Napoli

Dai fasti del Palazzo Reale e dall’abbraccio di piazza Plebiscito, scendendo verso via Caracciolo, subito intravedi all’orizzonte la sagoma struggente e terrifica del gigante Vesuvio che dorme coi sensi all’erta sul mare. 

Arrivi sul lungomare con addosso la frenesia di una città cui il vulcano addormentato, ma sempre pronto a dare sfoggio della propria potenza, regala la saggia consapevolezza dell’effimero e del nulla, che agisce come vento che alimenta la fiamma e tiene acceso un desiderio ardente e prepotente di vita, di bruciante passione e bellezza.

E mentre ancora non ti sei abituato a questa frenesia, ti arriva come uno schiaffo in pieno viso, il Tirreno così aperto senza ritegno sulla città, e ti sembra di vedere in lontananza una nave fenicia. Invece è Capri.

Poi dalle torri di Castel dell’Ovo perdi i punti di riferimento, sei mare nel mare, il vento ti porta echi di civiltà lontane ma così vicine, così ancora dentro, sei a Partenope, e capisci perché Napoli è città aperta, il cui cuore non potrà mai essere servo di nessuno, perché appartiene al mare, perché batte al centro del mondo.