che abbiamo perduto”. Decisiva, per Baudelaire, fu quest’ultima frase. Ciò che è assente, ciò che è scomparso – quindi tutto il passato – è affidato a una inesistenza insanabile. Ma ciò che esiste è condannato a esserne una versione sminuita.  Così ogni natura è una natura attenuta, che ha già peso qualcosa del suo colore. Inesauribili sono le conseguenze di questo paradosso dell’assenza. Chateaubriand lo aveva formulato, ma applicandolo all'”istinto della patria”, che è soltanto una fra le molte applicazioni di quel paradosso. Baudelaire, con la sua antenna metafisica, ne aveva tratto tutte le disperanti conseguenze. Così scritte Le Cygne.

(Da Roberto Calasso, La Folie Baudelaire, Gli Adelphi, pagg. 67-68 e pagg. 72-73)

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