Il bullismo

Il tema delle relazioni tra ragazzi all’interno degli ambienti scolastici è oggi di grande attualità e attira l’attenzione di genitori e insegnanti, inducendo l’esigenza di più approfondite analisi sulle differenti tipologie di conflitto che possono essere sperimentate dai ragazzi all’interno del gruppo dei pari o più in generale del gruppo scolastico.

Il termine bullismo, che ricalca quello inglese di “bullying”, comunemente utilizzato nella letteratura internazionale per caratterizzare il fenomeno delle prepotenze tra pari in contesto di gruppo, è entrato ormai nel linguaggio comune e spesso viene utilizzato anche in maniera inadatta per definire comportamenti o situazioni che hanno poco a che fare con il bullismo vero e proprio e che rimandano maggiormente ad azioni di vandalismo o di teppismo nei confronti soprattutto di docenti o strutture scolastiche.

Questo articolo si propone di fornire una riflessione sul fenomeno del bullismo analizzandolo nei suoi differenti aspetti, nella convinzione che per individuare soluzioni efficaci a un problema così articolato e complesso occorra soffermarsi sulla specificità di ogni situazione, sfuggendo alle generalizzazioni e valutando le caratteristiche individuali dei ragazzi coinvolti, ma anche l’ambiente in cui gli episodi accadono.

Il bullismo: caratteristiche principali.

Molti genitori che ritengono che i loro figli siano vittime di bullismo, in realtà sono fuori strada. Vi sono genitori e insegnanti, che a volte pensano di aver finalmente individuato nel bullismo un nome per il disagio di un figlio o di un alunno, ma spesso si tratta non di bullismo, ma di episodi “violenti”, con conflitto fisico tra coetanei, quasi equivalenti per età e forza fisica.

Il bullismo si caratterizza, infatti, per alcune caratteristiche che lo distinguono da meri episodi di conflittualità e di violenza.

Queste caratteristiche sono:

– intenzionalità,

– asimmetria,

– continuità.

Intenzionalità

Una delle caratteristiche principali che distingue il bullismo da altre forme di conflittualità tra i ragazzi è l’intenzionalità del comportamento aggressivo.

Sappiamo, infatti, che le relazioni sociali, anche quelle tra bambini e ragazzi, sono spesso caratterizzate da una certa quantità di conflitto interpersonale, che non solo non è nociva per la relazione stessa ma a volte può rivelarsi funzionale ad essa, e contribuire, nel caso dei minori, allo sviluppo di adeguate capacità relazionali e sociali.

Ma il bullismo non ha nulla in comune con tale conflitto: il bullismo presuppone, infatti, l’intenzionalità dell’autore o degli autori del comportamento “persecutorio” e definisce un vero e proprio attacco intenzionale da parte di uno o più minori nei confronti di un altro minore appartenente al proprio o a un altro gruppo di pari.

Asimmetria

La caratteristica principale che distingue il bullismo da questi episodi di conflittualità e di violenza è la spiccata asimmetria nella relazione tra il bullo e la vittima, in cui si distingue chiaramente chi ha un ruolo attivo e chi ha un ruolo passivo, chi aggredisce sempre e chi sempre subisce.

Continuità

Un’altra caratteristica del bullismo è la continuità del comportamento nel tempo, che deve ripetersi per essere letto come strategia persecutoria.

Strategia comportamentale

Si configura così il bullismo non come condotta casuale, ma come strategia comportamentale ben studiata, finalizzata a raggiungere un obiettivo, che, in genere, è la sensazione di dominio su coetanei più deboli e insicuri e la messa in discussione del ruolo della vittima all’interno del gruppo, a volte come rivalsa per una forma d’invidia sociale.

In genere la strategia comportamentale è costituita da atteggiamenti offensivi e insultanti, percosse fisiche (calci, pugni, spinte) provocazioni sistematiche, imposizione della propria volontà nelle scelte che riguardano il gruppo, sottrazione di beni personali, minacce, insulti, offese.

A volte, però, la strategia dei bulli si traduce in una forma di persecuzione più subdola, fatta di piccoli gesti, ostilità, rifiuto della comunicazione, continue critiche, assoluta indifferenza, esclusione dal gruppo dei pari, gesti volgari all’indirizzo della vittima, diffusione di calunnie o amplificazione di pregiudizi sul suo conto, boicottaggio delle sue relazioni di amicizia.

