Balzac

Splendori e miserie delle cortigiane

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“Lo spagnolo suonò due volte. Comparvero le due donne che aveva chiamato Europa e Asia e fu facile capire la causa di quei soprannomi.

Asia doveva essere nata nell’isola di Giava: era spaventosa a vedersi. Aveva il caratteristico volto color rame dei malesi: una faccia piatta come una tavola, in mezzo alla quale il naso pareva rientrato in seguito a una violenta compressione. La strana disposizione dei mascellari conferiva alla parte bassa di quel volto una certa somiglianza con il muso delle scimmie. La fronte, quantunque depressa, non mancava di quell’intelligenza generata dall’abitudine all’astuzia, all’artificio. I due occhietti di fuoco conservavano una calma felina, e non guardavano mai nessuno in faccia. Pareva che Asia temesse di spaventare chi aveva a che fare con lei. Le sue labbra azzurrastre lasciavano intravedere i denti d’un candore abbagliante, ma accavallati. L’espressione complessiva di quella fisionomia animalesca era quella della viltà. I capelli, lucidi e unti come la pelle del viso, orlavano di due strisce nere un ricco fazzoletto di seta. Gli orecchi, straordinariamente ben fatti, erano adorni di due grosse perle scure. Asia era di bassa statura, tarchiata, e ricordava quelle bizzarre creazioni di cui i cinesi non temono d’ornare paraventi e parafuochi: o meglio, somigliava a certi idoli indù, il cui tipo sembra impossibile a trovarsi fra esseri esistenti, e che poi i turisti finiscono con l’incontrare. Vedendo quel mostro, adorno d’un grembiule bianco sopra un abito di leggero tessuto di lana, Esther rabbrividì.

“Asia!” disse Herrera, e la donna alzò il capo a guardarlo, con un gesto paragonabile solo a quello del cane verso il padrone. “Ecco la tua padrona…”

E indicò Esther, in vestaglia. Asia guardò la giovane con un’espressione quasi dolora: ma contemporaneamente un lampo soffocato fra le ciglia corte e folte scaturì come la favilla d’un incendio ed era diretto a Lucien. Questi, che indossava una splendida vestaglia aperta, una camicia di tela di Frisia, pantaloni rossi e berretto turco dal quale uscivano in grosse ciocche inanellate i capelli biondi, offriva allo sguardo un’immagine ideale di bellezza. Il genio italiano può descrivere Otello, il genio inglese può metterlo in scena: ma soltanto la natura ha il diritto di essere più magnifica e più completa dell’Inghilterra e dell’Italia, in un solo sguardo: nell’espressione della gelosia. Questo sguardo, captato da Esther, la costrinse ad afferrare un braccio di Herrera e a conficcarvi le unghie, come può fare un gatto per trattenersi dal precipitare in un baratro di cui non vede il fondo. Allora lo spagnolo disse alcune parole, in una lingua sconosciuta, a quel mostro asiatico, il quale, strisciando, andò a inginocchiarsi ai piedi di Esther e glieli baciò.

“Questa,” disse Herrera, “non è una cuoca, ma un vero cordon-bleu che farebbe impazzire Careme di gelosia. Asia sa fare tutto, in cucina. E’ capace di ammannirvi dei fagioli in modo tale da farvi dubitare che gli angeli siano venuti per condirli con erbe celesti. Ogni mattina andrà personalmente alle Halles e lotterà, da quel demonio che è, per ottenere i prezzi più bassi. Con la sua discrezione, poi, stancherà i curiosi: e siccome, ufficilamente, voi siete partita per l’India, Asia vi sarà di grande aiuto per rendere accettabile questa frottola, poichè è una di quelle parigine nate per appartenere al paese di cui vogliono dichiararsi cittadini. Con questo non voglio dire che voi siate straniera… Europa, che ne dici, tu?…”

Da Balzac, Splendori e miserie delle cortigiane, Garzanti, pagg. 59-60

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