Reazioni psicologiche

Condotte più o meno gravi riconducibili a bullismo possono inficiare l’autostima delle vittime, che spesso finiscono per vedersi esattamente come il bullo li disegna e, a causa di questo perverso meccanismo di autosvalutazione e di colpevolizzazione giustificano anche per anni i comportamenti dei compagni “bulli”, attribuendoli, in qualche misura, ai propri presunti limiti personali.

In alcuni casi i ragazzi vittime di bullismo o di straining scolastico reagiscono con un caratteristico meccanismo difensivo di distacco emozionale, nel tentativo di proteggersi dalla dolorosa esperienza di essere rifiutati, insultati, ingannati, da compagni cui hanno offerto la propria fiducia, fino a quando questo sistema di difesa non è messo in crisi da un evento che li pone dinanzi all’impossibilità di continuare a negare l’evidenza dei fatti.

Se da una parte il ruolo passivo della vittima di bullismo può portare in questa ultima l’insorgere di fenomeni di ansia, perdita di autostima, dall’altro anche la tendenza degli autori delle azioni di bullismo a mettere in atto comportamenti antisociali può far ipotizzare in loro uno sviluppo evolutivo con tendenze antisociali e difficoltà di integrazione sociale.

In molti casi il bullismo può provocare risposte psicologiche che si articolano in due fasi:

– una fase acuta, di crisi, con la conseguente manifestazione di sintomi psicologici e comportamentali, mal di testa, vomito, disturbi del sonno, indebolimento generale, basso livello di autostima, timidezza, tendenza a isolarsi all’interno del gruppo classe o in generale del gruppo dei pari, sentimenti di rabbia, sintomi depressivi, difficoltà di socializzazione,

– una fase a lungo termine, di riorganizzazione dell’esperienza vissuta e di assestamento della sintomatologia in un disturbo cronico.

Segnali tipici

Possiamo elencare alcuni segnali tipici del bullismo:

– esternazione reiterata di giudizi offensivi e atteggiamenti irriguardosi ed espulsivi nei confronti di una vittima designata,

– atteggiamenti di disistima e di critica aperti e teatrali,

– provocazioni continue e sistematiche,

– tentativi di sminuire il ruolo della vittima nel gruppo dei pari,

– pressioni per indurre la vittima all’isolamento e all’autoesclusione,

– continue imposizioni della propria volontà relativamente alle scelte che si rendono necessarie nel corso della convivenza scolastica,

– azioni volte a sottrarre beni di proprietà del minore vittima,

– mancato supporto alla vittima nel rapporto con gli altri compagni o con gli insegnanti,

– coinvolgimento continuo di terzi nelle liti con la vittima.

Bullismo e mobbing

Negli ultimi anni si è osservato che il bullismo, in quanto insieme di comportamenti attuati nelle dinamiche relazionale tra minori all’interno del gruppo dei pari o del gruppo scolastico e finalizzati alla delegittimazione di un bambino o di un ragazzo e alla estromissione di questi dal gruppo stesso, sia un fenomeno assimilabile al mobbing.

In effetti, il bullismo, come il mobbing, si presenta come una strategia intenzionale e continuativa di persecuzione psicologica attuata nel gruppo dei pari, in genere in un ambiente scolastico, per costringere un compagno in una posizione di debolezza, mediante comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti.

Come il mobbing, il bullismo è caratterizzato da intenzionalità e continuità del comportamento vessatoria e da asimmetria della relazione tra persecutore e vittima.

Straining scolastico

Se in genere il bullismo è riconducibile a diverse azioni ostili distanziate nel tempo, in alcuni casi le vittime subiscono una sola azione isolata, per esempio una calunnia, un’aggressione fisica, un furto di beni personali.

L’esempio tipico è quello di un ragazzino tristemente “dimenticato” o ignorato dal gruppo, che da tale condizioni ricava serie conseguenze per il suo sviluppo psichico. Non possiamo allora ignorare questa realtà che a volte si manifesta chiaramente a insegnanti, genitori, ragazzi, ipotizzando che accanto al bullismo esista un fenomeno sociale simile ma differente, capace di determinare nella vittima gli effetti stessi del bullismo.

Questo fenomeno che quando si verifica nei contesti lavorativi viene oggi definito “straining” (Oltre il mobbing. Harald Ege, ed. Franco Angeli, Milano, 2005) può essere parallelamente definito “straining scolastico”, come situazione in cui la vittima subisce almeno un’azione che ha come conseguenza un effetto negativo nell’ambiente scolastico (calunnia, insulto, prepotenza, aggressione verbale o fisica, furto di beni personali) che determina un effetto duraturo nel tempo.

Così lo straining scolastico viene a collocarsi a metà strada tra il bullismo e lo stress legato alla gestione delle relazioni con il gruppo dei pari. Non è bullismo vero e proprio, giacché manca la sistematicità e la frequenza delle azioni ostili, ma è qualcosa di più della semplice conflittualità caratteristica delle relazioni tra pari.

Le vittime di questo fenomeno, infatti, sono oggetto di uno stress forzato, diretto nei loro confronti in maniera intenzionale e discriminante: in sostanza solo a loro viene riservato quel tipo di trattamento aggressivo e ingiusto.

In una situazione tipica di straining scolastico l’aggressore diffonde una calunnia o informazioni pregiudizievoli sulla vittima, che da quel momento è messo alla berlina, isolata o insultata dal gruppo dei pari, cadendo in una condizione cronica di stress.

Per accertare una situazione di straining scolastico deve essere presente e attestata almeno un’azione ostile, che abbia una conseguenza duratura e costante a livello scolastico e un carattere intenzionale e discriminatorio.

Azioni psicosociali di contrasto

Per prevenire e contrastare efficacemente fenomeni di bullismo, di violenza fisica o psicologica che vedono protagonisti una parte dei bambini e degli adolescenti, si deve sostenere e valorizzare il ruolo degli insegnanti, dei dirigenti scolastici e di tutto il personale tecnico ed ausiliario che, quotidianamente e senza “fare notizia”, svolgono un’azione meritoria ed impegnativa per la realizzazione della funzione educativa che ciascuna istituzione scolastica autonoma è chiamata ad assolvere nel tessuto sociale in coerenza ai principi ed ai valori comuni della Costituzione italiana.

Le vittime, ma anche gli autori di bullismo, necessitano di un approccio alla valutazione e al trattamento psicologico, che includa l’ascolto delle loro peculiari esigenze, ma anche l’assistenza e il sostegno ai loro familiari.

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I bambini più resilienti sono più bravi a scuola

I sempre più numerosi studi sulla capacità umana definita resilienza, stanno dimostrando che i bambini e le bambine più resilienti ottengono migliori risultati scolastici, oltre ad avere relazioni interpersonali più gratificanti all’interno del gruppo dei pari e ad ottenere più successo nello sport.

Per aiutare i bambini e le bambine a migliorare i risultati scolastici è importante educarli alla resilienza, capacità che, comunque, di là dai risultati scolastici, gli sarà preziosa per tutta la vita.

La resilienza è una capacità umana fondamentale, che permette di perseguire mete e obiettivi con determinazione e perseveranza, di fronteggiare sconfitte e difficoltà senza perdere la speranza, di apprendere dagli errori e dalle sconfitte, di uscire dalle crisi rinnovati e più forti.

Il termine resilienza è stato mutuato dalla metallurgia, dove indica la capacità di un metallo di resistere alle forze che ad esso vengono applicate. In psicologia è passato a indicare la capacità individuale di resistere alle difficoltà e di andare avanti senza scoraggiarsi né arrendersi, ma anche di persistere con costanza e determinazione, tollerando stress e frustrazioni, per raggiungere obiettivi sfidanti a lungo termine.

Ognuno di voi avrà avuto modo di osservare, nella sua esperienza, che alcune persone si arrendono facilmente dinanzi alle difficoltà, alle sconfitte, mentre altre, dinanzi alle piccole e grandi insidie quotidiane, sembrano non arrendersi mai e, anche nelle situazioni più difficili, insistono a cercare una soluzione, una via d’uscita.

In altre parole alcune persone sono molto resilienti, altre lo sono poco o per niente e queste differenze individuali nella resilienza non sono proporzionali con l’entità delle difficoltà incontrate.

Così, un bambino resiliente è un bambino che sente di avere un buon controllo sul proprio ambiente e sulla propria vita, tollera frustrazioni e insuccessi senza perdere la fiducia in se stesso, conta sul proprio impegno come strumento principale per raggiungere i propri obiettivi.

Un bambino resiliente sa rialzarsi dopo una sconfitta e reagire dinanzi a una difficoltà, laddove altri si arrendono e si deprimono. E proprio grazie a questa capacità di reagire e di rialzarsi che i bambini e le bambine piu’ resilienti hanno maggiori probabilità di avere successo negli studi, così come nelle relazioni interpersonali, e minori probabilità di vivere stati depressivi.

Mai come oggi, in un momento storico come quello che stiamo vivendo, che ci costringe a rivedere la nostra idea di un benessere dato quasi per scontato e chiama le nuove generazioni a sfide importanti, nel lavoro e nella vita sociale, siamo chiamati come genitori, insegnanti, educatori, a insegnare ai nostri ragazzi la resilienza, la capacità di tollerare le frustrazioni e impegnarsi in maniera costante per raggiungere obiettivi sulla lunga distanza.

Assistiamo, finalmente, assistendo al crollo del deleterio culto della fortuna, della genetica, del talento che troppe vite ha distrutto creando palloni gonfiati che si sono rapidamente sgonfiati sotto il peso della prima difficoltà.

Sempre meno i ragazzi vengono messi dinanzi all’esigenza di porsi obiettivi concreti da raggiungere e difficoltà concrete da fronteggiare e aiutati a farsi la convinzione che l’impegno personale e l’intensificazione degli sforzi in vista di una meta sono strumenti efficaci per il perseguimento di obiettivi sfidanti.

E questo non fa emergere la loro capacità di resilienza. Invece, crea grandi fragilità, ragazzi che da adulti, come fuochi fatui, non avendo resistenza mentale, rincorreranno ciecamente il successo economico e la notorietà per crollare poi sotto il peso della più piccola sconfitta.

Educare i bambini e le bambine alla resilienza non permetterà loro solo di avere migliori risultati scolastici, ma anche di diventare uomini e donne piu’ forti e capaci di non soccombere sotto il peso delle difficoltà della vita.

Per approfondire:

– Suggerimenti pratici per educare i bambini e le bambine alla resilienza

Makiguchi: sogno una scuola che insegni a pensare.

Tsunesaburo Makiguchi, un pedagogista e filosofo giapponese, vissuto tra il 1871 e il 1944, aveva avanzato, nel corso della sua lunga carriera nell’autoritario sistema scolastico giapponese, una proposta educativa rivoluzionaria e rimasta purtroppo inascoltata, che sembrerebbe adeguata anche per la scuola pubblica italiana di oggi.

La proposta di Makiguchi era di stimolare nei giovani il desiderio di imparare, senza costringerli all’apprendimento, ma favorendo lo sviluppo della loro creatività e aiutandoli a mettere sempre in relazione la conoscenza appresa sui libri con le esperienze della loro vita quotidiana.

La filosofia educativa di Makiguchi proponeva l’eliminazione del dualismo tra felicità e conoscenza e così tra piacere e dovere, per un’educazione finalizzata a rendere le persone capaci di creare valore in ogni circostanza e, quindi, di realizzare la felicità per sé e per gli altri.Secondo Makiguchi, infatti, un individuo consapevole e libero è capace di agire moralmente senza avvertire le regole come un ostacolo oppure un peso. Addirittura, la migliore morale non è quella che stabilisce un elenco di regole, ma insegna a percepire tramite il sentimento ciò che ci fa stare bene.

Una vera utopia in questa Italia, in cui sempre più spesso la scuola pubblica viene attaccata proprio nella sua capacità di insegnare ai ragazzi lo spirito critico e accusata di insegnare principi (laici) diversi dai principi (cattolici) insegnati all’interno della Famiglia.

Scriveva Makiguchi:

«È molto diffusa la tendenza ad accettare ciecamente le opinioni di una qualche autorità, anche per quel che riguarda le questioni essenziali della nostra esistenza. Così accade che, nonostante le nostre evidenti capacità in altri contesti, quando ci confrontiamo con qualcosa che non comprendiamo, o che è difficile da interpretare, non proviamo neppure a riflettere, e accettiamo passivamente il punto di vista dei nostri superiori o di chi si mostra esperto. Peggio ancora: alcuni si affidano, per le più importanti decisioni, ai chiromanti, all’astrologia, all’I Ching o cose simili. Esiste invece, dall’altro estremo, la tendenza a sorvolare sulle cose semplici e di routine, di fronte alle quali si agisce intuitivamente piuttosto che sulla base di un’analisi ragionata. Di solito riusciamo a cavarcela, ma non possiamo, alla lunga, evitare le conseguenze degli errori che continuiamo a ripetere.” [Tsunesaburo Makiguchi, L’educazione creativa, Firenze, La Nuova Italia, 2001, pp.27-28]

Quanto in questo momento questa sintesi di Makiguchi mi appare come una sintesi della nostra società! Come può la scuola pubblica, in questa società in cui si diffonde sempre più la tendenza ad accettare le opinioni di qualche autorità senza alcuna riflessione personale restare fabbrica di talenti e non trasformarsi in fabbrica di conformismo?

Può farlo soltanto con l’opera singola di ognuno di noi, di ogni educatore, genitore, insegnante, che come diceva Bruno Munari a proposito dell’operatore culturale di oggi “può preparare gli individui (a cominciare dai bambini) a difendersi dallo sfruttamento, a smascherare i furbi (invece di ammirarli o invidiarli), ad esprimersi con la massima libertà e creatività. (…).”

Perchè, se non cominciamo da noi stessi, dal nostro ruolo fondamentale di educatori, a costruire un mondo migliore partendo dai bambini e dalla scuola, non potremo evitare le conseguenze degli errori che continuiamo a ripetere.

La Consulenza Tecnica

La Consulenza Tecnica è regolamentata dal Codice Civile, nei termini che seguono:

 Art. 61
(Consulente tecnico)
Quando è necessario, il giudice può farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o più consulenti di particolare competenza tecnica.
La scelta dei consulenti tecnici deve essere normalmente fatta tra le persone iscritte in albi speciali formati a norma delle disposizioni di attuazione al presente codice.
Art. 62
(Attività del consulente)
Il consulente compie le indagini che gli sono commesse dal giudice e fornisce, in udienza e in camera di consiglio, i chiarimenti che il giudice gli richiede a norma degli articoli 194 e seguenti, e degli articoli 441 e 463.
Art. 63
(Obbligo di assumere l’incarico e ricusazione del consulente)
Il consulente scelto tra gli iscritti in un albo ha l’obbligo di prestare il suo ufficio, tranne che il giudice riconosca che ricorre un giusto motivo di astensione.
Il consulente può essere ricusato dalle parti per i motivi indicati nell’art. 51.
Della ricusazione del consulente conosce il giudice che l’ha nominato.
Art. 64
(Responsabilità del consulente)
Si applicano al consulente tecnico le disposizioni del codice penale relative ai periti.
In ogni caso, il consulente tecnico che incorre in colpa grave nell’esecuzione degli atti che gli sono richiesti, è punito con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda fino a lire venti milioni. Si applica l’art. 35 del codice penale. In ogni caso è dovuto il risarcimento dei danni causati alle parti.
Art. 87
(Assistenza degli avvocati e del consulente tecnico)
La parte può farsi assistere da uno o più avvocati, e anche da un consulente tecnico nei casi e con i modi stabiliti nel presente codice

L’assistenza psicologica al minore nelle fasi processuali

L’’assistenza psicologica al minore nelle fasi processuali è garantita dalla legge n. 66/96 – Norme contro la violenza sessuale) che stabilisce che quando si procede per reati sessuali commessi in danno di minorenni, l’assistenza affettiva e psicologica della persona offesa minorenne è assicurata, in ogni stato e grado del procedimento, dalla presenza dei genitori o di altre persone idonee indicate dal minorenne e ammesse dall’autorità giudiziaria che procede.

In particolare, l’assistenza da parte di uno psicologo nel corso dell’audizione protetta garantisce al minore vittima di reato un ascolto con modalità adeguate e rispettose della sua sensibilità, nel rispetto del principio della minima offensività.

L’audizione protetta è una forma di udienza condotta, in genere, in ambiente con specchio unidirezionale, interfono e microfono in modo tale da consentire al giudice, posto dietro lo specchio, di porre domande al piccolo, per mezzo dell’intermediazione di un esperto in psicologia dell’età evolutiva.

E’ stata introdotta dall’articolo 14 della legge n. 66/96 che fissa le norme contro la violenza sessuale e che stabilisce che nel caso di indagini che riguardano violenza sessuale il giudice, ove fra le persone interessate all’assunzione della prova vi siano minori di anni sedici, stabilisce il luogo, il tempo e le modalità particolari attraverso cui procedere all’incidente probatorio, quando le esigenze del minore lo rendono necessario od opportuno.

A tal fine l’udienza può svolgersi anche in luogo diverso dal tribunale, avvalendosi il giudice, ove esistano, di strutture specializzate di assistenza o, in mancanza, presso l’abitazione dello stesso minore.

Nel nome del padre. Quando la forma è sostanza.

Già nel corso dei dibattiti durante l’Assemblea Costituente sulla definizione dell’articolo 24 della Costituzione, dedicato alla famiglia, Calamandrei aveva sostenuto che l’articolo nascondeva “un nocciolo di ipocrisia”, laddove affermava che “il matrimonio è basato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi”, perché il diritto vigente non era veramente basato sull’uguaglianza giuridica, in quanto considerava capo della famiglia il marito, chiamato a dare il cognome alla moglie e ai figli e a stabilire il domicilio della famiglia.

E ancora, oggi, quello che è poi diventato l’articolo 29 e che afferma che “Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare” conserva quel duro nocciolo di ipocrisia e resta una dichiarazione di principio che non riesce a realizzarsi nella pratica.

Uno degli esempi della diseguaglianza giuridica tra i coniugi resta l’attribuzione obbligatoria del cognome paterno ai figli, consuetudine mai superata di una società patriarcale e maschilista.

La trasmissione ai figli del cognome del padre continua a sembrare un diritto inalienabile, nonostante l’Italia si sia impegnata a eliminare ogni discriminazione nei confronti della donna in famiglia, compresa quella relativa alla scelta del cognome, con la ratifica di alcune convenzioni internazionali, come la Convenzione sulla eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, adottata a New York il 18 dicembre 1979, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 14 marzo 1985, n. 132, che impegna gli Stati contraenti ad adottare tutte le misure adeguate per eliminare la discriminazione nei confronti della donna in tutte le questioni derivanti dal matrimonio e nei rapporti familiari e, in particolare, ad assicurare «gli stessi diritti personali al marito e alla moglie, compresa la scelta del cognome…».

Ma ancora oggi alla nascita viene attribuito il cognome paterno. Se la madre riconosce il figlio solo successivamente al padre, al bambino resta solo il cognome del padre, mentre se il padre riconosce il figlio minore solo successivamente alla madre decide il Giudice se sostituire il cognome materno con quello paterno.

La coppia non sposata, che desidera attribuire ai propri figli il cognome materno, o anche il cognome materno, deve avviare delle procedure preventive e rischia, comunque, l’attribuzione esclusiva del cognome paterno.

Tutto ciò, nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa n. 1271 del 1995 e n. 1362 del 1998, e, ancor prima, la risoluzione n. 37 del 1978, relative alla piena realizzazione della uguaglianza tra madre e padre nell’attribuzione del cognome dei figli, nonché una serie di pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, che vanno nella direzione della eliminazione di ogni discriminazione basata sul sesso nella scelta del cognome (16 febbraio 2005, affaire Unal Teseli c. Turquie; 24 ottobre 1994, affaire Stjerna c. Finlande; 24 gennaio 1994, affaire Burghartz c. Suisse).

Ancora nel 2006 la Corte costituzionale, chiamata a decidere sul ricorso proposto nei confronti di una decisione della Corte d’Appello di Milano, che confermava il rigetto da parte del Tribunale di Milano della domanda di due coniugi che desideravano ottenere la rettifica dell’atto di nascita della propria figlia minore nel senso che le venisse imposto il cognome materno in luogo di quello paterno, con la sentenza n. 61 del 16/02/2006, affermava di non poter dichiarare non costituzionale una legge, perchè l”(…)l’intervento che si invoca con la ordinanza di rimessione richiede una operazione manipolativa esorbitante dai poteri della Corte”.

Nella stessa sentenza, la Corte Costituzionale rimarcava che ” (…) l’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna“.

Sempre nel 2006 la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12641/06, rigettava la richiesta di sostituire il proprio cognome a quello materno, avanzata da un padre che aveva riconosciuto suo figlio successivamente alla madre, richiamando l’attenzione sul problema, ma anche ricordando la piena discrezionalità che l’articolo 262 del Codice Civile dà al Tribunale per i minorenni di decidere se sostituire il cognome del padre a quello della madre, quando il padre riconosce il figlio soltanto dopo la madre.

Sembra sia giunto il momento di cominciare a pensare a una legge che elimini questo retaggio patriarcale della trasmissione ai figli esclusivamente del cognome paterno. Ma temo che siamo ancora molto lontani dal raggiungere questo obiettivo, a dimostrazione di quanto i retaggi di una cultura patriarcale e maschilista, che fonda il suo potere sulla discriminazione di genere siano ancora ben radicati nella nostra società e ne costituiscano ancora elementi fondanti e non esclusivamente formali.